Platonov, opera giovanile di Anton Čechov, ha debuttato il 26 giugno al Festival dei Due Mondi di Spoleto1 con la regia di Peter Stein. Lo vedremo nuovamente in teatro nella stagione 2026/2027. Cinque ore di spettacolo con 15 attori sul palcoscenico: protagonista Alessandro Averone nei panni di Platonov, affiancato da Maddalena Crippa che dà vita ad Anna Petròvna Vòjnìzeva, una delle sue affascinanti amanti. Ogni personaggio è in lotta con le proprie contraddizioni e contribuisce a creare il mosaico dell'aristocrazia terriera russa in declino, le contraddizioni della borghesia e la fragilità della psicologia umana.
L’opera, scritta intorno al 1880, è un testo visionario e difficile che, come pochi altri – secondo Stein – offre una straordinaria ricchezza umana, poetica, drammatica. E Alessandro Averone incarna il tormentato Platonov con una grande autenticità.
Formatosi all’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica “Silvio D’Amico”, oggi artista affermato ma schivo al clamore, Averone ha attraversato con coerenza teatro, cinema e televisione (lo ricordiamo, tra i vari film, in Le ombre rosse, diretto da Citto Maselli, Viva la Libertà regia di Roberto Andò, L’invenzione della Neve, regia di Vittorio Moroni), imponendosi come interprete versatile, sempre in equilibrio tra disciplina e sensibilità, passando dal repertorio classico ai linguaggi più contemporanei senza perdere profondità.
Il suo percorso teatrale, da Pirandello a Beckett, fino a Euripide, lo ha “allenato” a testi complessi e ruoli che richiedono misura ma intensità. Se gli domandi, oltre al talento, come ci riesce, la risposta è: lavoro, lavoro, lavoro. E si vede nella precisione dell’interpretazione, quando è attore, e nell’impronta originale - che punta all’essenza - negli spettacoli in cui è lui alla regia, ruolo a cui passa con una naturale attitudine.
In questa conversazione siamo partiti da una riflessione sul personaggio Platonov, ma poi abbiamo allargato lo sguardo al mestiere dell’attore, al teatro contemporaneo, a cosa si prova a dirigere, al valore del silenzio, a cosa resta dentro sé di ogni personaggio interpretato, anche dei più scomodi. Questa che segue è una sintesi ma più pagine servirebbero, perché conversare di teatro ed esistenza con Alessandro Averone è un viaggio senza confini.
Come descriverebbe Platonov?
Platonov è un uomo che da giovane aveva grandi aspettative. Poi, per autodistruttività e per una crisi più profonda che rappresenta quella dell’uomo moderno, si ritrova a fare il maestro elementare e vive questa condizione come un fallimento. È una persona brillante, originale, capace di dire verità scomode, e proprio per questo spesso mette a disagio chi lo circonda. Ha una moglie e un figlio piccolo, ma si lascia coinvolgere in altre relazioni sentimentali. In realtà non si tratta soltanto di seduzione: è una continua ricerca d’amore. Come dice lui stesso nel finale, ha bisogno di essere amato dal mondo perché, in fondo, non riesce ad amare se stesso.
Quanto è attuale un personaggio scritto oltre un secolo fa?
Moltissimo. Il tema centrale è la difficoltà di trovare il proprio posto nel mondo e questo resta attualissimo. Čechov ambienta tutto nella provincia russa, ma parla di questioni universali: l’inadeguatezza, le occasioni mancate, l’incapacità di essere felici.
Nei suoi personaggi non ci sono eroi, ma uomini e donne comuni con problemi quotidiani. E lo fa con una straordinaria ironia e un grande amore per l’essere umano, compresa la sua fragilità. La domanda che attraversa molte sue opere è: perché viviamo diversamente da come avremmo potuto? È una domanda che ci riguarda ancora oggi.
Viviamo in un’epoca molto più veloce. Questo rende più o meno attuale il testo?
Credo più attuale, in un certo senso. Oggi tutto è accelerato, soprattutto per la tecnologia. Ci si ritrova a dover prendere decisioni importanti in tempi rapidissimi. A volte manca lo spazio per capire davvero che cosa si desidera dalla vita. L’impressione è che l’evoluzione tecnologica abbia corso molto più velocemente dell’evoluzione interiore dell’essere umano. Siamo capaci di realizzare cose straordinarie, ma dentro restiamo molto simili a quelli che eravamo all’origine. Esiste uno scarto tra ciò che sappiamo fare e ciò che siamo, per questo penso che i classici, come questo testo teatrale, siano ancora attuali.
Interpretare personaggi complessi aiuta a comprendere meglio l’essere umano…
Se così non fosse, sarebbe un fallimento. Mettersi nei panni di vite diverse dalla propria permette di esplorare parti di sé che normalmente si frequentano poco. Questo apre lo sguardo sugli altri e aumenta la capacità di comprendere e accettare. Ogni personaggio è una scoperta. Ogni volta si smaschera qualcosa che si credeva di sapere di sé e si trova invece una prospettiva nuova. La cosa più bella è che non esiste un punto di arrivo definitivo: si continua a lavorare su se stessi per tutta la vita.
È questo il motivo per cui ha scelto di fare l’attore?
In parte sì. Avevo paura di fossilizzarmi, di restare imprigionato in una sola versione di me stesso. L’abitudine è qualcosa di molto forte per l’essere umano e temevo di ritrovarmi un giorno a pensare di aver sbagliato strada senza avere più la forza di cambiare. Questo mestiere, invece, ti obbliga a rimetterti continuamente in discussione. Ti costringe a restare in movimento.
Lei ha lavorato con artisti importanti della scena italiana e internazionale. Due per tutti: Gigi Proietti e Peter Stein, per esempio. Cosa le hanno lasciato?
Proietti mi ha insegnato l’importanza della dimensione popolare del teatro. La necessità di comunicare a tutti. L’esperienza del Globe Theatre è stata fondamentale perché ho visto come fosse riuscito a creare un luogo realmente vissuto dalla città, un teatro della gente. Con Peter Stein ho vissuto l’esperienza creativa più importante della mia carriera. Nei lavori fatti insieme trovo il massimo equilibrio tra libertà creativa e costruzione condivisa del personaggio. Mi ha insegnato moltissimo sul funzionamento della macchina teatrale, ma soprattutto il rispetto assoluto per l’autore e per il testo. Per lui la priorità è sempre restituire ciò che è scritto.
Cinema, televisione e teatro: è possibile conciliare tutto?
Sì, ma servono fortuna e occasioni. Non basta il talento, come si sa. E poi alle volte capita di dover rinunciare a un progetto perché non è compatibile con un altro. Se si ha la possibilità di continuare a frequentare linguaggi diversi, però, credo sia una grande ricchezza.
Lei è anche regista. Che emozione prova nel dirigere?
La soddisfazione più grande è vedere prendere vita qualcosa che all’inizio esiste soltanto nella tua immaginazione. Mi piace molto lavorare con gli attori, aiutarli a trovare ciò che li rende unici e valorizzare le loro qualità. E mi piace il senso di comunità che nasce durante il lavoro. Teatro significa fare qualcosa insieme.
Che rapporto ha con il silenzio?
Ne ho bisogno. Viviamo immersi in una quantità enorme di rumori, di stimoli e di voci. A volte il silenzio serve a fare pulizia e a ritrovare chiarezza. Allo stesso tempo non amo l’eccesso di silenzio. È una risorsa preziosa, ma va dosata. Sul palcoscenico, invece, il silenzio può essere potentissimo: illumina ciò che accade e costringe lo spettatore a guardare davvero.
Oggi, ha ancora senso scrivere per il teatro?
Assolutamente sì. I classici continuano a parlarci perché sono riusciti a superare il tempo, ma servono anche nuovi testi che diventeranno dei classici. Scrivere per il teatro richiede la capacità di vedere il mondo in modo originale e di raccontarlo in una forma che emozioni e faccia riflettere. Il problema non è che si scrive poco: il problema è che spesso la nuova drammaturgia fatica a trovare spazio e visibilità.
Cosa servirebbe?
Più concorsi, più festival, più investimenti da parte delle grandi istituzioni teatrali. È importante costruire un rapporto di fiducia con il pubblico, accompagnarlo verso nuove scritture da mettere in scena.
In diverse occasioni ha espresso il desiderio di dare vita uno spazio culturale stabile. È ancora un progetto?
Sì. Mi piacerebbe creare un luogo che non sia soltanto un teatro, ma uno spazio d’incontro e di scambio. Un punto di riferimento dove possano convivere spettacoli, musica, attività sociali, laboratori, incontri. Un posto in cui una comunità possa riconoscersi e crescere attraverso la cultura.
Ci sta lavorando?
Sempre, almeno nella mente, ma confido che prima o poi il desiderio si concretizzi.
Lei ha fondato e fa parte di Knuk Company2, un collettivo teatrale indipendente la cui vocazione è la ricerca e l’esplorazione. Con questo gruppo generate spettacoli altrimenti difficili da produrre. Recentemente ha realizzato a Firenze un progetto dedicato a Beckett: Quattro Quarti, coprodotto con Altra Scena3. Perché è nato questo spettacolo e perché assemblare quattro opere diverse in una sola messa in scena?
È nato in un momento difficile della mia vita. Dopo la perdita di mio padre, sentivo il bisogno di tornare a Beckett, un autore che, paradossalmente, mi ha sempre trasmesso speranza. Sono partito da Atto senza parole e ho costruito un percorso che comprendeva anche altri testi come Catastrofe e Non io. M’interessava riflettere sul senso dell’esistenza, sulla fragilità e sulla capacità di continuare a dire sì alla vita anche nei momenti più bui. I quattro testi, a mio parere, riescono ad unire questi fili.
Nella sua carriera saprebbe dire qual è stato il personaggio più oscuro che ha interpretato?
Probabilmente il comandante del campo di concentramento di Terezín, al centro del dramma Himmelweg (La via del cielo) di Juan Mayorga4, drammaturgo e filosofo spagnolo. Oppure alcuni personaggi di Harold Pinter. Sono figure che costringono a confrontarsi con zone molto oscure dell’essere umano e proprio per questo risultano interessanti: permettono di interrogarsi su ciò che siamo e su ciò che potremmo diventare.
Che cosa resta dentro, dopo aver interpretato personaggi così estremi?
C’è sempre uno scambio reciproco. Si porta qualcosa di sé nel personaggio e si riporta qualcosa del personaggio nella propria vita. Alcuni ruoli lasciano tracce più profonde di altri, difficile generalizzare, ma certamente questo confronto con zone sconosciute o scomode dell’animo umano è una delle ragioni per cui continuo ad amare questo mestiere.
Note
1 Festival dei Due Mondi di Spoleto.
2 Knuk Company.
3 Altra Scena.
4 Juan Mayorga.















