Chi siamo? Da dove veniamo? Dove andiamo?
Sono domande inutili per Cloud Atlas (regia di Lana e Andy Wachowski, Cloud Atlas Productions & altri, Germany-UK-USA 2012, 172’). Il film non tenta di rispondere; piuttosto, le dissolve, come se la domanda stessa fosse una forma di ingenuità. L’alienazione, quella che un tempo i mistici denunciavano come caduta, qui è soltanto un sintomo. Eppure, quando l’uomo prende coscienza della propria scissione interiore, la malattia diventa rivelazione. Si rompe il tetto della casa, si esce dal tunnel dell’io, si abbandona perfino la distrazione digitale del presente. Ma ciò che resta è un senso di fatica, di sconfitta già prevista.
Cloud Atlas è un film contraddittorio. Parla di libertà difficile, di controllo sociale e tecnologico, di città future dove l’uomo ha perso il proprio centro. Racconta di un mondo che muore e di un altro che nasce identico al primo. Le storie si ripetono, cambiano solo i nomi e i costumi. Gli emarginati e i vecchi, gli unici ancora capaci di dolore, si aggrappano a ciò che hanno perduto. Ma alla fine, come sempre, gli stessi errori tornano, puntuali, come stagioni.
Il tempo, ci ricorda il film, non è progresso ma circolo vizioso. Il futuro, appena intravisto, è già passato. Ogni progetto umano è un desiderio già esaurito. Non esiste un paradiso ultimo, né una vera rinascita: solo la fragile illusione di potersi cambiare.
C’è Somni, l’androide che impara a essere persona. La sua liberazione non è spirituale, ma quasi fisica: il superamento della paura della morte. È l’unica libertà possibile, una sorta di rinascita senza promessa. Non è nostalgia dell’Eden, non è purezza primitiva; è solo la consapevolezza di vivere, e basta. La verità, nel film, non è qualcosa da raggiungere: coincide col tempo stesso, con il suo fluire indifferente.
A differenza delle religioni occidentali, qui non c’è meta, né cammino. C’è piuttosto una luce intermittente, una verità che si accende solo quando l’amore, la paura o la fede la sfiorano per errore. Non è destino, né causalità. È una memoria biologica, una vita che non ci appartiene, trasmessa come un codice invisibile, modificabile, effimero. La luce gnostica diventa informazione genetica; l’anima, un dato instabile.
L’uomo, allora, non saprà mai se vive in un sogno o in una realtà costruita da sé. La fantascienza non fa che ripetere questo dubbio antico, mascherandolo con macchine, schermi e cieli artificiali. Il mondo moderno ‒ dice il film ‒ è un inganno realistico: un atlante di bolle di vita che si toccano e si confondono, come neuroni in una mente collettiva.
Distopie
È il caos ordinato di Ubik, il capolavoro distopico di Philip K. Dick, la confusione tra reale e immaginario, la necessità di smascherare la menzogna. Cloud Atlas è dunque una parabola post-gnostica: non c’è redenzione, se non nella conoscenza di ciò che ci circonda. Le vite si intrecciano, come nella rete di Indra o nella trama del Web. E noi, eletti o no, restiamo prigionieri delle sue maglie.
Alla fine, come in certi miti orientali, la coscienza si risveglia solo attraverso la ferita. Un dolore, una nota stonata, un istante di perdita basta a spalancare il fiore che dorme in noi. È in quel vuoto, in quell’errore, che incontriamo il nostro non-sé. La principessa del racconto tamil, dopo aver attraversato sogni e reincarnazioni, rifiuta di credere che tutto sia illusione. Capisce che nei sogni ha incontrato se stessa. E che oltre il sogno non c’è altro mondo, ma la stessa vita che continua, ostinata, imperfetta, vera. Due sinfonie diverse, Cloud Atlas e la coscienza umana, con la stessa ispirazione: l’impossibilità di sfuggire a se stessi.
Vorrei infine ricordare come il presente ci metta davanti, con crudele chiarezza, all’impossibilità di vivere senza lotta né dolore; esistere significa assumere la propria colpa e sapere di dover morire. Il presente, in fondo, non cambia: muta soltanto la sua apparenza. Resta definitivo, come una sentenza, nei confronti del nostro essere. E ci sfugge, proprio come ci sfugge tutto ciò che lo oltrepassa.
Il divenire – quello che gli antichi chiamavano Heirmamenē – è un muro contro cui urtiamo, e sul quale inevitabilmente naufraghiamo. La creazione che abitiamo, un tempo ritenuta paradisiaca, si è rivelata un luogo infernale. Non possiamo modificarla; possiamo soltanto vederla, osservarla nella sua evidenza brutale, senza poterla spiegare o giustificare. Essa esiste insieme a noi, ma resta estranea: opera di potenze cieche, di quegli «Arconti» che gli Gnostici immaginavano come macchine impazzite, generatrici di un meccanismo oscillante. Lo stesso che, se abbiamo fortuna e disciplina, possiamo intuire nel moto delle stelle.
Anelare il limite
Eppure, qualcosa ci sfugge ancora. Nei momenti estremi, quando la coscienza tocca il limite del suo orizzonte, qualcuno può capire che la fede in un dio buono e creatore non è che una menzogna; la più antica e la più consolante. Basilide, uno dei primi gnostici, diceva che il vero Dio non esiste. Forse intendeva che non esiste per la coscienza comune: quella che conosce solo per agire, che misura la realtà con fini e strumenti, e così facendo la perde. Essa resta prigioniera dello spazio e del tempo, nel regno della materia, e non può nemmeno avvicinarsi all’origine del nostro male: la sofferenza, l’angoscia.
Solo l’essere che conosce la disperazione può liberarsi da questo giogo. In quella disperazione scopre un’altra forma di Dio: non esterno, non padre, ma luce interna che si dilata nell’anima. Resistere diventa allora possibile solo tornando a sé, accettando la finitudine dell’angoscia. Perché vivere e soffrire, in fondo, sono la stessa cosa.
Questo i nostri creatori non possono saperlo. E perciò chi lo capisce – i vecchi maestri gnostici, i filosofi senza patria – appare spesso come un sospetto, un ribelle, un folle. Ma anche se deriso, anche se respinto, egli si distingue facilmente dalla massa che si accontenta di belare insieme.















