Cent’anni fa già Paul Valéry lo aveva scritto nella sua opera La conquista dell’ubiquità: le macchine cambieranno radicalmente la natura dell’arte e la posizione dell'artista, spingendo entrambi verso forme nuove che non esisterebbero senza dispositivi meccanici.
È stato vero per la fotografia, per il cinema, per la televisione. Allora perché, al netto di dubbi umanissimi, oggi non può esserlo per l’Intelligenza Artificiale (IA)? E a guardare il panorama degli artisti under 40 – quelli che una volta avremmo definito underground – la terrorizzante IA è già sbarcata da un po’, tanto che, per esempio, è nato il BAIFF (Burano Artificial Intelligence Film Festival)1 rassegna europea dedicata a cortometraggi realizzati con l’ausilio dell’IA oppure che l’abbia come tema centrale.
Durante la terza edizione, lo scorso autunno, è stato anche conferito il premio CoMeta2 destinato al migliore artista italiano che abbia utilizzato l’intelligenza artificiale come strumento di ricerca, innovazione e linguaggio creativo. Vincitore: Roberto Beragnoli3, tecnicamente media artist, ma il suo profilo è molto più complesso.
Con la IA ha creato opere interattive anche al servizio della ricerca, sculture intelligenti, “cortometraggi” come la corposa serie Journey to Italy4, progetto basato sulla rilettura delle grandi opere letterarie del Novecento che narrano di viaggi nella nostra Penisola, a partire da Goethe. Un lavoro che ha convinto pubblico e addetti anche al MEET Digital Culture Center5 di Milano, nel 2024.
«Questi riconoscimenti confermano che l’IA non è solo un mezzo tecnico, ma un nuovo linguaggio legittimato come tale», precisa Beragnoli che si diploma come informatico, poi si laurea in filosofia – estetica - e non smette mai di disegnare, di fare grafica, sua passione fin dall’infanzia vissuta in gran parte in un paesino di montagna, Le Piastre, in provincia di Pistoia noto alle cronache per il Campionato Nazionale della Bugia6 con annessa omonima Accademia.
Ora mi tocca una confessione: sono cresciuta nello stesso paesino di Beragnoli, sebbene in anni diversi.
Io, già adulta, lo ricordo bimbo che già sorprendeva con la sua matita, mentre disegnava vignette anche per quello stravagante Campionato. Ritrovarlo artista e poterlo intervistare è un regalo di questa professione e conferma che il talento non ha perimetri, tanto meno geografici. Ora, credere a un giovane cresciuto tra “bugiardi dichiarati” che manipola la realtà con l’algoritmo, mi rendo conto sia impresa ardua, ma vale la pena per accedere a un mondo del quale si parla ancora molto per stereotipi. Quindi, proviamoci e, solo alla fine, ognuno tirerà le proprie conclusioni.
Grafico, informatico e filosofo: come hai messo insieme queste anime?
Ho sempre viaggiato su due binari: quello artistico — disegno, pittura — e quello tecnologico. Ho sempre sentito che potevano convivere e alimentarsi l’un l’altra. Quando sono entrato nel mondo del lavoro ho scelto l’innovazione: stampanti 3D, startup, ricerca e poi nel 2015 i casi della vita mi hanno portato a collaborare alla start up PNAT7 uno spin-off dell’Università di Firenze, diretto dal neurobiologo Stefano Mancuso8 con il quale realizzammo il progetto Jellyfish Barge9, una serra galleggiante che utilizza il sole per generare acqua potabile ed energia. Fu esposta all'EXPO 2015 a Milano: io mi occupavo della prototipazione della sensoristica di bordo.
Sempre nel 2015, con lo stesso team, fondammo MoveOnApp10, che si occupa di dispositivi medici per la riabilitazione con la quale, sempre sotto la direzione del professor Mancuso, sviluppammo un dispositivo che s’inseriva alla base delle stampelle (quelle per deambulare, ndr) e monitorava il peso e i movimenti di chi le usava, aiutando la riabilitazione grazie all’intelligenza artificiale. Era un modo per far dialogare corpo e macchina, errore e apprendimento.
Realizzare prototipi come nell’esempio che hai fatto non è affare da ingegneri?
Fino a dieci, quindici anni fa era così, poi sono arrivati strumenti che hanno democraticizzato la tecnologia: chiunque, con curiosità e un minimo di competenze, può inventare, prototipare, creare. Io ho colto subito quella possibilità per dare forma alle idee. E da lì ho capito quanto la tecnologia possa essere creativa, se si guarda anche con occhi filosofici.
E come intrecci filosofia e IA?
Sono due modi di guardare alla stessa domanda: cosa significa creare? L’IA non è uno strumento neutro, ma è un pensiero che si manifesta in forma algoritmica. Quando la usi, non stai solo generando immagini o video: stai misurando il confine tra umano e artificiale, tra l’intenzione e il caso.
Il filosofo Vilém Flusser, un interprete del Novecento del rapporto tra tecnologia, immagini e cultura nel XX secolo, sosteneva che quando l’artista usa strumenti tecnici deve “giocare contro l’apparato”, piegarlo ai propri fini perché “la macchina” tende a programmare i gesti, ma l’umano può sovvertire il programma per creare arte. Vale anche per la IA o bisogna averne timore?
Non vedo IA come minaccia, ma come uno specchio. L’IA non inventa nulla che non sia già umano: amplifica, distorce, rielabora. Il rischio non è la tecnologia, ma l’uso inconsapevole che se ne fa. Per questo servono filosofia e arte: per capire cosa stiamo veramente guardando quando osserviamo un’immagine generata.
Quindi secondo te l’arte con l’IA non è un’illusione, ma un atto di consapevolezza?
Sì, assolutamente. È il tentativo di restare umani in un mondo che si automatizza. Di chiedersi, ogni volta: chi parla, quando parla una macchina? E chi ascolta, davvero?
La tua prima opera digitale?
La prima che ho esposto è stata il Profilo continuo di Donald Trump, nel 2017. Era una reinterpretazione ironica dell’opera futurista di Renato Bertelli11 dedicata a Mussolini. Nella mia versione, la scultura fisica si univa al digitale: la base mostrava i tweet di Trump in realtà aumentata. Era una riflessione sull’immagine del potere e sull’automatismo della comunicazione contemporanea.
Come sei entrato nel mondo IA?
Sono stato uno dei tester di OpenAI per GPT-3, prima ancora che esistesse ChatGPT. Nel 2020 ho chiesto di partecipare al programma e mi hanno accettato. L’IA era territorio da pionieri ed è stato come scoprire un nuovo pennello. Poi ho partecipato anche a lavori collettivi come per esempio Human in the Loop, un progetto realizzato con il Meet Digital Center di Milano, con Maria Grazia Mattei12, una delle figure più importanti della cultura digitale in Italia. L’idea era rovesciare la dinamica tradizionale: non l’uomo che comanda la macchina, ma la macchina che dà istruzioni all’uomo. Gli artisti dovevano obbedire — o ribellarsi — a ciò che l’IA chiedeva di fare.
Com’è andata?
Si sono create tensioni forti, conflitti veri. L’opera finale era proprio la documentazione di quel processo. L’umano ha vinto.
IA attinge a un data base creato da esseri umani, in linea di massima appartenenti al mondo occidentalizzato e di genere maschile, quindi rischia di produrre informazione, schemi, approcci, convenzioni, pregiudizi “monoculturali”. Non è un limite grande anche per l’arte?
Dalle primissime sperimentazioni si è iniziato a discutere di questo e a proporre soluzioni. Ci sono tanti modelli e i più importanti sono asiatici, non occidentali. Due anni fa sono stato relatore all’Accademia di Belle Arti di Bologna per la tesi di uno studente che indagava il tema dei bias (distorsione cognitiva, pregiudizio algoritmico, ndr). Ultimamente se ne parla molto meno perché sembra che il problema sia risolto in gran parte. È una cosa che sta a cuore a molti.
Di base, l’IA è uno specchio dell’uomo, non è qualcosa a sé stante. Quindi: i bias ci sono, poi sta all’artista capire se usarli in un modo o in un altro, se nasconderli o renderli più visibili. Il libero arbitrio esiste sempre: nella realtà digitale come in quella analogica.
Il tuo ultimo lavoro, Journey to Italy, che cosa è e come nasce?
Oltre dieci anni fa, all’ultimo esame universitario che era di storia moderna, avevo letto i viaggi in Italia di Goethe, Montesquieu e Montaigne. Poi vidi Viaggio in Italia di Rossellini. Mi è rimasta l’idea che quel “viaggio” fosse un genere narrativo e avrei voluto fare un film, però era troppo ambizioso e nessuno lo finanziava. Così il progetto è rimasto nel cassetto per dieci anni, fino a che è arrivata l’intelligenza artificiale.
Il primo passo è stato realizzare un lavoro fotografico che è andato benissimo: per due anni ho avuto articoli su Vogue, su la Repubblica e molta attenzione in generale. Quest’anno ho ripreso in mano il progetto video. Avevo già creato un pilot nel 2024, esposto al MEET di Milano, ricevendo ottimi riscontri. Così sono andato avanti.
Ed è venuta fuori una serie, di fatto, con mini-episodi, ma potrebbe diventare il film che avresti voluto fare dieci anni fa.
È entrambe le cose. Ogni episodio dura un minuto e mezzo: sono micro-puntate. Se le metti in fila ottieni un film. È un format nuovo per l’Italia, ma in Cina è già un fenomeno: li chiamano micro drama. Sta esplodendo anche negli Stati Uniti, tanto che piattaforme come Netflix e YouTube stanno cercando di produrre contenuti di questo tipo. In Italia, invece, non se ne parla ancora, ma direi che entro un anno e mezzo si vedrà anche qui.
Un “viaggio” realizzato stando fermo davanti al computer: soddisfatto?
Sì, anche Jules Verne ha scritto Il giro del mondo in 80 giorni senza muoversi (sorride). Mi piace il lavoro di ricerca, al desk, che precede il montaggio. Ho creato brevi episodi e iniziato a pubblicarli sui social a maggio 2025: è stato un crescendo di consensi. Sono riuscito a esprimere quello che volevo: capire come l’Italia — reale, simbolica, estetica — può essere riscritta lavorando, grazie alla IA, sul confine tra reale e immaginario, tra realtà e finzione. È un’opera in qualche modo ispirata a Borges, alle possibilità del reale. E questo è arrivato anche al pubblico, che ha apprezzato molto.
Domanda necessaria: il lavoro dell’artista umano verrà sostituito dall’IA o, come sosteneva Michael Duchamp, la macchina non è nemica dell’arte ma è un linguaggio per liberare l’arte dall’estetica tradizionale?
Se parliamo di etica in generale e in termini di posti di lavoro, penso ci saranno fasi di perdita e fasi di creazione, non sarà un percorso lineare. Dal mio punto di vista, però, l’artista umano non sarà sostituito dall’IA: la userà. Io mi definisco autore e in questo momento mi riconoscono proprio per la mia mano, per il mio sguardo. Se dai la stessa IA a due persone diverse, non ottieni lo stesso risultato. La creatività resta umana.
L’etica coinvolge anche il fruitore, però.
Certo. Qualche anno fa realizzai un’opera fake, la Domus dei Mille Mosaici13 con il proposito di “ingannare” il pubblico, ma era un’operazione artistica che conteneva un avvertimento: guardate cosa può accadere.
Era la ricostruzione di uno scavo archeologico vero e proprio, un’operazione di recupero avvenuta in una Ravenna immaginaria, quella del metaverso. Se fosse stata la verità, sarebbe stata una delle più grandi scoperte archeologiche del ventunesimo secolo. Erano solo tre anni fa, ma non si sapeva ancora di poter essere ingannati in quel modo dall’IA. E in molti ci sono “cascati”, come per la beffa nel 1984 delle vere false teste di Modigliani e in quel caso la IA non c’entra nulla. In generale, ovviamente, mi oppongo all’uso malevolo della tecnologia, non è quello il mio obiettivo.
E poi in Italia, per esempio, esistono già leggi che obbligano a dichiarare dove si usa l’intelligenza artificiale, anche se siamo ancora agli inizi. L’obiettivo è che il pubblico non si fermi più alla “macchina”, ma guardi il contenuto. Tutti gli artisti che lavorano con l’IA aspettano il momento in cui non si parlerà più di IA, ma solo dell’opera, perché per noi l’intelligenza artificiale è come un pennello.
Alla luce di questa dichiarazione, di' la verità: quanta farina del tuo sacco c’è in un tuo video e quanta è della IA?
Ah, questa è la domanda più difficile! (ride): ogni mio lavoro deriva da esperienze diverse che ho fatto realmente, anche fallimentari, ma tutte mi hanno lasciato qualcosa di pratico. Il processo parte da un’idea visiva o concettuale: raccolgo riferimenti, testo frasi, provo immagini, costruisco le sequenze. Faccio molta ricerca, anche su libri, giornali, tv, radio. Solo dopo questo percorso passo alla fase tecnica in cui la IA diventa uno strumento per dare forma a ciò che ho già in mente. È come dirigere un set che non esiste, ma che io vedo perfettamente davanti a me. Dà forma alla mia immaginazione, senza limiti.
Roberto Beragnoli al lavoro, foto gentilmente concessa dall'intervistato.
Note
1 Il futurisco Burano Artificial Intelligence Film Festival, si tiene nella cornice di Burano.
2-3 Il premio Cometa viene rilasciato dall'Associazione culturale CoMeta, nata nel 2022 da un'idea di Mario Esposito e Antonio Barbato. Il vincitore del premio 2025 è stato Roberto Beragnoli.
4 Qui la possibilità di vedere Viaggio in Italia, direttamente dal social scelto da Roberto Beragnoli, Instagram: non.existent.studio.
5 MEET è il primo Centro internazionale per l’Arte e la Cultura Digitale nato a Milano nel febbraio 2018.
6 Il Campionato Nazionale della Bugia si tiene a Le Piastre, in provincia di Pistoia.
7 Pnat Project Nature, un team di scienziati e designer che creano innovazione per il mondo attraverso le piante.
8 Stefano Mancuso è un neuroscienziato e saggista italiano che insegna arboricoltura generale ed etologia vegetale all’Università di Firenze.
9 Progetto Jellyfish Barge.
10 MoveOnApp utilizzata per il monitoraggio remoto delle attività di riabilitazione.
11 Renato Bertelli.
12 Chi è (Maria Grazia Mattei)[https://www.meetcenter.it/it/chi-siamo/maria-grazia-mattei/].
13 A Ravenna la burla della Domus dei mille mosaici, articolo uscito su Ansa il 6 novembre 2022.



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