Ho sempre avuto grande simpatia e un interesse quasi esclusivo per autori nei quali la vita e le opere siano improntate a una certa eccentricità e poste nettamente fuori dagli schemi esistenziali consueti. Autori la cui poetica rispecchia una propensione per il lato "in ombra" della vita e della natura umana, permeata, inevitabilmente, di quel mistero che uno sguardo acuto percepisce dietro la nitida luce delle cose.

Costanza Savini è una di loro.

Ho letto il suo romanzo d’esordio Il lago in soffitta ambientato durante il Secondo conflitto mondiale dove attraverso gli occhi di Nina, sfollata con la famiglia sulle sponde del lago di Garda, assistiamo al passaggio dall’infanzia all’alba dell’età adulta di una generazione a cui le tragiche contingenze storiche non impediscono di vivere la magia dell’adolescenza nell’hortus conclusus di una vecchia casa dove rifugiarsi nel silenzio di antichi misteri mentre fuori nel mondo infuria l’inferno.

Il tema viene ripreso nel romanzo L’occhio della farfalla, uscito nel 2020, e sempre ambientato nell’antica dimora sul lago di Garda, nella malia inquietante che trasuda, come un torbido icore, dall’arcano passato di una famiglia di cui resta traccia in vecchi documenti di studi entomologici ai limiti della negromanzia.

Seguono raccolte di racconti, storie per ragazzi dove l’autrice, come ha detto bene Antonio Faeti, “scrive tenendo in mano un talismano che ha le caratteristiche di quelli usati dai grandi favolisti” e “il meraviglioso permea la quotidianità”. Ma questa autrice annovera anche straordinarie collaborazioni come in Morte nei Boschi, un avvincente noir storico scritto a quattro mani con Giorgio Celli - celebre etologo, uomo politico, e artista poliedrico. Il testo, grazie a un’accurata ricostruzione degli eventi, propone da parte degli autori una personalissima interpretazione di quello che resta uno dei più inquietanti misteri insoluti della storia europea: la vicenda della bestia dello Gevaudan che, tra il 1764 e il 1767, provocò nelle campagne francesi oltre 113 vittime divorate o atrocemente mutilate, e nonostante si fosse mobilitata l’intera Francia di Luigi XV l’autore dei delitti, uomo o bestia che fosse, è rimasto sconosciuto.

O come nel romanzo La Stanza Indaco, uscito anche in versione cinematografica nel 2024 e presentato al Festival di Roma nella rassegna “Alice nella città”, dove attraverso la drammatica vicenda di due ragazzi ricoverati nel reparto di terapia intensiva di un grande ospedale – Romeo un violinista e India giovane studentessa – , si parte volando letteralmente fuori dalla finestra del reparto, costantemente avvolto in una irreale luce indaco, verso le foreste incantate delle Alpi dove Stradivari sceglieva per la loro risonanza gli alberi da cui ricavare i suoi preziosi strumenti, o per salpare a bordo della “Nave delle stelle”, per un viaggio tra vita e morte, dove il sonno e la veglia trascolorano nel sogno in una strana luce irreale.

E arriviamo così all’ultimo romanzo di Savini in uscita in questi giorni. Radice Madre. Di corpi, piante e genealogie invisibili con la suggestiva copertina di Alessandra Pescetta, regista pluripremiata e AI dreamer con cui Savini ha co-sceneggiato il cortometraggio Phosgene Tears to old Kassandra, accolto dalla critica a Sguardi Altrove Film Festival 2026 e aperto ufficialmente la 16ª edizione del Lugano Other Movie vincendo nella sezione corti per la miglior regia.

Già dalle prime battute si intuisce che non si tratta affatto di un romanzo di iniziazione perché Adalia la protagonista, per tutti Ada, è già una iniziata ma “lentamente”, come le piace rivelare di se stessa già dalle prime pagine, quando racconta quanto caparbiamente si fosse rifiutata di abbandonare la certezza del ventre materno per l’avventurosa incertezza di un mondo destinato a dissolversi nell’entropia.

Perché sì, Radice Madre è il romanzo dell'entropia, intesa come inesorabile orizzonte di declino e di dissoluzione degli esseri e delle cose.

All'entropia filosofica o fisica tendono infatti tutti i protagonisti di questo memoir che si sviluppa in un arco temporale di decine di anni: Monica Ruiz, madre di Adalia, scienziata impeccabile che sotto una maschera rigorosa nasconde una natura audace e visionaria, bella di una bellezza inquietante, inafferrabile come una menade ma capace di amare disperatamente. Ad un certo punto della sua vita abbandona le rigide e confortanti regole della scienza accademica, conformata a un materialismo empirico che Monica sente sempre più estraneo, per intraprendere con fatica un percorso alternativo con derive mistiche e alchemiche che la trasformeranno in una sorta di dolente athanor da cui uscirà Brenno, tragico homunculus.

A un'entropia esistenziale è destinato anche Vitaliano Mascagni, ricercatore scientifico e collega di Monica. Uomo funambolico, forse per le sue origini picaresche e l’atavica consapevolezza che la sua è una vita presa in prestito da quando, casualmente, scopre che la madre tentò di abortirlo. Segretamente innamorato di Monica, attende come un grosso felino sornione l’occasione giusta per arrivare a lei, il momento da non perdere prima che diventi per sempre un momento mancato da aggiungere agli altri della propria vita.

Ma da un inesorabile “orizzonte di dissolvenza” è attratta anche Geraldina, madre di Monica e nonna di Ada, un tempo pianista apprezzata, depositaria di “non detti” familiari che una memoria resa frammentaria dalla malattia restituisce in una caleidoscopica anamnesi raccolta per una burla surreale del padre di Ada. Tragicomica figura, Geraldina vive in una realtà tutta sua costruita e mantenuta con la dolente complicità di Ada e della fedele domestica, come un labile schermo levato contro la luce troppo vivida e spietata di una realtà che rischierebbe di consumarla.

Infine, verso un’entropia fisica corre veloce Carlo, marito di Monica e padre di Ada, guascone avventuriero di provincia un po’ vintage, dotato di fascino naturale e una disincantata attitudine predatoria verso la vita, che esprime compiutamente nel suo mantra-regola esistenziale:

prendi tutto adesso perché dopo non c’è più niente.

Gira per l’Europa fascinosa e blindata degli anni ‘60 e ‘70 sulla sua spider, una Camel dietro l’altra, a caccia di donne profane e icone sacre, valicando con disinvoltura confini allora proibiti e beffando cortine di ferro, in fondo solo per il gusto di farlo. Pesca anguille nelle paludi della Bassa Romagnola e caccia fantasmi con la scanzonata baldanza con cui Stubb, il secondo ufficiale del Pequod, arpionava balene al largo del Capo delle Tempeste. Incontra anche lui, come gli altri personaggi del romanzo, il suo “orizzonte di dissolvenza” ma da uomo libero, come tiene a rivendicare, vuole scegliere la sua scenografia: una Grecia cupa e dolente - che ricorda più quella del colosso di Maroussi che quella onirica e solare di Fermor-, scortato nel suo viaggio verso il nulla da una donna che sembra la sacerdotessa di un culto misterico che lo venera come un dio ferito, come la triste Pizia di un povero Apollo tradito dal suo Sole.

La sintropia è la tendenza opposta all'angosciante nichilismo dell'entropia: essa è la pulsione verso l'ordine e l'armonia di sistemi complessi come negli esseri viventi, esprime un bisogno di amore, sinergia e connessione e ad essa tende, invece, la protagonista del romanzo, Adalia, che è il perno sintropico della vicenda. Bella anche lei ma di una bellezza diversa rispetto a quella ieratica della madre, saggia ma meno sapiente di Vitaliano e meno selvaggia di Carlo ma sintesi di tutti loro. Ha lottato per nascere e restare perché come lei stessa dice a un certo punto:

Per esistere, ogni cosa che vediamo intorno a noi ha dovuto lottare e vincere il nulla, il suo ‘non esserci’ di prima che venisse al mondo e che con lei ha dovuto ritirarsi.

Adalia conosce d’istinto la forza di tutte le cose che esistono, anche le più umili e fragili e che proprio per questo sente come preziose in quanto portatrici di una valenza simbolica e sapienziale che nessuna idea astratta, e tanto meno il “pragma”, può uguagliare. Adalia è essenzialmente una figura antipragmatica, capace di guardare il mondo e le cose direttamente e non attraverso la lente consunta di concetti già dati, e semplicemente decide di tuffarsi appassionatamente nella vita perché sa, o forse ha sempre saputo, che su questa Terra, dopo Afrodite, niente è più bello del Mistero insondabile di un fiore.

Radice Madre. Di corpi, piante e genealogie invisibili, Aiep editore, pag. 203. Immagine di copertina: Alessandra Pescetta.