Nonostante non viva più in Italia da tanti anni, tra un vino e l’altro, una cantina e un’altra, la musica italiana continua a fare da padrona nella mia vita.
Periodo di Sanremo.
Lontana, espatriata in Francia, aspetto di sentire la «Sua» canzone e il suo album.
Eco - «Se potessi dirti che qui la paura non ha età… ».
Ho avuto l’impressione di ritornare indietro nel tempo. Testi e voci di un’altra epoca, Mina, Dalidà, Vanoni. Una sincerità talmente intima da perturbare. Una fragilità che si può accarezzare. Quasi commovente. Dopo tanti anni una voce che racconta di un contesto che abbiamo vissuto e che viviamo. Uno specchio intimista di una realtà che per taluni è stretta e che preferisce l’empatia all’indifferenza.
Un disco da cinema, da vecchi suoni, da chitarre seducenti e spose dei suoni dei western marchiati «Leone». Si ha l’impressione, chiudendo gli occhi di trovarsi dentro una Fiat 124 spider agli inizi degli anni '60. Blu dei faraglioni di Capri.
Tende bianche e vento di mare.
Scirocco in un paesaggio brullo e fatto di riflessi.
E ancora, nella piazza di un piccolo paesino chiamato San Salvatore, dove in un saloon risuona la musica di Piero Umiliani, in una serata d’estate. In una isola ancestrale.
Tramonto: «Invento mille scuse per restare sola con te, nella notte c’è una luce qui sul mare che cambia colore sembra la fine del sole... ».
Citazioni e arrangiamenti di una perfezione sorprendente.
La forma liquida: «fingo di essere fragile… ». Il cambiamento di stato chimico e il cambiamento emozionale. Sfuggente, alla scoperta di trasformazioni, la signora Thiele ci porta in una sorta di limbo sospeso. In una riflessione ipnotica e ritmata sulle relazioni.
Veleno: «non puoi farmi più del male ora che non ho, non ho più paura... ». La consapevolezza e il distacco. Le radici. Ambientazioni da ultimo duello. Una sfida all’ultima presa di coscienza. Strade polverose e una eroina che se ne va sul suo cavallo. Una frattura che si risolve con la distanza. Le immagini si fanno sfogliare come in un libro.
Joanita: «Jo, ama più che puoi... ».
L’arpa e i violini a raccontare una storia fatta di gente e di famiglie lontane, vicine, perse, ritrovate.
Bacio sulla fronte: «Dimmi che resterai vera, sempre sincera nelle cose che fai... ». La ricerca dell’autenticità. In contrasto evidente con il movimento di questo piccolo pianetino che accelera e che ci spinge a nascondere piuttosto che a svelare. Ritmi ancora una volta che avvolgono e che evocano immagini di viaggio interiori e non.
In un momento storico dove le emozioni sono completamente schiacciate da un ventaglio di proposte e sollecitazioni sempre più insistenti e superficiali, la Signora Thiele arriva a portami in un mondo conosciuto e mai visto.
Ancora le arpe. Un basso e una batteria che incitano alla resistenza, al rialzarsi sempre. Una chitarra come una lametta taglia l’aria. La croce di un passato non risolto che torna. Le parole come un mantra, una preghiera, una speranza che si installa al centro della canzone. Un respiro, un momento di serenità, prima di continuare a correre. Il ritmo incalza di nuovo e la lotta rincomincia.
Cruz: «Io lotto per me, di giorno e di notte io lotto per me... ».
E poi di nuovo, immersa tra il bianco candido e il celeste pastello dei paesaggi salmastri, L'invisibile (Joan Thiele e Luca Faraone) – «Quante cose non so, vorrei saperle, ma no. Non posso stare più qui, seduta ad aspettarmi… » Riconnettersi, con il tempo, con sé stessi, con qualcuno, con un ricordo, con un attimo.
Ancora sospesi in un sospiro di malinconia e voglia di evoluzione.
Un viaggio alla scoperta di una Dea – «Dentro la mia testa qui c’è un mondo da scoprire sai… », con un Volto di Donna – «Diventeremo sale per restare a galla… » che abbraccia come una risacca di fine pomeriggio in un mare di sabbia di quarzo.
Queste sono le sensazioni di questo album fuori dal comune e forse fuori dal tempo. Un disco che comincia e finisce con una italianità sottolineata e definita in questo album dalla produzione, dalla lingua e dalla nota vocale finale che lascia senza fiato.
Una carezza sussurrata e una condivisione profonda.
Pazzarella: «Gli occhi tuoi sono due gocce sole… ». Un tornare all’infanzia, una casa, una cucina, una donna. Una famiglia che non è sempre la stessa. Un «foyer», senza necessariamente un fuoco. Una matassa di ricordi che esplodono in un disco che finalmente ci ricorda la bellezza della nostra natura. L’essere che siamo diventati e che eravamo. La nostra fragilità espressa in un italiano che sembrava perso musicalmente.
Un viaggio di una donna nelle sue emozioni e paure. Noi, come Ulisse, ci lasciamo incantare, ricordandoci che siamo fatti di vibrazioni, di pelle d’oca, di voglia di evolvere.















