Oggi voglio partire raccontandoti una storia.

C’è un soldato che non riesce ad uscire da una buca, così chiede aiuto. Passa un Sottufficiale e gli dice: “Fattene una ragione, figliolo, scava più a fondo.” E getta al soldato una pala.
Il soldato fa quello che gli viene detto e scava più a fondo.
Il prossimo a passare è un Ufficiale e dice: “Diavolo, ragazzo, usa gli strumenti che ti ha dato il Sottufficiale!” e gli lancia un secchio.
Così il soldato nella buca usa la pala per riempire quel secchio ed il buco si fa profondo, giusto?
Poi arriva un Dottore, gli offre delle medicine e dice: “Ti faranno dimenticare la buca”.

E funzionano. Ma poi le pillole finiscono.
Poi arriva un soldato, un tipo come lui, coperto di fango e terra e sente le grida di aiuto e quel soldato sporco salta giù nel buco. Il ragazzo va fuori di testa: “Cosa fai?!? Adesso siamo bloccati entrambi nel buco!”
E quel soldato sporco con un sorriso semplice dice: “Calmati, amico. Sono stato qui prima di te. So come uscire.”

Molti anni fa mi sono ritrovata in una buca. Precisamente non so come ci sono cascata dentro, semplicemente un giorno mi sono accorta di essere sprofondata. Forse si è aperta una crepa oppure ho messo male il piede, sta di fatto che ero laggiù e mi sentivo senza via d’uscita.

La mia buca era fatta di attacchi di panico travolgenti, di cortocircuiti sensoriali, emotivi e cognitivi caratterizzati dalla mancanza d’aria e dalla certezza di essere ad un passo dallo svenimento, o peggio, dalla morte.

Succedeva tutto all’improvviso, quasi come calpestare una mina antiuomo... boom! La vista si faceva confusa e il respiro corto; formicolii lungo le braccia e l’oppressione delle emozioni compresse nel petto. Non una parola poteva uscire dalla bocca, non un passo poteva spostarmi da dov’ero. Da quella buca che si faceva sempre più profonda dopo ogni esplosione.

“Fattene una ragione” è un po’ l’atteggiamento di default di quelli che ti stanno attorno – o almeno per me è stato così e spero che per te, caro lettore, sia diverso.

Quelle parole sono proprio come gettare una pala a quel povero soldato che, invece, vorrebbe uscire da quella buca più che scavare. Ma cosa vuoi farci? Già ti senti sopraffatta da te stessa, figurati se vuoi contraddire qualcuno…

No, anzi, quel qualcuno diventa il tuo secchio. Provi a svuotarti di quello che senti parlando con l’amico o l’amica, ma nessuno ha gli strumenti adatti per uscire da quella buca. Certo, nel secchio ci metti la terra, ma poco cambia se il risultato è sprofondare sempre più.

Nel ventaglio delle tentate soluzioni disfunzionali, ecco sbucare le pillole magiche. Tolgono il sintomo, forse, per me hanno cristallizzato la situazione. Me le ha prescritte il Dottore: Xanax. Famose quanto il gruppo headliner del tuo festival metal preferito e accompagnate da qualche goccia di Lexotan come gruppo spalla, sono state la colonna sonora per qualche settimana estiva circa quindici anni fa.

Ma la musica finisce e vanno ripuliti gli spalti e riordinate le sedie.

“Forse dovresti parlare con qualcuno”, me lo ha detto un’infermiera del Pronto Soccorso con voce calma e rassicurante di chi ne vede di tutti i colori. Avrà forse visto il grigio della mia espressione persa mentre descrivevo di nuovo i sintomi di un altro attacco di panico. Mi sarei potuta mettere in piedi sulla sedia come stessi recitando a memoria la poesia di Natale tanto erano ripetitivi i miei racconti.

Quel qualcuno è stato una psicoterapeuta e al primo incontro mi sentivo una novellina di fronte ad un Generale a quattro stelle. Con il tempo ho poi scoperto che è “una tipa come me”.

Cosa devo dire? Cosa devo fare?
Voglio solo che questa sensazione sparisca.
Come potrà mai aiutarmi?
“Forse dovresti parlare con qualcuno”, riecheggiava quella voce.
Ma poi, parlare… a cosa serve parlare?
Voglio solo uscire dalla buca.

Il finale della storia dice “so come uscire” e questo è l’inizio della mia storia.

Sai quante volte ho fatto dentro e fuori dalla buca? Più di quante ne abbia memoria. La mia buca e quella di altri.

Sono passata dall’essere quel soldato senza via d’uscita, all’essere in grado di scendere nella buca, sporca, per portarne fuori un altro. Come me. Come te.

Counselor relazionale è decisamente molto più che un titolo. Non sono solo un counselor perché ho studiato, ma perché ho vissuto la buca. Ci sono stata. So com’è quando il silenzio pesa più del fango. So cosa senti quando ti dicono di fartene una ragione. Conosco la sensazione che danno le pillole. Capisco quanto fa arrabbiare sentirsi senza via d’uscita.

Negli anni di terapia ho capito che parlare non è solo svuotare il secchio, è costruire una scala. Come counselor ho imparato ad usare il secchio per accogliere l’altro, per raccogliere e restituire e stimolare ogni possibile risorsa per uscire insieme dalla buca.

Credo sia possibile uscire proprio perché sono stata. Studi e tecniche aiutano, ma la differenza la fa conoscere l’odore, la luce, le ombre, la temperatura e i suoni della buca.

Il counselor non è qualcuno che ti tira fuori per forza, ma qualcuno che scende con te e ti dice: “Costruiamo l’uscita insieme”.

Forse dovresti parlare con qualcuno è il suggerimento migliore che ti possano dare. Forse questo qualcuno posso essere io, senza aspettare un altro metro di profondità.

Per anni ho avuto paura del giudizio degli altri al solo pensiero di ammettere di avere un problema e delle difficoltà, ecco perché oggi ti accolgo in uno spazio sicuro, lontano da etichette e sentenze.

Per anni ho vissuto nel caos emotivo, per questo oggi ti aiuto a fare chiarezza tra le emozioni e i sentimenti.

Per anni ho creduto di essere condannata a stare nella buca al punto di pensare che sarebbe stato meglio arredarla piuttosto che provare ad uscire; quindi, oggi posso aiutarti ripulire le tue risorse dal fango per sbloccare il potenziale inespresso.

Forse dovresti parlare con qualcuno. Ancora oggi non ho smesso di farlo.