Classifiche ovunque, e soprattutto noi costretti - davvero? E da chi? - a scalarle per avvicinarci sempre di più al vertice, perché - con ogni probabilità - riteniamo che quello sia il posto che ci compete. Ovviamente la cosa riguarda tutti noi, con il risultato - non è chiaro quanto auspicabile - di intasare il posto in cui riteniamo di poter, ed anzi dover, stare… Tutti sul podio, quindi, in questa strana classifica davvero poco articolata!
Pur se potrebbe sembrare essere vero il contrario, non vi è alcuna esagerazione nel sostenere quanto appena affermato; piuttosto, sono stati aumentati di molto i “primi posti” e il processo, apparentemente senza che nessuno lo contrasti, è in atto a velocità crescente. Non è affatto difficile, basta aggiungere ogni tipo possibile di valore, in alto ma pure in basso, in qualche modo finiremo per risaltare. In fin dei conti che importa se siamo davanti a tutti su un valore-di-nessun-valore? I campioni siamo noi!
Non bastassero tutti i casi “codificati”, possiamo utilizzare, e quindi aggiungere, nuove relazioni tra i noti parametri di giudizio, ad esempio il famigerato rapporto qualità-prezzo (tramite il quale, quanto meno a parere di chi scrive, si può dimostrare qualsiasi cosa, rendendolo di fatto superfluo), con evidente aumento, potenzialmente infinito, dei podi da “abitare”.
Abbiamo il quasi-meglio in quasi-tutto, non ne siamo contenti? Vero che in molti casi è il rovesciamento del giudizio a spingere la cosa verso l'alto, ma basta non dirselo… Piccola bugia, sicuramente, ma a fin di bene! Non riuscendoci, infatti, si apre il baratro: le cose che possediamo e quello che facciamo in realtà meritano ben altro giudizio, probabilmente perfino noi stessi.
Non possiamo analizzare tutti i casi possibili e immaginabili; ciò malgrado, limitandoci ai più interessanti ma con un occhio non troppo “indirizzato” sul risultato che vorremmo, non possiamo che ribaltare il punto di vista e prendere atto che tante, anzi troppe, cose, fatti e… perfino persone occupano in realtà i posti diametralmente opposti a quelli indicati in apertura. Il problema perciò non è più non arrivare primi - quanto ci tenevamo! - ma nemmeno secondi o terzi, è accettare l’anonima mezza classifica, la mediocrità letterale. Non bastasse, qualcuno dovrà pure arrivare ultimo… ma nemmeno questo rappresenta quanto vorremmo e dovremmo evitare. Non dimentichiamo i “non classificati”: nelle gare sportive sono quelli che non sono arrivati in tempo o hanno dovuto abbandonare la competizione. Nella vita reale è però molto peggio.
A questo punto non resta che passare dai numeri a qualche aggettivo, a qualcosa di più “connotativo”, per avere una classifica più parlante: meglio un “ottimo” che un “10”, uno “scarsissimo” piuttosto che un “2”. L’interesse non può di certo essere rivolto alla semplice conversione, come peraltro abbiamo notato essere stata effettuata in certi ambienti formativi; molto più interessante è, sicuramente, dirci che allo “0 (zero)” potrebbe corrispondere il termine “nullo”, ma che definirlo in questo modo può essere, guarda caso, insufficiente.
La totale assenza di contenuti di valore può, infatti, essere giudicata con l’attribuzione di un numero molto basso, ma l’utilizzo di parametri più discorsivi ci consente di dire di più. Il solo esempio che affrontiamo qui e ora è quello che riguarda l’“inutile”, contrapposto a “dannoso”, con buona pace dei numeri.
Ovviamente essere inutili significa non produrre alcunché, con lo scontato riferimento alla positività, perché non è di certo impossibile generare problemi e danni anziché i desiderati soluzioni e vantaggi. Non sarà che finiremo per rivalutare lo zero, dato che se è vero che tutti i numeri positivi lo superano, questo a sua volta è maggiore di tutti quelli negativi?
A beneficio di chi non creda alla cosa o sia comunque scettico, facciamo alcuni esempi. Lo scopo della trattazione non è ovviamente quello di fare accademia, retorica o simili, bensì quello di ragionare sul senso di circondarsi - ma anche solo accettare - cose, fatti e persone che apparentemente sembrano neutri, dovrebbero essere innocui ed invece, per usare un eufemismo, ci mettono in difficoltà. Nel lungo periodo tutto ciò si fa sentire, perché un conto è l’episodio sporadico, diverso il continuo essere oggetto di queste attenzioni. Ricordiamo la fatica dei materiali, concetto traslato nello stress: un piccolo sforzo, assolutamente sopportabile, se ripetuto molte o moltissime volte finisce per danneggiare qualsiasi cosa, corpi e menti comprese, ammesso che le vogliamo considerare distinte.
Il primo esempio non può che venire dal mondo del lavoro. Facile, scontato e rivelatorio come nient’altro è guardare a ciò che succede in chi opera per la retribuzione. Senza quest’ultima siamo, infatti, in ambiti diversi, dal volontariato al bricolage, molto meno interessanti rispetto agli scopi che ci siamo dati.
Lasciamo stare nuovi modi di fare come quelli di chi vorrebbe essere compensato per seguire i propri desideri anzi, se preferite, li mettiamo tra parentesi e li riprendiamo fra poco ed analizziamo rapidamente i più classici modi di fare.
Impossibile non fare una - l’ennesima? - premessa: ci si appresta a fornire solo un accenno alla cosa, non potendo effettuare la trattazione approfondita che forse meriterebbe. Lo scopo che qui si persegue è, infatti, quello di mettere vicine queste cose per avere un quadro d’insieme sul tema.
In primis c’è chi si dà da fare, fatica, produce e viene compensato, magari pure con i premi di produzione. In due parole ha diverse soddisfazioni, da quella economica a quelle - altrettanto importanti - dell’avere un ruolo e di sentirsi - più o meno - realizzato. A questi fa da contraltare chi non produce, magari incassando lo stesso stipendio: inutile, quanto meno dal punto di vista del datore di lavoro. Siamo sicuri che in realtà la definizione appena utilizzata non sia sufficiente, visti i risultati di un simile atteggiamento nell’ambiente aziendale, spesso, non sempre, sfociano nel danno, diretto ed indiretto, per cui è corretta la seconda definizione, magari spinta fino all’aggettivo “deleterio”.
Ovviamente fin dal primo esempio emerge nella dovuta modalità l’assoluta relatività del giudizio, perché, se quanto sopra ha valore dal punto di vista dell’imprenditore, da quello del dipendente potrebbe essere vero il contrario. Non si tratta di comicità, semmai di tragicità. Vogliamo affrontare il tema dell’uso degli ammortizzatori sociali da parte dei beneficiari? Meglio di no! Preferiamo ripensare a chi lavora sodo, magari essendosi preparato a dovere e a cui viene dato un tozzo di pane, senza maturare alcuna esperienza di valore: quale l’utilità? Se la risposta è solo riuscire a pagare le bollette, forse non ne vale la pena, anche perché viene preclusa la possibilità di fare qualcosa di migliore, con buona probabilità per sempre, il che ricorda, a tutti gli effetti, il “fine pena: mai” degli ergastolani...
Altro imprescindibile tema è quello delle relazioni personali. Siamo animali sociali, pur se molti fanno, vorrebbero, fingono o sembrano di essere eremiti… Le relazioni di qualità paiono sempre più rare; ciò malgrado non si smette di cercare e di essere - appunto - in relazione, anche quando non sembra esserci motivo per coltivarle.
Saltiamo a piè pari la ricerca di “qualcosa” su animali che non per nulla vengono definiti d’affezione e ritorniamo su noi bipedi. Si dice che piuttosto di niente è meglio piuttosto, così come gli esperti spiegano il permanere in relazioni tossiche da parte di persone maltrattate che avrebbero modo di interromperle non si spiega se non con il necessario bisogno di relazione, a tutti i costi.
Qui l’utilità, che ovviamente non ha e non può avere il consueto significato “utilitaristico”, fatto di vantaggi più o meno economici, appare razionalmente assente, al contrario del danno, ma viene rivalutata dall’insopprimibile bisogno di cui si è scritto, finendo per rendere l’alternativa in argomento quanto meno fallace. In questo caso, non c’è dubbio: inutile e dannoso non sono più alternativi, anzi, convivono, in quantità e percentuali variabili, non necessariamente equilibrate, con buona pace della razionalità.
Quanto appena affermato dimostra come i criteri che siamo abituati ad utilizzare, peraltro non inventati da noi ma frutto della nostra civiltà multiemilenaria, non sono sufficienti a descrivere quanto viviamo.
Scendendo più nel dettaglio, molti atteggiamenti si prestano all’analisi che qui stiamo effettuando. Dividendo le generazioni, potremmo riportare come ci sia chi - i più datati - ritenga che il lavoro sia un valore, se non il più importante,, quasi, mentre lo “scrolling” sui social network sia non più di una perdita di tempo, di un modo per ammazzarlo: ovvio il giudizio che questi danno su chi spreca la risorsa più preziosa, perché limitata… Al contrario, alcuni giovani, non certo tutti, ma ci sono, pensano che l’attività lavorativa non faccia altro che sottrarre tempo ed energia al più nobile fare consistente nella condivisione di sé sui social. Il giudizio da parte di chi a questi si contrappone è assolutamente privo di sfumature, ovviamente del tutto negativo.
Quindi, tutto ciò premesso, riteniamo utile il lavoro o i social, naturalmente decretando l’essere dannoso dell’altro?
Di seguito, considerando ed anticipando che la risposta non può che dipendere dal singolo caso, quindi niente generalizzazioni, meglio lavorare molto, facendo straordinari o comunque sacrificando grossa parte della propria vita privata o dare a quest’ultima la priorità? Cosa definiamo utile e cosa dannoso? Troppo facile parlare di un equilibrio che, nei fatti, è solo teorico…
L’estensione ci porta a ragionare sul periodo in cui lavorare attivamente, sia in ingresso che in uscita. Possiamo considerare più utile prolungare il periodo scolastico o anticipare il primo compenso? Scontato che molti lavori “titolati” non vengono più pagati meglio di quelli che non lo sono ma anche che la qualità di vita è diversa… Analogamente, andare in pensione all’età prevista o sfruttare la possibilità di anticipare, accettando una riduzione più o meno forte dell’importo cui corrisponde un maggior numero di incassi ma pure la riduzione delle spese, l’aumento del tempo libero, l’abbattimento dello stress e simili e così via. Perché di sicuro di vantaggioso non c’è solo il denaro, oltre al fatto che vi sono danni collaterali capaci di distruggere completamente ogni utile, passato, presente e perfino futuro.
Coppie e contrasti a questo punto vincono su qualsiasi opzione; la scelta (quasi?) non è tra questo e quello; entrambi sono validi. Non ci può essere utile senza danno e naturalmente la relazione è valida pure invertendo l’ordine degli addendi, come nelle operazioni matematiche. Vero che ci si può chiamare del tutto fuori, rinunciando, naturalmente, ad entrambi: niente danno, ma nemmeno nessun utile!
Meglio perciò smettere di accettare di continuare con il solito modo di fare per ragionare su quello che pensiamo, diciamo e facciamo. Niente moralismi - né di facciata, né sostanziali - ma la ricerca, affatto banale, di ciò che ci può essere utile e quello che invece potrebbe danneggiarci. Come dovrebbe essere a questo punto chiaro, non è un problema (solo) economico, o, se si preferisce, lo è se riusciamo ad estendere la cosa in campi non legati al denaro, sostanzialmente tutti quelli che non si misurano con la moneta. Non disturbiamo le figure professionali capaci di dare il valore (in euro) di tutto, anche, ad esempio, di un occhio, ed ovviamente pure di entrambi, che non corrispondono al doppio del singolo… con buona pace della matematica, perché vederci da un solo occhio non indica la giusta proporzione - la metà - rispetto alla completa perdita della vista, però qualche distinguo deve essere messo in atto. A nostro uso e consumo, ovvio!
Utile non è solo l’agire per soldi, modo sicuramente brutale per definire il lavoro, pensiamo alla partecipazione ad una conferenza o ad una mostra d’arte, la visione di un film o di uno spettacolo teatrale, l’ascolto di un concerto, il fare un viaggio o ciò che più ci aggrada. Qual è il rapporto/valore di ciò rispetto al denaro che spendiamo? Di conseguenza, l’utilità o il danno è maggiore per il denaro speso o risparmiato oppure per l’esperienza vissuta?
Qualcuno dirà che “In media stat virtus”, in realtà però, non credo di essere l’unico a pensarlo, è probabilmente solo un modo per uscire dall’imbarazzo di schierarsi, di esprimere un parere che con ogni probabilità finirà per risultare indigesto. Non è la medicina amara delle fiabe ma la consapevolezza di cui in molti parliamo ed auspichiamo ma che sembra sempre e solo riguardare gli altri.













