Se penso a quei giorni di abbandono, rivedo sopra di me, in alto, una lunga tela di un colore pallido, circondata dal buio. La guardo e penso a cosa potrei mangiare, ma non c’è proprio niente che non mi faccia vomitare, desidero solo acqua fredda. In quelle due settimane bere era l’unica cosa che desideravo. Poi l’attesa della febbre. Al mattino niente, al pomeriggio 37 e mezzo e alla sera 38 e mezzo. Eppure ho fatto due vaccinazioni; una per il Covid e l’altra per l’influenza, appunto.
Dicono però che questa mia influenza è di un ceppo non previsto; ma le cose sono sempre più complesse di come appaiono. Infatti, da una parte, in silenzio, esiste e resiste da più di venti anni il mio diabete 2. Abbiamo convissuto senza troppi problemi perché sono attenta al cibo - tranne ogni tanto una fuga verso il gelato - e soprattutto amo andare in bicicletta e nuotare. Questa mia passione per il movimento all’aria aperta - anche se l’aria di Ravenna è altamente inquinata da polveri di diversi tipi, tutti pericolosi - mi risuonava come la garanzia di vivere in buona salute, nella dimensione della normalità.
Invece no. Quel vivere “normale”, seccature comprese, ora me le sogno. Sogno la normalità degli aperitivi con amiche e amici anche quando mi annoio, i calici di vino che Raffaella e io allungavamo con un litro di acqua. Sogno le cene al ristorante ‘Le Corti” a Marina di Ravenna, dove ho mangiato le canocchie più buone del mondo. Sogno la solitudine di giornate tutte uguali, la noia, la depressione delle ore 16, la libertà del corpo quando orienta e guida la mente, ma anche la libertà della mente. Sogno le giornate perse. Sogno di essere libera di andare all’Orto botanico anche quando è freddo o piove e così in quel luogo immerso nel verde sono proprio sola.
Ora si è compiuto un cambiamento. Ora ho la consapevolezza che il mio tempo non è infinito quanto lo spazio che sto vivendo. È il momento in cui eseguo e mi immergo nelle cure prescritte, ma non accade nulla.
Diabete.
Dal passaggio diabete 2 a diabete insulinico la mia vita si è capovolta.
Marcella mi ha accompagnata subito al Pronto Soccorso. Il lunedì mattina è simile al dipinto di Pieter Brueghel il Vecchio Trionfo della morte,1569. Dopo cinque ore di attesa abbiamo mangiato un Tuc. Appena ho visto un infermiere in posizione di quasi riposo, gli ho detto che ero a digiuno da cinque ore e che mi sentivo svenire. Si è immediatamente allertato e finalmente ci hanno chiamato. La dottoressa quando ha saputo che avevo mangiato un Tuc ci ha chiesto cosa eravamo venute a fare.
Nel pomeriggio poi è comparso una specie di angelo custode con sembianze di medico, di quelli di una volta. Mi ha fatto una visita di un’ora e mezza e prescritto un chilometro di esami del sangue, da fare la mattina dopo in modo che al pomeriggio sarebbe riuscito a ottenere i risultati per portarli alla diabetologa.
Quest’ultima, senza alzare la testa dal computer, ha scritto per due ore tutta la mia vita e ci ha prenotato una visita dalla sua infermiera, la quale ci avrebbe spiegato tutta la mia nuova vita. Il giorno dopo Valentina e io siamo entrate alle 9 in punto nel mondo del diabete insulinico, dove una bella ragazza, per tre ore, ci ha spiegato il come il dove il quando e l’ora in cui dovrò fare, quotidianamente, quattro iniezioni nella pancia e tre punture al dito. Quando siamo uscite dal suo ambulatorio, c’erano diverse persone vicino alla porta, un po’ agitate dal prolungato stato di attesa. Così Valentina e io abbiamo capito che quella donna era l’unica infermiera a dover ricevere una trentina di pazienti e noi due avevamo assorbito tutto il suo tempo.
Non solo, la mia testa era piena di numeri e di aghi, ma non avevo capito assolutamente nulla, perché la mia attenzione era tutta concentrata sulla fobia per l’ago e sul rifiuto di questa medicina, che forse sarà anche l’unica che guarisce, ma è di un’aggressività che tutto consuma. Sono talmente terrorizzata che anche il sangue si ritira e non ne esce neanche una goccia e si deve ripetere sempre l’operazione. Da me neanche il sangue arriva. Sono impegnate nelle iniezioni, oltre a Marcella e a Valentina, anche Hana, Rosalba e Ida. E ogni giorno c’è una variante, un nuovo calcolo, una macchinetta che si inceppa, una distrazione. E questo è il versante diabete, che ho diviso dagli esami sul pancreas. Si è inceppato qualche passaggio e niente scorre più come prima.
Ma al prima bisogna tornare.
Pancreas.
Ero preparata ad affrontare i noduli alla tiroide, la pressione alta, il colesterolo abbondante, qualche stellina nella zona diabete, le ossa fragili, la protesi alle anche, ma il pancreas no. Il pancreas con me non c’entra - non c’entrava- proprio nulla.
Prima della TAC sapevo che c’era, ma proprio non pensavo che potesse crearmi disturbi. Non sapevo, ad esempio, che c’è un rapporto stretto tra diabete e pancreas. In generale, da quello che ricordo, non ho mai avuto problemi con i miei organi interni.
Per ora sono nella clinica privata “Domus Nova”, per un esame all’addome. Durante l’esame il medico sussurra esclamazioni che avverto non positive. Alla fine, quando ci rivediamo, il medico mi dice: “Complimenti signora per l’eleganza e la bellezza”. Marcella, Valentina e io ci guardiamo e da quel momento pensiamo seriamente che ho un tumore al pancreas. Per fortuna dopo due o tre giorni una TAC ci elimina quella certezza. Ho una pancreatite cronica con problemi anche alle vie biliari che bloccano la produzione di insulina; per questa ragione ho un diabete governabile solo con quattro iniezioni giornaliere.
Poi arriva quel venerdì che tutto annienta. Non esiste più né prima né dopo. Il mio corpo è avvolto da un tremore incontrollabile e febbre alta.
Mi attendeva una nuova corsa al Pronto Soccorso, durata dieci ore con ricovero finale, alle tre di notte, nel reparto di gastroenterologia.
Ero sulla soglia del mio girone infernale. Chissà se Dante, prima di intraprendere il viaggio agli Inferi, era precipitato anche lui nell’incubo della malattia…
Il ricovero mi ha trascinato, per vie solitarie, in un altro mondo. Ho sopportato il peso di queste giornate, a volte ciecamente e a volte ad occhi aperti, in attesa di Marcella e Valentina, le mie figlie, che per me continuano a fare miracoli. Sempre attente e presenti, hanno moltiplicato il loro tempo per seguirmi nel labirinto di esami, controlli, flebo, medicinali nuovi, diagnosi. A volte, per fortuna, accade che la mia mente si distragga. L’unico evento che unisce la normalità a questo nuovo mondo è la confusione. Me la porto dietro ovunque. Mi segue anche qui, nel mio supplizio.
Nella stanza dell’Ospedale non sono più neanche Mariella Busi - una persona - ma sono diventata un numero - il numero 14, quello del letto - i miei pensieri se ne vengono qui in studio. E si interrogano su queste opere che invadono lo spazio senza discrezione. Sono ovunque, in un disordine perfetto.
Che fine faranno le tavole del Mausoleo di Teodorico, gli Acquarelli botanici, Il luogo degli Dei, Le Grandi Pagine, I Manoscritti, Il Cavaliere Errante, I Capanni sulle Dune di Marina, Laeta Scienza, Il Taccuino di Esculapio, RAVENNA Ravenna, Splendore e Oscurità, Le più belle del Reale, Scrittura Visiva, Nero Scarlatto, gli Scudi, Pesce fuor d’acqua? Diventeranno numeri anche loro? La mente mette a punto il mio testamento. La realizzazione di tutto questo lavoro mi ha aiutata a dare un senso alla mia condizione di sopravvissuta e va alle mie figlie e ai miei nipot*.
Nel testamento la bellezza convive con la confusione. Per mettere ordine al testamento che contiene centinaia di opere ci vorrà un lavoro collettivo immane. Il solo pensiero fa rientrare la mente nella stanza dell’ospedale dove, apparentemente immobile, sta il numero 14, che sarei poi io al limite di una crisi isterica. Infatti la mia compagna di stanza, reduce di un incidente gravissimo, teneva la televisione accesa sul quinto canale tutto il giorno e già questo poteva essere la causa di un mio folle gesto. Ma ero immobilizzata da flebo e digiuno.
La mia unica via di fuga si trovava al di là di un’ampia finestra di fronte al letto; la visione di piante con al centro un pino. Quel pino l’ho imparato a memoria. Con i suoi rami, ho costruito figure con braccia rivolte al cielo. Nei momenti bui mi sono apparsi i suoi mostri; quelli sempre nascosti che compaiono quando la paura è fuori controllo.















