L’ultimo uomo è colui che guarda le stelle e dice: “Che belle! Ma tanto non le voglio neanche desiderare, perché è troppo difficile raggiungerle, meglio rimanere dove sono.” [...] Ci si accontenta della semplice sopravvivenza di Panem et circenses, “pane e circo”, che oggi sarebbero, non lo so, “pizza e Netflix”.

(“Dove vai così di fretta?” di Lama Michel Rinpoche)

Crediamo di aver inventato la felicità.

Crediamo di aver inventato la felicità, eppure guardiamo alle stelle per poi rinunciare a raggiungerle. Se non Dio, qualcosa deve pur essere morto e restare morto. E lo abbiamo ucciso noi, come ha scritto Nietzsche.

Ultimi esseri umani che giocano al gioco psicologico del “Signora mia” descritto da Eric Berne: ci si lamenta, si cerca complicità, si annuisce insieme davanti alle piccole ingiustizie quotidiane, ma senza mai spostarsi davvero di un millimetro. È un copione rassicurante: conferma che il mondo è storto, che “ai miei tempi”, che “cosa vuoi che sia”, che “dai, è venerdì”. Si condivide il disagio, ma non lo si attraversa. E mentre commentiamo, scegliamo di non scegliere.

C’è quella vecchia frase che suggerisce di essere il cambiamento che vogliamo vedere nel mondo: niente di più vero. Lamentarsi rinforza i circuiti dell’impotenza e abbassa il nostro umore; è un circolo vizioso spezzabile solo cambiando abitudini e atteggiamento. Si crede che non sia quello sgarro a rovinare la dieta, quell’acquisto da pochi euro e mettere disordine nelle nostre finanze, quel lo-faccio-dopo a renderci pigri… è vero, forse non è il singolo gesto, ma la somma di tante piccole gocce a creare un oceano.

Siamo la somma delle nostre decisioni e ognuna di queste conduce esattamente al momento presente. Chi siamo oggi è stato costruito nell’ultimo anno o due o cinque; chi saremo domani dipende da come si agisce oggi. Il cambiamento, in meglio o in peggio, non arriva all’improvviso, no, ci si costruisce (o distrugge) giorno dopo giorno.

E mi chiedo, di fronte a quel bivio di cui parla Nietzsche, vogliamo essere gli ultimi uomini o tendere verso l’Oltreuomo?

Il cervello non è neutrale: rafforza ciò che ripetiamo. Ogni lamentela costruisce un’abitudine. Ogni scelta costruisce un’identità. Non diventiamo qualcosa all’improvviso: lo diventiamo per accumulo. Un accumulo di serate passate sul divano, pomeriggi incollati allo schermo, settimane una uguale all’altra e una comodità dopo l’altra. Crediamo di aver inventato la felicità che si materializza nella tecnologia che ci fa muovere meno, pensare meno, scegliere meno, interagire meno, facendoci perdere pezzi di noi lungo la strada del cosiddetto progresso.

Ma è davvero progresso quando i miei muscoli si atrofizzano per l’inutilizzo e quando smetto di usare le mie possibilità? È davvero progresso quando le mie abitudini costruiscono un’identità fotocopia di tante altre, costruite in serie, rassicuranti e prevedibili?

La felicità, per quel che ne so, nasce dal progredire, dal fare nuove esperienze, dal prendersi qualche rischio, dallo scottarsi e dall’accendere un nuovo fuoco per vedere se è quello che scalderà il corpo e l’anima. Non si tratta di trasformarsi in Oltreuomini eroici come i trecento di Sparta, solo di fare una piccola scelta oggi e domani e il giorno dopo ancora, con direzione e dedizione. Magari anche lontana dalle comodità. Una micro-scelta che sposta la traiettoria perché le stelle non si raggiungono con un salto, ma percorrendo la scala un gradino alla volta.

Una giornata spesa bene si conclude con la consapevolezza di aver fatto tutto ciò che era nelle proprie possibilità per quel giorno, lasciando al caso il meno possibile. È quel passo sul gradino più alto e ne basta uno per avvicinarsi sempre di più alle stelle. Quando porto l’attenzione alle 24 ore e apprezzo il processo, riesco ad immergermi nel presente e le piccole scelte all’apparenza insignificanti, si tingono di colori nuovi e nuovi significati e posticipare la gratificazione immediata si trasforma in un’abitudine potente. Quel “Cosa vuoi che sia” suona forte come un allarme quando sei di fronte all’ennesima fetta di torta dell’ennesimo compleanno dell’ennesimo collega di lavoro.

“Che tipo di persona desidero essere?” È il Nord da seguire, soprattutto quando le cose sembrano andare in ogni altra direzione e la fatica, i dubbi, le incertezze si fanno sentire. Vuoi essere quel tipo di persona che aspetta solo la fetta di torta per procrastinare il lavoro? Vuoi essere quello che acquista compulsivamente alla ricerca dell’approvazione esterna? Vuoi passare il tempo a criticare dagli spalti o scendere nell’arena? Non si tratta di essere perfetti. Si tratta di accorgersi. Di riconoscere quel “Cosa vuoi che sia” mentre nasce. Di vedere la scelta nel momento in cui si presenta.

E allora sì, è quello sgarro, è quella notte passata fuori fino all’alba, è quel sì quando vorresti dire no, è ripetere il ritornello che-noia-il-lunedì-evviva-il-venerdì, è la critica a chi prova e cade e riprova e ricade, è la proiezione di una tua ombra appiccicata come un’etichetta addosso a chiunque ti mostra ciò che non stai facendo. Queste piccole connessioni costruiscono la tua traiettoria.

Ma allo stesso modo, è quella sveglia suonata e non rimandata. È quella pagina letta. È quell’allenamento fatto anche controvoglia. Le stelle non si raggiungono con un salto, ma scegliendo ogni giorno la direzione. Le piccole azioni si sommano una all’altra, invece, e costruiscono la base solida che ti porta a soddisfare dapprima i bisogni primari per raggiungere la punta e infine le stelle. Quando cambi le tue abitudini, cambi la tua vita. Totalmente.

E ogni volta che determini uno standard per raggiungerlo davvero e alzi l’asticella un centimetro dopo l’altro, ti trasformi nella persona che desideri essere. Pazienza se smetti di piacere a chi preferisce panem et circenses, pizza e Netflix, relax continuo e anestesia quotidiana. Il tempo libero è parte dell’equazione, sia chiaro. Ma, per dirla con Aristotele, lavoriamo per poter riposare, non il contrario. Il riposo ha senso quando segue uno sforzo, altrimenti si trasforma in inerzia. E l’inerzia, giorno dopo giorno, diventa identità.

La vita è fatta di scelte e sacrifici, c’è solo da scegliere cosa è preferibile, la comodità odierna per le difficoltà future o il disagio della disciplina oggi per la libertà e le opportunità di domani?

La fortuna è l’incontro tra l’opportunità e il duro lavoro e quando l’occasione busserà alla tua porta vorrai farti trovare sul divano con briciole di biscotti sull’ombelico o in piedi, pronto ad aprire?

Cosa vuoi che sia, è solo qualcuno che suona il campanello.