Diceva Marcel Duchamp:

Più la critica è ostile, più l'artista dovrebbe essere incoraggiato.

Per lui, antiaccademico e provocatore per eccellenza, sfidare il mercato dell'arte fu quasi una professione di fede. La vita se la guadagnò facendo il bibliotecario, mentre le sue provocazioni artistiche, dall'orinatoio alla Gioconda con baffi e pizzetto, urlavano la sua protesta contro le convenzioni e i giudizi ortodossi. Da esperto scacchista quale era mosse le sue pedine in vista della vittoria finale, oggi consacrata dalle aste che hanno venduto le repliche del suo "orinatoio" (quello 'originale' è scomparso) a poco meno di 2 milioni di dollari e una versione della Monna Lisa baffuta a oltre 600.000 euro.

Succede spesso agli artisti di morire poveri.

E qualche volta solo quando ormai non ci sono più, le loro opere raggiungono quotazioni astronomiche. Il 'suggerimento' di Duchamp a sentirsi incoraggiati da una critica ostile ha quindi un fondo di verità. Ne è prova la stratosferica cifra di 43,5 milioni di dollari a cui è stato aggiudicato da Christie's di New York il dipinto Les Flamants di Henri Rousseau nel maggio 2023.

Perché Rousseau non solo è morto poverissimo e pieno di debiti, ma è stato osteggiato e persino deriso dalla critica e dai suoi contemporanei che lo liquidavano come un illetterato dalla tecnica rozza e infantile. Lui certo non praticava la 'filosofia' di Duchamp e si dispiaceva non poco della mancanza di apprezzamenti, ma altrettanto sicuramente aveva la stessa determinazione a proseguire sulla sua strada. D'altronde aveva sempre fermamente creduto in se stesso. Rivolgendosi a Picasso dopo aver guardato e apprezzato i suoi quadri cubisti gli disse:

Noi siamo i due più grandi pittori dei nostri tempi, te nel genere egiziano, io nel genere moderno.

Ma se i loro contemporanei non ebbero problemi a riconoscere il genio di Picasso, a Rousseau andò diversamente. Costretto a vendere (purtroppo) molti dei suoi quadri come 'croste' utilizzabili da altri pittori per nuovi quadri, non cercò mai di trovare scorciatoie per avere consensi, mantenendo la sua prorompente libertà creativa E se tutti gli altri artisti in questo periodo post impressionista erano alla ricerca di un nuovo linguaggio rivoluzionario, lui invece non si lascerà mai andare a nessuna sperimentazione, né verrà minimamente influenzato dal cubismo, continuando a dipingere alla sua maniera.

Tuttavia il desiderio di vivere di pittura e la ricerca di un riconoscimento ufficiale da parte delle istituzioni non vennero mai meno e, grazie soprattutto all'appoggio di alcuni giovani colleghi, tra cui Picasso, Apollinaire, Gauguin e Delaunay, che lo difendevano, esporrà ogni anno al Salon des Indépendants a partire dal 1886. Le critiche erano feroci, le vendite scarse o nulle, ma la sua arte libera e anticonvenzionale cominciò ad essere in qualche modo riconosciuta e celebrata dagli avanguardisti: i simbolisti la elogiavano per la maestria del colore, Picasso ci vedeva un ritorno all'arte primitiva e i surrealisti non potevano non ammirare la sua visione onirica.

Certo non mancarono derisioni e canzonature anche da parte loro, come quando nel novembre 1908 il fior fiore della bohème artistica organizzò un banchetto in suo onore nell'atelier di Picasso, al Bateau-Lavoir. Festoni, bandiere e un trono dove venne fatto sedere l'ospite d'onore: Henri Rousseau. Lui, abito grigio, bastone e cappello, aveva ormai 65 anni, molti di più dei giovani padroni di casa in tenute colorate da abitudinari dei café di Montmartre. L'invitato suonerà il violino, mentre Apollinaire gli dedicherà una poesia ironizzando sulla sua ingenuità.

Il banchetto finirà in caos: tutti ubriachi, Rousseau compreso, che alla fine si addormenterà e sarà riportato a casa in carrozza. Ma tutto questo non cambiò i rapporti con le avanguardie parigine che, più tardi, faranno conoscere l'opera dell'anziano pittore ormai scomparso a Paul Guillaume, uno dei più importanti e influenti mercanti d'arte francesi.

Il mercante è una figura fondamentale dell'attività artistica. Guillaume divenne il principale estimatore di Rousseau e comprò molti dei suoi dipinti, facendoli conoscere anche ad Albert Barnes, facoltoso collezionista americano, il quale acquistò ben 18 opere del pittore naif. Al sodalizio Guillaume-Barnes, che tanto ha contribuito a far crescere il valore di quelle tele misteriose e suggestive, il museo dell'Orangerie di Parigi ha dedicato un'esposizione (Henri Rousseau. L'ambizione della pittura) riuscendo a riportare in Europa opere che da decenni non lasciavano gli Stati Uniti.

Una cinquantina di quadri provenienti, oltre che dalla Fondazione Barnes e dal Museo d'Orsay, anche da altre istituzioni europee e americane per ricostruire la carriera di un artista che è riuscito ad oltrepassare una frontiera ritenuta invalicabile, quella della retroguardia, per raggiungere la Storia.

Certo, se l'arte di Rousseau non è stata convenzionale, anche nella sua vita non mancano aspetti informali. Cresciuto in una famiglia povera, da ragazzo non riuscì a seguire il suo istinto di artista e, dopo alcuni anni trascorsi nell'esercito per riparare una malefatta giovanile, lavorò all'ufficio dei dazi di Parigi. Solo nel 1893, a 49 anni, decise di dedicarsi totalmente alla sua passione per la pittura, anche se sapeva che la magra pensione lo avrebbe costretto ad una vita da fame. Diventò così il Doganiere Rousseau, considerato, con una buona dose di sarcasmo, solo un 'pittore della domenica'.

Ma la sua fantasia superò presto quella stanza angusta in cui aveva trascorso metà della sua esistenza calcolando i dazi per le merci importate. E superò anche i confini di Parigi e della Francia stessa, da cui peraltro lui non era mai fisicamente uscito. Le sue frequenti visite al Giardin des plants gli facevano immaginare giungle intricate e paesaggi esotici, popolati da belve feroci e creature misteriose.

Non so se voi siete come me - diceva - ma quando entro in quelle serre e vedo quelle strane piante mi sembra di entrare in un sogno.

E quel sogno era così vivo da costringerlo ad aprire le finestre della sua stanza per far uscire gli spiriti maligni quando dipingeva le reazioni selvagge degli animali. Perché di quelle belve lui stesso aveva paura.

Eccoli allora i suoi paesaggi tropicali con le verdi foreste dove le foglie si intrecciano e i fiori sbocciano, mentre gli sconosciuti e inaspettati abitanti di quelle giungle ci sorprendono nelle loro placide esistenze o nella violenza scatenata degli assalti. Sono scene immobili fuori dal tempo e attraversate dal mistero. Ma ecco anche nature morte, donne ieratiche, bambini tristi e inquietanti. È il suo mondo che ci offre, un mondo che lui vede diversamente da noi, con sincerità e candore infantile.

Quando faccio un quadro trovo cose che mi sorprendono e che mi fanno molto piacere.

Spiegava lui a chi non capiva le sue suggestioni. Combattimento tra una tigre e un bufalo così come Il leone affamato si getta sull'antilope e ancora L'incantatrice di serpenti e la Bohemienne addormentata sono insieme visioni tenere e inspiegabili di un universo immaginario dipinto con grande forza creativa. In una calma lucida e irreale, quasi gelida, si muove invece la sua amazzone dai capelli irti e dal vestito stracciato che con una torcia in mano cavalca un equino mostruoso. Sotto di lei corpi umani dilaniati dai corvi mentre in cielo si affacciano nubi dal color rosso sangue.

image host Henri Rousseau, La guerra, 1894, Musée d’Orsay, Parigi, Francia.

È La Guerra, forse in ricordo delle devastazioni franco-prussiane, ma certamente ancora tristemente attuale. Ieratica e monumentale, l'anonima signora del Ritratto di donna, che potrebbe ricordare i ritratti fotografici dell'epoca. Picasso acquistò il dipinto per 5 franchi da un rigattiere e lo appese nel suo atelier la sera del famoso banchetto. Con I rappresentanti delle potenze straniere che vengono a salutare la Repubblica come segno di pace l'artista dimostra il suo attaccamento ai valori repubblicani ma anche la sua continua ricerca di riconoscimenti ufficiali. Lui sperava, infatti, che la tela venisse acquistata dallo Stato. Alla fine la comprerà Picasso che la terrà per tutta la vita.

E poi c'è lui, Henri Rousseau, che si presenta a figura intera, enorme, con tutti gli attributi del pittore, dal basco alla tavolozza, sulla quale scrive il nome delle sue due mogli, Cleménce e Joséphine. Io, ritratto-paesaggio è il suo manifesto: lui trionfante nel cuore di Parigi, in piedi sulla banchina dove si trovava anche l'ufficio dei dazi e dove un'imbarcazione è in attesa del via libera mentre la torre Eiffel svetta e una mongolfiera, segno di modernità, fluttua nel cielo. Siamo nel 1890. Rousseau ha appena cominciato la sua carriera artistica.

Negli anni precedenti gli impressionisti avevano inventato un nuovo linguaggio plastico, negli anni successivi saranno i Nabis a diventare le nuove avanguardie mentre cresceva la frotta dei post-impressionisti. Nel 1905 nasceranno i Fauves che libereranno il colore da una dimensione realistica. Rousseau, il Doganiere, coabita con tutti loro, ma non ne sarà mai scalfito. Contrabbandiere dell'arte, avanza superando tutte le frontiere a testa alta muovendosi avanti e indietro in territori sconosciuti, come la pittura esotica, e ostili, come quella storica, invisa a tutte le avanguardie. E come tutti i contrabbandieri passati immuni nella storia, lui diventerà leggenda.

Ma il destino cinico e baro farà in tempo a giocargli l'ultimo scherzo. Il mercante Paul Guillame, che tanta parte ha avuto nel riconoscimento del suo valore, comincerà la sua attività solo nel 1910, pochi mesi dopo la sua morte, avvenuta in condizioni di indigenza, dopo un tentativo di truffa ad una banca e il pagamento del debito al suo venditore di colori che lo aveva denunciato.

Furono in sette a onorarlo al suo funerale quei pochi giovani amici artisti che avevano saputo apprezzarlo. Sul suo epitaffio si legge:

Lascia passare i nostri bagagli in franchigia alle porte del cielo. Noi ti porteremo pennelli, colori e tele.

Lo aveva scritto Apollinaire. Il grande Brancusi lo inciderà sulla pietra tombale.