Che la politica dell’ayatollah Ali Khamenei fosse invisa alla maggior parte dei Paesi democratici del mondo è fatto universalmente noto. I principali quotidiani internazionali — The Guardian, Le Monde, New York Times, BBC Persian — hanno per anni documentato come il suo regime avesse cancellato i diritti umani più elementari, privato le donne della loro dignità e imposto un modello di governo teocratico, repressivo e impermeabile alla critica.

È noto e certificato da anni di reportage che molti Paesi democratici — Stati Uniti, Europa occidentale, Giappone, Canada — abbiano condannato più volte pubblicamente le politiche interne ed estere del regime khomeinista, denunciando:

  • la repressione interna;

  • la persecuzione di minoranze politiche, religiose ed etniche;

  • le restrizioni ai diritti delle donne;

  • l’esportazione della rivoluzione islamica;

  • la visione anti-occidentale della Repubblica Islamica;

  • il sostegno a gruppi armati destabilizzanti nel Medio Oriente.

Ma condannare un regime non significa auspicare la morte del suo leader. Nessuno Stato di diritto può — né deve — invocare ufficialmente la morte di un capo di Stato straniero senza contraddire i principi cardine della legalità internazionale. Nessuna democrazia lo ha mai fatto.

Ciò non toglie che Khamenei fosse una figura profondamente impopolare in Occidente, mentre nel mondo musulmano godeva al tempo stesso di un seguito fra alcuni settori sciiti radicali e di una forte ostilità fra molte società civili arabe sunnite.

In Iran, una parte della popolazione continuava a venerarlo come “padre della rivoluzione”, mentre cresceva un vasto malcontento alimentato da crisi economiche paralizzanti e da una repressione sempre più brutale.

E, proprio nel momento dell’attacco USA–Israele, la contemporanea tragedia che stava e sta colpendo il Libano — bombardato senza tregua nelle sue aree più densamente popolate — ha reso evidente quanto la regione fosse sull’orlo di una catastrofe umanitaria. Time Magazine conferma che nel sud del Libano e nei sobborghi di Beirut oltre 886 persone sono state uccise e un milione di civili sfollati, in un contesto che il settimanale definisce «una spirale di violenza che rischia di travolgere l’intero Levante».1

Domande inevitabili dopo l’attacco

Dopo l’uccisione di Khamenei emergono spontanee domande drammatiche:

  • Il massacro di civili era evitabile?

  • Quali sono state le reazioni nel mondo?

  • L’obiettivo era davvero l’imposizione di una nuova democrazia?

Domande che affollano la mente di chiunque speri ancora nella possibilità di una soluzione pacifica.

L’uccisione del leader era possibile senza uccidere civili e bambini?

Il diritto internazionale umanitario — Convenzioni di Ginevra — parla chiaro: gli attacchi devono essere diretti solo contro obiettivi militari e devono evitare, per quanto possibile, vittime civili.

Le stragi di civili, in particolare di bambini, non possono essere considerate “necessarie”, né giuridicamente né moralmente.

Cosa è accaduto il 28 febbraio 2026

  • L’azione congiunta USA–Israele ha colpito obiettivi in varie regioni dell’Iran. Le dichiarazioni ufficiali parlano di operazioni “preventive” o “difensive”, ma Il Post2 ricorda che queste sono giustificazioni politiche, non giuridiche.

  • L’attacco è avvenuto mentre erano in corso nuovi colloqui sul nucleare, come riportato da Fanpage3 e BBC World.

  • Diverse testate e canali pubblici hanno documentato vittime civili e danni estesi, con condanne e allarmi internazionali; la narrativa “stiamo aiutando il popolo iraniano” è stata contestata proprio perché la prima conseguenza è stata l’uccisione di civili e l’allargamento del conflitto, azioni di certo non idonee ad aiutare il popolo iraniano.

  • Numerose testate — Al Jazeera, Reuters, The Guardian — hanno documentato un numero elevatissimo di vittime civili e danni estesi.

Secondo The Guardian, solo nei primi cinque giorni di bombardamenti si sono contati oltre 700 civili uccisi, tra cui 176 bambini, con regioni come Hormozgan e la città di Minab particolarmente colpite.4

La tragedia della scuola di Minab: oltre la parola “errore”

La tragedia della scuola di Minab, in cui hanno perso la vita tra 168 e 180 civili, in gran parte bambine, impone una riflessione che non può essere elusa né semplificata.

Sul piano giuridico, il riferimento è chiaro: i principi sanciti dalle Convenzioni di Ginevra impongono la distinzione tra obiettivi militari e civili, la proporzionalità dell’azione e l’adozione di tutte le precauzioni possibili. Anche qualora si accetti l’ipotesi dell’errore, resta una domanda dirimente: era prevedibile la presenza di civili in quel luogo, in quell’orario, e con quella intensità?

Se la risposta è affermativa, non siamo più di fronte a un semplice “effetto collaterale”, ma a una possibile violazione del diritto internazionale umanitario. In questo senso, l’uso di espressioni attenuanti rischia di oscurare la sostanza del problema: la responsabilità.

Sul piano politico, eventi di questa portata non restano mai confinati al momento in cui avvengono. Essi alimentano tensioni, rafforzano le posizioni più radicali e rendono più difficile qualsiasi percorso di de-escalation. La morte di bambini non è solo una tragedia umana: è un detonatore geopolitico. Sul piano morale, infine, la questione è ancora più netta. Nessuna ragione strategica può rendere accettabile la perdita di vite innocenti su questa scala. Anche quando il diritto cerca di inquadrare e regolare la guerra, esiste un limite umano che, quando viene superato, interroga la coscienza collettiva prima ancora delle norme.

Per questo, definire quanto accaduto a Minab come un semplice errore non è sufficiente. È necessario accertare, con rigore e trasparenza, se quell’errore fosse evitabile. Perché è proprio in questa distinzione che si colloca il confine tra tragedia e responsabilità.

E da quel confine dipende non solo la giustizia per le vittime, ma anche la credibilità stessa del diritto internazionale.

OHCHR (Ufficio dell’Alto Commissariato ONU per i Diritti Umani) parla apertamente di possibile violazione del diritto internazionale umanitario e chiede un’inchiesta indipendente.5

Sul piano umano, la morte di un simile numero di bambine è una ferita che supera ogni forma di giustificazione strategica.

Era possibile eliminare il leader senza massacri?

Sì.

La scelta della forza prima di esaurire la via diplomatica — confermata da UN News6 , che ricorda che il negoziato sul nucleare era ancora attivo — mina la credibilità della tesi della “necessità ultima”.

La reazione internazionale: media pubblici e istituzioni hanno parlato di escalation destabilizzante e di aggressione immotivata, proprio perché gli effetti sui civili erano prevedibili e perché l’azione non è stata circoscritta a un singolo obiettivo.

La condotta scelta (campagna di bombardamenti) non è la via compatibile con i principi umanitari e non può essere presentata come “necessaria” se comporta vittime civili su larga scala.

In definitiva: l’attacco USA–Israele del 28 febbraio 2026 contro l’Iran è stato presentato come “necessario” dai governi, ma non lo era sul piano del diritto umanitario: uccidere civili e bambini non è mai necessario né legittimo. La comunità internazionale ha parlato di escalation destabilizzante e di aggressione con gravi perdite tra non combattenti.

Le vittime civili, specie bambini, non possono essere presentate come “effetti collaterali”.

Reazioni del mondo arabo

Le reazioni dei governi arabi sono state:

  • condanna formale;

  • nessuna azione concreta;

  • linea ufficiale improntata alla prudenza.

Al Jazeera conferma che Arabia Saudita, Oman, Giordania e Kuwait hanno definito l’attacco «una violazione della sovranità iraniana»7 , ma nessuno ha intrapreso iniziative operative, probabilmente per timore di un coinvolgimento diretto in un conflitto potenzialmente catastrofico. [aljazeera.com]

Anche il Qatar, già colpito indirettamente dai missili iraniani, ha parlato di chiara violazione del diritto internazionale.

Condannano, criticano, ma non agiscono; restano allineati agli USA, probabilmente perché temono soprattutto che l’escalation sul loro territorio (il Medio Oriente) possa diventare un nuovo epicentro di guerra globale.

L’Iran dello Scià: l’illusione della democrazia imposta

L’esperienza iraniana sotto Mohammad Reza Shah Pahlavi (1941–1979) è uno dei più significativi esempi di fallimento della democrazia imposta dall’esterno.

Una facciata radiosa — minigonne, discoteche, università moderne — nascondeva un regime violentissimo, retto dalla SAVAK, una delle polizie segrete più feroci del Novecento. La White Revolution8, lodata in Occidente, fu in realtà un processo verticale, disconnesso dal popolo.

La stampa era censurata, l’informazione lenta e filtrata, e il mondo vedeva solo ciò che lo Scià voleva mostrare.

Il 1953 segnò il punto di svolta: con un colpo di Stato orchestrato da CIA e servizi britannici fu deposto Mossadegh, primo ministro democraticamente eletto. Da allora l’Iran divenne un avamposto strategico degli Stati Uniti.

La democrazia di Pahlavi non era reale, era un simulacro, un’illusione costruita per fini geopolitici. Una “modernità” senza libertà.

La storia del periodo pahlavide insegna che nessuna democrazia può essere imposta, che nessuna libertà può essere costruita sulla repressione e sull’inganno, e che ogni sistema politico senza legittimità popolare è destinato a crollare.

Conclusione: il pericolo del ritorno alla falsa democrazia

Alla luce degli avvenimenti narrati, una verità appare evidente: il Medio Oriente è intrappolato in un ciclo storico che sembra condannarlo a rivivere gli errori del passato, e l’Iran ne è oggi il baricentro simbolico e strategico. L’uccisione di Khamenei, le stragi di civili, i bombardamenti incessanti in Iran e nel Libano, l’escalation militare che travolge popolazioni innocenti — come documentato da The Guardian, Al Jazeera, TIME Magazine e dall’OHCHR — non rappresentano solo la tragedia di un conflitto contemporaneo, ma segnano anche il rischio concreto di una deriva che si pensava relegata ai libri di storia.

La “falsa democrazia” che lo Scià aveva imposto con l’illusione della modernità fu sostenuta dalle grandi potenze e dall’apparato repressivo della SAVAK. Oggi, sotto il peso delle bombe e dell’ingerenza internazionale, il timore più profondo è che quel modello di democrazia apparente possa riproporsi, in nuove forme e con nuovi attori, ma con le stesse dinamiche: centralizzazione del potere, decisioni calate dall’esterno, manipolazione dell’opinione pubblica e sacrificio delle libertà popolari in nome della stabilità.

Gli Stati che oggi parlano di “riorganizzare il Medio Oriente” — o di guidare la transizione iraniana — rischiano di ricadere nella medesima tentazione della storia: plasmare un Paese secondo logiche geopolitiche, non secondo la volontà del suo popolo.

Le testimonianze dei bombardamenti in Iran, le stragi di bambini come quella di Minab, il sangue versato nelle strade di Beirut, i territori devastati nel sud del Libano confermano che il prezzo umano di queste strategie è immenso e insopportabile.

Il popolo iraniano ha già conosciuto cosa significhi una democrazia imposta: una vetrina di modernità che nascondeva repressione, disinformazione, assenza di libertà. Oggi, sotto la pressione del conflitto, molte potenze tornano a parlare di “transizione”, “ordine”, “stabilità”, ma raramente di diritto all’autodeterminazione.

Eppure, l’unica vera democrazia possibile è quella che nasce dal basso, dalle scelte di un popolo, dalla sua dignità, dalla sua memoria storica, dal suo dolore.

Laddove la guerra decide al posto della politica, dove gli interessi strategici prevalgono sulla vita dei civili, dove i bambini diventano statistiche, la democrazia non può mettere radici: può solo essere nuovamente imposta.

Per questo oggi — più che mai — il titolo di questo articolo non è un monito astratto, ma una diagnosi lucida:

L’Iran è davvero esposto al pericolo del ritorno alla falsa democrazia di un recente passato. Un passato che torna quando la storia non viene capita. Un passato che ritorna ogni volta che il mondo occidentale pretende di “aggiustare” il Medio Oriente senza ascoltarne il cuore.

Un passato che ritorna quando la pace viene sacrificata sull’altare degli equilibri strategici. Se il popolo iraniano non sarà messo nelle condizioni di scegliere il proprio futuro, libero da bombe, ingerenze e vendette geopolitiche, allora la strada che si apre davanti non è quella della democrazia: è un’altra illusione, un altro specchio di modernità infranta, un’altra stagione di libertà negate.

Ed è proprio questo il pericolo che oggi dobbiamo avere il coraggio di nominare.

Perché solo riconoscendo questo rischio, il Medio Oriente — e con esso il mondo intero — potrà sperare di spezzare il ciclo storico che continua a trasformare le tragedie in destini irreversibili. Non farlo significherebbe non imparare nulla dal passato: lasciare che il dolore diventi una condizione permanente, anziché un monito potente a cambiare rotta prima che sia troppo tardi.

Note

1 How an Israeli Ground Invasion of Lebanon Could Unfold.
2 Quanto è davvero avanzato il programma nucleare iraniano, su Il Post.
3 A che punto è davvero il programma nucleare iraniano, spiegato dall’esperto, su Fanpage.
4 Civilian deaths in Iran pass 700 amid fear of bombs and regime clampdown, The Guardian.
5 UN experts denounce aggression on Iran and Lebanon, warn of devastating regional escalation, dalle Nazioni Unite, Ufficio dell’Alto Commissariato ONU per i Diritti Umani.
6 Attacks on Iran and retaliatory strikes ‘undermine international peace and security’, dalla sezione news delle Nazioni Unite.
7 Iran updates: Bombing rages as US Senate fails to curb Trump war powers, Al Jazeera.
8 La White Revolution (Enqelāb-e Sefid) fu un vasto programma di riforme economiche, sociali e politiche lanciato dallo scià Mohammad Reza Pahlavi il 26 gennaio 1963 e portato avanti fino al 1979. Era presentata come una “rivoluzione dall’alto”, pacifica e modernizzatrice, con l’obiettivo di trasformare rapidamente la società iraniana e rafforzare il potere monarchico. La White Revolution contribuì: a trasformare radicalmente la struttura sociale dell’Iran; a indebolire aristocrazia e clero, ma anche a creare risentimento verso il regime; a preparare, paradossalmente, le condizioni che portarono alla Rivoluzione Islamica del 1979, guidata proprio da coloro che si erano opposti alle riforme.