All’epoca in cui Benito Mussolini diresse l’Avanti!, il giornale socialista italiano, il giornalismo viveva una fase intensa, appassionata, e per certi versi brutale. Era il tempo della parola utilizzata come arma, della stampa intesa come trincea ideologica, della pagina scritta come campo di battaglia per il consenso. Mussolini fu direttore dell’Avanti! dal dicembre 1912 al novembre 1914, e sotto la sua guida il giornale divenne non solo la voce ufficiale del Partito Socialista, ma un vero strumento di mobilitazione politica, dotato di un linguaggio energico, tagliente, provocatorio. Il giovane Mussolini seppe dare al giornale un tono combattivo, incisivo, capace di scuotere le coscienze e infiammare le masse, spingendo il giornale verso tirature record per l’epoca, toccando anche le 100.000 copie.
Il giornalismo di quegli anni, specie nella stampa di partito, era meno attento all’obiettività o alla completezza dei fatti, e più concentrato sulla costruzione di un fronte ideologico. La verità era spesso subordinata all’efficacia della propaganda. In questo contesto, Mussolini eccelleva. Soprattutto quando arrivava il momento di attaccare reazionari e riformisti, colpevoli, secondo il suo parere, di aver lasciato solo il Partito Socialista durante le proteste di piazza. I suoi articoli erano fulminanti, costruiti con sapiente retorica, e mostravano una padronanza straordinaria del linguaggio politico. Attaccava la borghesia, i moderati, la monarchia, la Chiesa, ma sapeva anche usare ironia e sarcasmo per colpire gli avversari interni al Partito. Era un giornalismo militante, privo di fronzoli, al servizio di una causa.
Ma quella stessa veemenza, unita a una personalità accentratrice e a un’ambizione smodata, lo portarono presto allo scontro con i vertici da cui il giornale dipendeva. Famoso quello con Turati, che definiva “fantasma fosco” lo Sciopero Generale che Mussolini utilizzava per smuovere le coscienze, mentre secondo il leader socialista non rappresentava minimamente l’anima del socialismo secondo le radici marxiste. Il punto di rottura fu però la guerra. Mussolini, inizialmente contrario all’intervento dell’Italia nella Prima Guerra Mondiale, cambiò rapidamente idea, sostenendo che una partecipazione attiva al conflitto potesse aprire le porte a una rivoluzione sociale in Italia. Questa posizione lo mise in rotta di collisione con la linea ufficiale del partito, che rimaneva fermamente neutralista. L’Avanti! non poteva più ospitare le sue posizioni, e Mussolini fu costretto alle dimissioni.
Da lì nacque uno degli episodi più curiosi e controversi del giornalismo italiano, cioè la fondazione del Popolo d’Italia, giornale personale, finanziato in parte da ambienti industriali e interventisti, dove Mussolini poté continuare a scrivere a modo suo. I suoi vecchi compagni lo accusarono di tradimento, di essere passato al nemico. Bisogna comunque dire che in quei giorni, la confusione fu tanta, ed è veramente difficile capire chi fosse davvero favorevole a una neutralità totale, chi a una modificabile, o chi ritenesse che fosse necessario liberare definitivamente l’Italia dagli austriaci. Il linguaggio tra i giornali divenne ferocemente polemico, con accuse, insinuazioni, attacchi personali. L’Avanti! bollò Mussolini come “rinnegato” e “pagato dai padroni”, e lui rispose con articoli in cui mischiava politica, rabbia e vendetta.
Tra gli aneddoti rimasti celebri c’è quello del duello sfiorato con Claudio Treves, altro leader socialista, dopo una serie di articoli particolarmente velenosi. Treves considerava la lotta interna propugnata da Mussolini una rivolta e non una Rivoluzione e distingueva le classi, che erano la forza, dai gruppi, che erano la violenza. Un’anticipazione di quanto avverrà diversi anni dopo con l’avvento del Fascismo. Mussolini sull’Avanti! aveva continuato a promuovere l’azione e la protesta proletaria contro gli assassini di Stato. E la polemica divampò, durando diversi anni. Bisogna dire che in quel periodo, gli eccidi furono numerosi e il clima tra proprietari terrieri e lavoratori raggiunse una tensione difficilmente immaginabile.
L’esperienza di Mussolini all’Avanti! segnò profondamente il suo stile politico e comunicativo. Capì che doveva giocare sempre all’attacco, spesso d’anticipo, liberarsi in redazione di chi remava contro, fortificare la sua posizione, nata in gran parte dalla mancanza di un’alternativa valida che i dirigenti del Partito Socialista non erano riusciti a trovare. Il giornale era un importante megafono per creare una linea di politica interna, così da poter arrivare alla testa del partito e guadagnarne la direzione. La parola scritta poteva essere un’arma potentissima, e imparò a usarla per costruire narrazioni, creare nemici, galvanizzare il popolo. Fu una palestra decisiva per il futuro capo del fascismo, un laboratorio retorico e ideologico per combattere una sua personale battaglia contro le forze reazione e riformiste del socialismo italiano, colpevole di non rappresentare le masse e i lavoratori come avrebbe dovuto. Cioè di non riuscire ad arrivare a una vera e propria rivoluzione.
Il giornalismo, era stato questo sin dalla sua nascita. Tale rimase per molti anni, ma in questo periodo raggiunse l’apice nella sua duplice natura, era, da un lato, strumento di informazione e coscienza critica, dall’altro potente mezzo di influenza, capace di orientare opinioni, manipolare eventi, costruire o distruggere reputazioni. L’esperienza di Benito Mussolini ne è un esempio emblematico. Prima ancora di diventare il duce del fascismo, Mussolini comprese, forse prima di altri, che il controllo dell’opinione pubblica passava attraverso la stampa. Non era solo questione di dire la propria verità, ma di imporla.
Durante il Ventennio fascista, il regime ridusse progressivamente la libertà di stampa, assorbendo o chiudendo i giornali dissidenti e costruendo un apparato mediatico capillare, fatto di giornali, cinegiornali, radio e propaganda visiva. L’informazione divenne un monologo di Stato. I giornalisti si trasformarono in funzionari del consenso, più che in testimoni del reale. La stampa libera, per come la intendiamo oggi, venne oscurata, sacrificata sull’altare dell’unità nazionale e dell’ideologia.
Questo uso politico e strumentale del giornalismo non si è esaurito con la caduta del fascismo. Anche nelle democrazie moderne, il potere ha sempre cercato un rapporto privilegiato con i media. I governi dialogano con i giornali, li finanziano, li influenzano. I grandi gruppi editoriali spesso hanno interessi economici o politici che condizionano la linea editoriale. Oggi, la manipolazione non passa necessariamente dalla censura esplicita, ma da meccanismi più sottili, come la selezione delle notizie, il modo in cui vengono presentate, le omissioni strategiche. Il potere sa che non serve controllare tutto, basta influenzare abbastanza.
Con l’avvento di Internet, il giornalismo ha subito una trasformazione radicale. Da verticale è diventato orizzontale. Tutti possono essere editori, tutti possono diffondere notizie. Questo ha portato grandi vantaggi in termini di pluralismo, ma ha anche aperto le porte a nuove forme di manipolazione: fake news, disinformazione, algoritmi che premiano l’emotività più che la verità. I social media hanno dato voce a milioni di persone, ma hanno anche moltiplicato il rumore. In questo nuovo paesaggio, il giornalismo tradizionale si trova in difficoltà, schiacciato tra la necessità di restare credibile e la pressione di sopravvivere nel mercato.
Eppure, il cuore del problema resta lo stesso: chi controlla l’informazione ha in mano una leva decisiva del potere. I regimi autoritari lo sanno da sempre, le democrazie lo imparano ogni giorno. Il giornalismo può essere uno strumento di libertà o un mezzo di dominio. Dipende da chi scrive, da chi legge, e da quanto siamo disposti a difendere l’autonomia del pensiero. Dalla penna al clic, la sfida è la stessa, cioè restare vigili, critici, liberi.
Cosa è successo invece negli altri paesi che si sono resi protagonisti delle maggiori innovazioni in questo campo?
Dall’epoca di Mussolini a oggi, il giornalismo inglese, francese e americano ha attraversato trasformazioni profonde, sia nei mezzi che nei linguaggi, riflettendo i cambiamenti culturali, politici e tecnologici del Novecento e del nuovo millennio. Mentre in Italia la stampa veniva soffocata dal regime fascista, in Inghilterra, Francia e Stati Uniti si sviluppavano modelli diversi, più pluralisti, ma non per questo privi di contraddizioni o pressioni.
In Inghilterra, il giornalismo ha sempre mantenuto un rapporto ambiguo tra informazione seria e spettacolo. Già negli anni Trenta i quotidiani popolari, come il Daily Mirror, si distinguevano per uno stile accessibile, immagini forti e titoli ad effetto. Parallelamente, testate come il Times o il Guardian rappresentavano un giornalismo d’élite, più sobrio e riflessivo. Questa doppia anima ha caratterizzato la stampa britannica per tutto il Novecento. Con il tempo, però, la componente tabloid ha acquisito sempre più peso, culminando negli anni Ottanta e Novanta con la stagione dei Murdoch e del Sun, in cui il confine tra informazione e intrattenimento si è fatto sempre più labile. L’Inghilterra ha continuato in ogni caso a essere un laboratorio per l’inchiesta giornalistica, con scandali come quelli del News of the World che hanno mostrato tanto il potere quanto le degenerazioni della stampa.
In Francia, il giornalismo ha avuto una storia più intellettuale e politicizzata. Durante l’occupazione nazista, la stampa fu profondamente divisa tra collaborazionisti e clandestini della Resistenza. Il dopoguerra segnò una rifondazione morale e professionale del settore. Testate come Le Monde, nato nel 1944, incarnarono l’ideale di un giornalismo autonomo, rigoroso, capace di incidere nel dibattito pubblico. Negli anni successivi, il giornalismo francese ha saputo rinnovarsi, integrando linguaggi visivi e approfondimenti culturali, pur mantenendo una forte componente editoriale e analitica. Certo non è rimasto immune alla spettacolarizzazione né alla concentrazione editoriale. La fusione di grandi gruppi mediatici ha ridotto il pluralismo e reso il sistema sempre più dipendente da interessi economici e politici.
Negli Stati Uniti, il giornalismo ha avuto un ruolo centrale nella costruzione della democrazia moderna. Già ai tempi di Mussolini, la stampa americana era potente e influente, anche se dominata da grandi magnati come Hearst. Negli anni Cinquanta e Sessanta, con il giornalismo investigativo, la stampa divenne un contrappeso essenziale al potere. Il caso Watergate ne è l’esempio più celebre. Il giornalismo americano ha saputo innovare sul piano formale e narrativo, creando il new journalism, con autori come Tom Wolfe e Joan Didion, che fondevano tecniche letterarie e reportage. Col tempo, tuttavia, anche negli Stati Uniti la televisione prima, e poi Internet, hanno modificato radicalmente le dinamiche informative. Le testate tradizionali hanno perso centralità, mentre sono cresciute piattaforme digitali e nuovi attori mediatici, spesso più veloci ma meno verificati.
Oggi, in tutti e tre i paesi, il giornalismo si confronta con la crisi dell’autorevolezza, l’accelerazione tecnologica e la sfida della verità nell’epoca della post-verità. Nonostante tutto, continua a essere uno strumento cruciale per comprendere il mondo, denunciare gli abusi e difendere la libertà. Cambiano i mezzi, cambiano i linguaggi, ma il cuore del mestiere resta lo stesso. Si tratta di raccontare i fatti con onestà, cercare la verità, dare voce a chi non ne ha.
E cosa dire dell’Italia dell’epoca berlusconiana?
Durante l’epoca di Silvio Berlusconi, il giornalismo italiano ha vissuto una fase di grande trasformazione e, per molti aspetti, di profonda crisi di credibilità. Il rapporto tra politica e informazione divenne sempre più stretto, talvolta soffocante, complicato da un conflitto di interessi senza precedenti nella storia della Repubblica. Berlusconi, fondatore di Forza Italia e protagonista della scena politica per quasi due decenni, era anche il principale proprietario di Mediaset, il più grande gruppo televisivo privato italiano. A ciò si aggiungeva il controllo diretto o indiretto della RAI, la televisione pubblica, durante i suoi governi. Questo duplice dominio, pubblico e privato, sul sistema mediatico ha generato un contesto in cui il confine tra informazione e propaganda si è fatto spesso labile.
Il controllo dei mezzi di comunicazione ha rappresentato uno degli strumenti fondamentali attraverso cui Berlusconi ha costruito e mantenuto il proprio consenso. Il suo modo di comunicare era rivoluzionario rispetto alla tradizione politica italiana, era diretto, emotivo, semplice. I suoi media non si limitavano a raccontare la realtà, ma contribuivano a costruirla, spesso orientando l’opinione pubblica attraverso la selezione e l’enfasi delle notizie. In questo clima, parte del giornalismo televisivo si è allineato ai messaggi e alle narrazioni del potere, con una progressiva marginalizzazione del contraddittorio e del giornalismo d’inchiesta, relegato a spazi sempre più ristretti.
Anche nei giornali la situazione fu complessa. Alcune testate divennero dichiaratamente filo-governative, mentre altre, contrarie a Berlusconi, caddero spesso nella trappola di un’opposizione urlata, più ideologica che investigativa. L’intero sistema informativo sembrava polarizzarsi, rendendo difficile per i cittadini accedere a una lettura imparziale e approfondita dei fatti. Le querele contro i giornalisti, le pressioni sugli editori, i tentativi di influenzare la linea editoriale furono frequenti. Alcune voci libere, come La Repubblica, Il Fatto Quotidiano o trasmissioni come Report e Annozero, cercarono di resistere, ma spesso pagarono il prezzo in termini di attacchi personali, campagne diffamatorie o riduzione degli spazi di manovra.
Questo periodo ha messo in evidenza la fragilità dell’autonomia del giornalismo italiano, troppo spesso dipendente dagli assetti proprietari, dalle pressioni economiche o politiche. La figura del giornalista è diventata ambigua. Da cane da guardia del potere a pedina nello scontro politico. Molti professionisti finirono per adattarsi al sistema, altri lo sfidarono, altri ancora ne furono vittime. Biagi, Santoro e Luttazzi divennero casi di dottrina da studiare e analizzare per capire la gravità delle ingerenze del potere sulla libertà di stampa.
Ma è anche durante questi anni che è nata una nuova consapevolezza sull’importanza dell’informazione indipendente. I blog, i siti d’inchiesta, le prime esperienze di informazione digitale partecipata emersero come risposta a un sistema mediatico percepito come chiuso e compromesso. Se da un lato il giornalismo tradizionale sembrava in crisi, dall’altro si faceva strada un nuovo modo di fare informazione, più libero, meno gerarchico, più attento ai lettori e meno ai palazzi.
E che dire dell’America di Trump?
L’America di Donald Trump, tra il 2016 e il 2020, ha vissuto un rapporto con il giornalismo altrettanto teso e conflittuale. Lo stesso che vive nei giorni odierni. Trump ha portato all’estremo la sua diffidenza, spesso ostilità, verso i media tradizionali, inaugurando una stagione di scontro aperto in cui la stampa è stata etichettata, fin dai primi giorni della sua presidenza, come "nemica del popolo". Una definizione pesante, carica di implicazioni, che ha minato la fiducia pubblica nei confronti delle fonti d'informazione e ha contribuito a dividere l'opinione pubblica in fazioni sempre più polarizzate.
Il giornalismo americano si è trovato così a fronteggiare un presidente che ha utilizzato i social media, in particolare all’epoca Twitter, come canale privilegiato per comunicare con i cittadini, bypassando del tutto i media ufficiali. Questo cambiamento ha avuto un impatto enorme sulla funzione del giornalismo: le notizie venivano commentate, smentite o ridicolizzate in tempo reale, in una narrazione parallela dove verità e menzogna si mescolavano continuamente. La cosiddetta "post-verità" è diventata un tratto distintivo dell’epoca trumpista, la realtà non è stata più ciò che accadeva, ma ciò che si riusciva a convincere gli altri che fosse accaduto.
I grandi network come CNN, The New York Times, The Washington Post e NBC si sono trovati a interpretare un doppio ruolo, da un lato, organi di informazione impegnati a verificare, smentire, raccontare; dall’altro, veri e propri protagonisti dell’arena politica, costantemente sotto attacco da parte della Casa Bianca. Alcuni giornalisti, per esempio Julian Assange, sono diventati figure pubbliche riconosciute, simboli della resistenza all’erosione della verità, ma ciò ha anche contribuito ad alimentare la percezione, in parte voluta da Trump, di un’élite mediatica scollegata dal “popolo vero”.
Ciò che rende l’esperienza americana ancora più significativa è stato il ruolo dei social network nel plasmare l’informazione. Le fake news hanno avuto un impatto devastante durante la campagna del 2016, e anche nei mesi successivi, culminando nella diffusione di teorie del complotto come quelle di QAnon, spesso tollerate o non condannate apertamente dal presidente. In un contesto simile, il giornalismo d’inchiesta ha dovuto reinventarsi, puntando su nuovi linguaggi, maggiore trasparenza delle fonti, collaborazioni transnazionali e un ritorno all’essenzialità del fact-checking.
Ma l’America di Trump non è solo il terreno di una crisi, è anche una palestra di resistenza democratica per il giornalismo. In un momento in cui l’autorevolezza si trova sotto assedio, molti media riscoprono il valore della verifica, dell’integrità, della pazienza narrativa. Sbagliano, certo, ma dimostrano poi di essere capaci di reagire, di rinnovarsi, di farsi sentinelle in un’epoca dominata dal rumore.















