Joe Kent è un ex ufficiale dell'esercito americano e agente paramilitare della CIA. Si è arruolato nel 75° Ranger Regiment e ha fatto domanda per le Forze Speciali prima dell'11 settembre. Ha servito undici tour di combattimento, principalmente in Iraq, e si è ritirato nel 2018 diventando agente paramilitare della CIA. Nel gennaio 2019, la moglie Shannon è stata uccisa in un attentato suicida a Manbij, in Siria, la prima donna militare americana uccisa dal fuoco nemico in più di tre anni.
Kent è salito alla ribalta della cronaca internazionale, diventando il primo alto funzionario dell'amministrazione Trump a dimettersi a causa della guerra contro l'Iran. Nella sua lettera di dimissioni, pubblicata sui suoi canali social1, Kent scrive a Trump che:
Come veterano che ha combattuto 11 volte e come vedovo di guerra che ha perso la mia amata moglie Shannon in una guerra costruita da Israele non posso sostenere l'invio della prossima generazione a combattere e morire in una guerra che non porta alcun beneficio al popolo americano.
Una posizione molto controversa, che riflette una parte del dibattito interno al mondo MAGA.
Rivendicando la propria identità di veterano di guerra, Kent fa riaffiorare in mente le tribolazioni del primo Rambo, il film con Sylvester Stallone. Il Rambo del primo film (First Blood, 1982) infatti è un veterano del Vietnam traumatizzato, abbandonato da un sistema che lo ha usato e poi rigettato, che alla fine si rivolta contro la logica della guerra stessa, non per viltà, ma per un eccesso di coscienza. Kent ha esattamente questa struttura: è entrato nell'amministrazione con forti credenziali anti-interventiste, come Gabbard, ma poi si è scontrato con la realtà di una guerra che, a suo dire, tradisce proprio i valori che lo avevano portato a sostenere Trump.
La differenza è che Rambo è una figura tragica senza parola politica, mentre Kent usa quella parola politica eccome: Kent arriva perfino ad attaccare quella che lui stesso chiama la “potente lobby americana di Israele” e ad accusare Trump di essere stato ingannato, con conseguenze imprevedibili nel dibattito interno MAGA.
Ma quanti Rambo ci sono negli Stati Uniti? Milioni, forse. Gli Stati Uniti hanno prodotto, dal Vietnam a oggi, una massa enorme di veterani traumatizzati, spesso abbandonati, spesso armati e isolati. Il fenomeno dei homeless veterans, dei suicidi tra ex-militari (circa 17,5 secondo il National Veteran Suicide Prevention Annual Report del Department of Veterans Affairs, dati 2023), della difficoltà di reintegrazione civile, tutto questo è il sostrato reale da cui nasce la figura di Rambo. Il film del 1982 non era fantasia: era un documento sociale romanzato. Figure come Kent, veterani, cioè, con una coscienza politica formata, con una narrativa coerente del tradimento subito e con capacità organizzativa, sono una figura emergente nella politica americana. Il movimento MAGA ha aspirato molti di questi profili, ma li contiene con difficoltà, perché il veterano anti-interventista alla fine confligge con qualsiasi amministrazione che deve governare in modo tradizionale.
Rambo, quindi, è la versione americana di un archetipo universale. Ma con una differenza cruciale rispetto ai casi che vengono studiati nella leadership contemporanea: ha trauma, ha corpo, ha fatto riemergere la lealtà tribale. È pre-politico. È più vicino ad Aiace che a Ulisse — il guerriero che il sistema non riesce a convertire in cittadino. Cosa succede, allora, quando un Rambo “acquista parola”, come Kent, come certi veterani del Congresso. Diventa un leader trasformazionale nel senso di Burns? O rimane sempre, nel fondo, una forza distruttiva che usa il linguaggio politico senza esserne davvero domesticato?
D’altro canto, Kent assomiglia al modello che Ivan Morris propone in La nobiltà della sconfitta (Milano, Medhelan, 1975); Yoshitsune, Saigō Takamori, i kamikaze — condividono una struttura precisa: sono eroi che scelgono la sconfitta perché la vittoria li contaminerebbe. La loro grandezza è ontologicamente legata alla fine tragica. Non c'è redenzione, non c'è ritorno (come in Rambo), non c'è lettera di dimissioni (come in Kent). C'è solo il gesto puro, e poi il silenzio. Il popolo giapponese li ama perché perdono, non perché vengono perdonati nonostante tutto.
Kent ha la struttura emotiva dell'eroe morrisiano: il lutto per la moglie uccisa in guerra, gli undici tour, la fedeltà a un codice che il sistema tradisce. C'è una purezza del gesto nelle dimissioni — rinuncia al potere in nome di un principio. Fin qui, Morris lo riconoscerebbe. Kent, al contrario, non ci sta a perdere. Scrive la lettera, attacca Israele, interpella Trump, cerca alleati in Carlson (uno degli esponenti di spicco dei MAGA) — vuole vincere il dibattito. L'eroe di Morris non scrive lettere aperte: si fa tagliare la testa o pilota il suo aereo verso la nave nemica. La differenza è tra il gesto che si offre allo sguardo del mondo e il gesto che si consuma nel silenzio della sconfitta totale (come nei milioni di Rambo americani scomparsi nel nulla).
Kent è un po' come il Saigō di Morris: è un uomo del sistema che il sistema trasforma in nemico del sistema, che si ribella in nome dei valori che il sistema stesso gli aveva insegnato, e che alla fine muore in una rivolta destinata a fallire. Kent ha questa stessa struttura paradossale: è un prodotto della macchina imperiale americana che si volta contro quella macchina usando il linguaggio che la macchina stessa gli ha dato. Morris argomenta che la nobiltà della sconfitta è specificamente giapponese perché affonda nel Buddhismo, cioè nell'idea della impermanenza, nel mono no aware, nella bellezza delle cose che finiscono. L'Occidente, e l'America in particolare, e soprattutto quella mediale di oggi, non ha affatto questa grammatica, anzi, è una grammatica della rivincita, vicina al Conte di Montecristo di Dumas.
Edmond Dantès e Kent, infatti, condividono lo schema fondamentale che abbiamo notato sopra parlando di Rambo: quello del tradimento da parte del sistema che si serviva di loro. Dantès è un marinaio leale, capace, destinato alla gloria — distrutto da una congiura di chi doveva proteggerlo. Kent è un soldato e agente leale, decorato, mandato undici volte in guerra — e alla fine convinto di essere stato usato da interessi che non erano quelli della sua nazione. In tutte le figure che abbiamo menzionato, quindi, c'è quella del servitore tradito dal padrone. Se per Dantès il castello d'If è il punto di rottura (lì muore l'uomo innocente e nasce il vendicatore), per Kent, quel momento è la morte di Shannon a Manbij nel 2019. È esattamente la struttura del château d'If: un lutto che non viene elaborato ma trasformato in progetto. Da quel momento Kent non è più solo un soldato, è un uomo con una missione.
A differenza del Conte, Kent non cerca vendetta personale, cerca una vendetta politica e pubblica, vuole cambiare la politica estera americana. È meno shakespeariano, più rousseauiano: non punisce i colpevoli, denuncia il sistema, non indica le mele marce, ma denuncia il fallimento del sistema, dell’organizzazione.
C'è però un elemento morrisiano che Dumas condivide e Kent non ha: Dantès trova il tesoro, cioè acquista il potere materiale per agire. Kent ha solo la sua biografia che è potente, ma non è un tesoro di Montecristo. Non ha i mezzi per eseguire direttamente il suo progetto su scala. È un Montecristo senza l'isola, potremmo dire; ma l’isola gli viene offerta dai mezzi di comunicazione di massa. Un veterano americano che si dimette, però, non diventa un'icona tragica: diventa un personaggio politico, viene intervistato, scrive un libro, si candida al Congresso, come ha già fatto Kent in passato.
La cultura americana converte il fallimento in comeback narrative. Mentre l'eroe morrisiano è tragico perché la sua cultura non gli offre il linguaggio della seconda chance, il Rambo americano (anche il più autentico e il più puro) vive in una cultura che gli offre sempre un microfono, un tweet, un thread. E questo cambia tutto sulla natura del suo eroismo; non è un caso che Kent abbia già alle spalle una candidatura al Congresso, una sconfitta e un ritorno. La sua traiettoria è la migliore dimostrazione della tesi che in America l'eroe tragico non muore sul campo, ma si reinventa, rilascia interviste e tweet e aspetta il prossimo atto. La nobiltà della sconfitta, qui, ha sempre una seconda stagione.
Note
1 Joe Kent pubblica la sua lettera di dimissioni sui suoi canali social.















