Venderò l’anima…
E ridono di me,
delle mie ali, ali di cera.(Litfiba)
Per un attimo, un attimo di incommensurabile gioia, pensò che sarebbe riuscito a cavarsela. Aveva picchiato ripetutamente col dito sull’indicatore del carburante e, alla debole luce che illuminava la carlinga, l’asticella si era riportata leggermente verso l’alto.
Solo per un attimo. L’asticella che tornava a scendere portò via con sé quel barlume di felicità. Spense la fioca luce, inutile rischiare di farsi beccare da un caccia, anche se lui stesso aveva previsto che sarebbe stato proprio un caccia ad abbatterlo. Invece, li aveva beffati tutti, i grandi assi di Balbo, nessuno di loro sarebbe tornato alla base con il suo scalpo, gloriandosi di aver abbattuto l’oscuro terrorista. Nessuno avrebbe avuto i complimenti e magari una promozione dal gran capo del fascismo. Quindi, niente tristezza, la consapevolezza di aver fatto qualcosa di eccezionale era troppo forte per dare spazio a qualunque sensazione negativa.
Volava, ascoltando il rumore costante dell’aereo che da lì a poco l’avrebbe abbandonato al silenzio, anticamera della fine. Volava spinto dal caldo vento degli eroi, il dolce alito che li conduce per mano verso orizzonti infiniti. Volava assaporando la libertà assoluta, quella libertà alla quale aveva consacrato la vita e alla quale stava offrendo la morte.
Gli sembrava di intravedere, lontano, avvolta in una foschia iridescente, le forme della Corsica, ma sapeva, ormai, che non ci sarebbe arrivato. Aveva appena superato l’Elba, riconoscendone il faro, e anche contando sulla bontà delle rotte, le sue speranze erano nulle. Solo un piccolo rammarico, per lui sempre così attento, così preciso, così meticoloso. Un piccolo rammarico, il fatto di aver dovuto mentire sulla destinazione ai due aviatori che avevano allestito, l’aereo su cui viaggiava, inducendoli a caricare meno carburante di quanto necessario in realtà, su Pegaso, il suo aereo.
Pegaso. Sentendo l’approssimarsi della fine, si sentì in dovere di ringraziarlo, come se davvero fosse vivo e senziente, con due vigorose pacche sulla carlinga. Pegaso, che aveva partecipato a quell’azione memorabile con assoluta fedeltà. Un piccolo, tenace, inoffensivo, pazzo cavallo alato che accetta di portare il suo cavaliere fino al centro stesso del regno del male, incurante di dover affrontare l’ira dei portentosi draghi d’acciaio, pronti a ghermire gli intrusi con mortali abbracci di fuoco. Pegaso, docile come un cucciolo, affidabile come una madre, capace di farsi beffe degli avversari che lo inseguono, ansiosi di vendicarsi dello smacco subito.
Ma come? L’arma assoluta del Fascio, quella invidiata dal mondo intero, ridicolizzata da un oggettino volante la cui unica arma sono migliaia di volantini!
A che sono servite potenza e velocità, mitraglie e cannoni, esperienza e destrezza dei piloti, quella stessa esaltata dagli scrivani servi del potere, immortalata in quadri, celebrata in sculture, contro il volo irrispettoso di una colomba disarmata, il cui verso è un inno alla libertà?
Lauro, adesso, ripensava proprio al momento in cui aveva aperto il vetro della carlinga e si era sporto la prima volta fuori per far scendere sulla città la prima nevicata di libertà. Non buttava fuori dall’abitacolo i volantini con un unico gesto, ma li adagiava delicatamente sull’aria, con un atto di dolce deferenza, perché ognuno di quei foglietti era una parte di sé, li avrebbe baciati ad uno ad uno, se avesse avuto il tempo, come saluto e come gesto augurale. Come la bottiglia di un naufrago, che viene affidata al mare con la sua richiesta di aiuto, così il pilota affidava fiducioso all’aria romana i suoi messaggi.
L’unica differenza era che, in questo caso, il messaggio di aiuto non riguardava il mittente ma il ricevente: il popolo italico tutto. A tutto il popolo Lauro mandava il messaggio di non arrendersi alla dittatura, di non lasciarsi avvolgere dalle sue trame sordide, ma di opporsi ad essa fieramente come già, nel mondo, in Europa altri popoli avevano fatto. Insieme a quello c’era un altro messaggio indirizzato al Re, invitandolo a smettere di essere complice silenzioso del Fascio, per riprendere in mano le redini del paese.
Pensando a quei due messaggi, Lauro non poté trattenere una risata. Immaginava le facce degli alacri segugi del regime nel momento in cui avessero letto i volantini. Abituati alla menzogna, esperti della negazione della verità, come avrebbero fatto a negare quella straordinaria pioggia di verità sulla capitale. Quattrocentomila ne aveva fatti volare di volantini, quattrocentomila, non quattrocento o quattromila.
Venissero a dire che non era successo nulla. E poi le facce imbarazzate e contrite di chi aveva avuto l’ingrato compito di avvisare il Duce. Di sera, quando era già pronto ad abbandonarsi al giusto sonno dell’italico Duce.
“Ehm, eccellenza…. Ehm, ci sarebbe una novità…” subito interrotto da un secco: “ci sarebbe…o c’è?” “C’è, purtroppo, c’è. Ehm…. ecco, un aereo ha ricoperto Roma di questa spazzatura” rispose il gerarca, allungando verso il Duce i volantini, senza avvicinarsi troppo, quasi a voler restare a distanza di sicurezza, per non incorrere nella reazione del capo.
Infatti, il Duce, dopo aver letto il testo dei due volantini, sbatté con furia il pugno sulla scrivania e urlò: “Quanti? Quanti di questi?”
“Migliaia eccellenza. La città ne è piena; la quasi assenza di vento li ha fatti scendere lentamente e sono arrivati dovunque.”
“E noi? Dove eravamo noi? I nostri aerei. Baldo, dove era? Devo sempre fare tutto io”, incalzò il duce sempre più infuriato. “Chiamate Balbo e ditegli che voglio quell’aereo. Voglio i resti del pilota. Voglio sapere chi sono i complici, la famiglia, gli amici, i semplici conoscenti. Chiamate Balbo e ditegli che se non ci riesce lo sbatto a governare i muli.”
Povero Balbo, sorrise Lauro, che brutto tiro! Eppure, prima della partenza aveva scritto di essere sicuro che l’avrebbero sicuramente abbattuto, perché lui non era un professionista del volo come i piloti da caccia. Invece gliela aveva fatta sotto il naso. Tecnicamente, la missione era stata un successo, nonostante non fosse stata accompagnata dalla fortuna. Già un primo tentativo era stato un insuccesso per un atterraggio di fortuna che era costato la perdita dell’apparecchio e un rallentamento del piano. Stavolta, con tutte le difficoltà di mettere su un secondo tentativo, era stato un successo oltre le aspettative. Un altro sorriso di vera soddisfazione. Quello fu l’ultimo sorriso di Lauro. Il motore cominciò a perdere colpi.
Prima tossicchiò, poi, con uno sbuffo di fumo nero, si spense. L’aereo continuò ad andare per qualche secondo, solo qualche secondo, prima che Lauro sentisse come una forza invisibile che gli strappasse la cloche dalle mani. Riuscì a tenerlo ancora un poco. Sette ore di volo, sette ore per imparare a volare, troppo poche per imparare anche a tornare a terra in ogni condizione.
Forse con qualche ora di scuola di volo in più avrebbe potuto tentare di planare fino ad avvicinarsi il più possibile alla Corsica e cercare, magari, di salvarsi a nuoto. Forse, forse, troppi forse per un uomo perfettamente conscio di non farcela. Scacciò i rammarichi e si abbondonò consapevole alla calma degli eroi, mentre l’aereo si avvitava in una discesa sempre più veloce, nonostante i tentativi, ormai solo meccanici, dettati più dal primitivo istinto di conservazione che dalla volontà, di rimetterlo in linea.
L’acqua del Tirreno si avvicinava sempre di più, ansiosa di accoglierlo. Poté apprezzare il colore del mare sul quale poteva quasi percepire il riflesso delle stelle, come un cielo, ma più intenso, e pensò che stesse abbandonando un cielo per entrare in un altro, in compagnia del fido Pegaso, dove avrebbe potuto volare per sempre in piena libertà. La stessa libertà per la quale aveva fatto tutto questo. Diede un’ultima carezza al suo destriero, fece il segno della croce e gridò a squarciagola, al vento, all’aria, al mondo intero e a sé stesso: Viva la libertà! Viva l'Italia! Proprio mentre l’aereo si inabissava con un colpo fortissimo. Prima di perdere i sensi e morire quasi senza dolore, il suo ultimo pensiero fu Ruth, Ruth, Ruth.1
Boston, 06.10.1931
Mio amore grandissimo,
mi hanno appena dato la notizia della tua scomparsa dopo la tua folle, meravigliosa , entusiasmante notte su Roma. Non riesco neanche lontanamente ad immaginare cosa puoi aver scatenato al vertice della cricca fascista. Dal giorno dopo si sono scatenati per mascherare la reale portata del tuo gesto e hanno addirittura detto che il tuo aereo è stato abbattuto sul Tirreno, ma sappiamo che non è vero. SO che non è vero. SO che non mi hai lasciato così. Magari hai solo bisogno di nasconderti per qualche tempo per sfuggire all’ira del tiranno. Hai tutto il tempo che vuoi.
Io ti aspetterò. Ti aspetterò, amore mio, anche se non dovessi tornare più. E quando non mi basterà più aspettarti, verrò a cercarti e ti troverò, portando con me tutto il mio amore . Ti riavrò, dovesse essere l’ultima cosa che faccio. Ti riavrò, anche se sei già sempre con me, ogni attimo e lo sarai per sempre. Perciò, da ora, continuerò a scriverti, e conserverò le mie lettere fino a quando potrai leggerle, con me al fianco.
Per sempre tua, con tutto l’amore che ho,
Ruth
Chicago 5.11.1931
Amore mio carissimo,
l’eco del tuo gesto ha percorso tutto il mondo. Tutta la stampa libera ha dato al tuo volo la risonanza che meritava. Sei diventato l’eroe del momento, il faro della libertà dell’umanità che non vuole rassegnarsi al tiranno, chiunque esso sia. Il tuo esempio ha risvegliato le coscienze, anche qui da noi, dove pure il Duce continua ad essere visto se non con favore, con condiscendenza. Adesso è come se Tu avessi strappato la maschera al dittatore. Il mito del paese che segue compatto e sicuro il suo duce è venuto meno e hai dimostrato che c’è gente che non si arrende al partito unico, all’uomo unico, al pensiero unico, ma crede che il pensiero diverso e libero abbia ancora la sua dignità anche nell’Italia ferita e offesa dal fascismo. Insomma, qui il fascismo riscuote sempre meno simpatie, grazie a Te.
Che peccato non averti qui con me. Che peccato non poter assaporare le sfumature della vittoria disegnate sul tuo viso. Mi è sempre piaciuto il modo in cui parli della tua patria, di come la vorresti paragonata a come è ridotta al momento. Mi piace quell’alternarsi di tristezza e folle esaltazione che si susseguono continuamente . Perché non possiamo condividere questo straordinario successo? Spero almeno che questa mia ti trovi bene, anche se nascosto chissà dove , per sfuggire ai tuoi nemici, che, vili come sono, hanno perfino detto di averti abbattuto con i loro potenti mezzi. Non ci crederò mai. Sento che ci sei ancora. Io ti aspetto.
Sempre Tua,
Ruth
Note
1 La Ruth in questione era Ruth Draper, una figura di spicco del teatro del tempo. Protagonista di una storia d’amore con Lauro, cementata anche dal comune sentimento antifascista, dopo la morte del suo amato tenne alcune lezioni di Civiltà Italiana alla Cattedra "Lauro de Bosis" di Harvard. La sua biografia e quelle di Lauro de Bosis, Ignazio Silone e Gaetano Salvemini sono state raccolte da Iris Origo nel suo libro, pubblicato nel 1984: A Need of Testify (Bisogno di testimoniare).















