Reginald stava percorrendo un lungo corridoio la cui caratteristica principale era una presenza continua di porte chiuse. Era buio e l’unica luce accesa era quella a bassa intensità utile per l’orientamento che è obbligatoria nelle strutture ospedaliere. Aprì la prima porta che trovò chiusa alla sua destra e qualcuno da dentro urlo:

«Chiudi la porta!»

Reginald non fece in tempo a guardare dentro la stanza. Chiuse la porta e passò oltre. La luce a posizionamento strategico percorreva il corridoio fino all’estremità che dal punto in cui si trovava non poteva essere vista. Questo significava che il corridoio era molto lungo. Dopo aver fatto qualche altro passò si trovò di fronte a un’altra porta chiusa. La aprì come aveva fatto in precedenza e il risultato fu il medesimo.

«Chiudi la porta!» urlò una voce arrabbiata e tesa. Reginald stava pensando che un corridoio poco illuminato, per niente conosciuto ed esteso, era simile a un labirinto costruito grazie a un algoritmo di divisione ricorsiva, dove lo spazio vuoto viene ripetuto in sezioni sempre più piccole. Ansia e oppressione difficili da tenere sotto controllo. Fu un pensiero che lo portò fino alla terza porta, che lui aprì con una speranza che non aveva avuto per le precedenti. «Chiudi la porta!» si sentì urlare.

Reginald decise di cambiare lato e dopo alcuni passi fu davanti a un’altra porta chiusa che si trovava nel lato sinistro del corridoio. Il lato sinistro mi porterà maggiore fortuna, stava pensando. Infatti, aprendo la porta, nessuna voce gli intimò di chiudere. Ma un profondo e incomprensibile buio era pronto ad avvolgerlo se solo avesse fatto qualche passo. Reginald provò a cercare un interruttore della luce di fianco alla porta. Ma non lo trovò. Decise quindi di entrare e fu a quel punto che precipitò nel vuoto. Ciò che avviene quando si cade nel vuoto, almeno inizialmente, è un gran colpo al cuore, una specie di infarto, un misto tra terrore e disfatta, qualcosa di irrimediabile a cui non si può opporre reazione. Quindi un leggero soffocamento che rende difficile il naturale atto della respirazione.

Reginald si svegliò di soprassalto. Cadere nel vuoto, da una grande altezza, da un terrazzo o da una scogliera, era uno degli incubi che faceva più spesso. Ed era uno di quelli che odiava di più. A lui non capitava nella fase ipnagogica, tra la veglia e il sonno, ma al sorgere del sole, durante lo stato di sonno profondo, quello più produttivo e anche più godereccio. Ogni volta che capitava, apriva gli occhi di scatto e guardava la sveglia al quarzo che teneva sul comodino. Ed erano le sette del mattino. L’ora in cui la sua giornata cominciava.

Attendeva che i battiti tornassero alla normalità, si alzava con calma per evitare giramenti di testa, apriva l’acqua della doccia e la faceva scorrere fino a quando diventava bollente. La doccia lavava i residui dell’incubo atroce che lo aveva spaventato e lo rinvigoriva. Dopo essersi asciugato, e vestito con la tenuta sportiva, sedeva davanti alla scrivania del piccolo studiolo in cui conservava i suoi preziosi documenti. Di lì a poco sarebbe andato a fare la sua solita corsetta, quindi era in programma la lezione di yoga. Reginald faceva il digiuno intermittente e il primo pasto lo consumava a mezzogiorno. Lui amava fare attività fisica a digiuno, perché questo aumentava i benefici che il suo corpo traeva da quella routine.

Nella sua scrivania aveva posizionato, la sera prima, cinque dossier. Riguardavano le offerte di acquisto che erano arrivate via e-mail per la sua start-up. A lui piaceva stampare questi documenti e posizionarli dentro cartelline colorate sul cui frontespizio scriveva i dati fondamentali. Poi, a prescindere dall’epilogo dell’affare, archiviava la documentazione così da averla in ordine se avesse avuto bisogno di consultarla. Due offerte arrivavano dalla Svizzera, una dal Lussemburgo, una dagli Stati Uniti e una dal Giappone. Erano tutte deludenti, gli importi proposti andavano dal milione di euro fino a tre milioni. Era quella del Giappone ad aver raggiunto la soglia più alta. Reginald ripensò al sogno e sentì una voce rimbombare nelle orecchie. «Chiudi la porta!» Si alzò e uscì di casa per andare a fare la sua corsetta e dedicare la mattinata all’attività fisica.

Nel pomeriggio, davanti a una tisana bollente, dopo aver consumato un pasto a base di verdure, proteine e carboidrati, rigorosamente in quest’ordine, cominciò a battere al computer le e-mail di risposta attraverso cui avvisava tutti gli acquirenti che le offerte non potevano essere accettate. La risposta di diniego era sì cortese e professionale, come il caso dettava, ma non lasciava aperta nessuna possibilità di eventuali collaborazioni. Chiudi la porta. Si aprirà un portone. Stampò le risposte e le sistemò nelle cartelline in cui si trovava la documentazione precedente. Quindi aspettò un’ora in salotto sdraiato nella sua chaise long, con le cuffie alle orecchie, cercando di rilassarsi mentre ascoltava vecchi album di Nick Drake e Patty Smith che aveva acquistato in formato Mp3 dal suo marketplace musicale preferito. Passata l’ora andò a farsi la doccia, vestì una tuta sportiva pulita e uscì di casa per recarsi in una sala massaggi.

Nancy aveva gli occhi a mandorla, il fisico minuto e un sorriso che sembrava fosse stato disegnato con gli acquarelli. Era la prima volta che la incontrava in quel posto che era diventato per lui un punto di riferimento del suo quartiere. Nancy lo accompagnò nella stanza in cui lo avrebbe massaggiato, poggiò sul lettino la biancheria che doveva indossare e uscì per lasciargli la giusta privacy. Reginald si svestì e indossò l’abbigliamento richiesto per il massaggio. Quindi si sdraiò sul lettino e attese. Nancy rientrò dopo alcuni minuti. Cominciò a lavorare dalle braccia, massaggiò le mani, il collo, le spalle, quindi la schiena, le gambe e i piedi. Fece voltare Reginald e continuò a massaggiare fino a che non scoccò l’ora esatta.

Reginald amava i massaggi e adorava i centri benessere in cui passava gran parte del suo tempo libero. Andava matto per le vasche idromassaggio quasi sempre riscaldate, il vapore che inalava dentro il bagno turco che rilassava i muscoli, il solletico del sudore che scendeva sul suo corpo dentro la sauna finlandese, il pungente aromatico delle docce emozionali e delle saune mediterranee. Quando uscì dal centro massaggi si sentì incredibilmente rinvigorito. E per questo motivo decise di fare qualche ora di shopping prima di rientrare a casa.

Dopo aver cenato tornò alla sua scrivania. Scrollò il mouse. Sui suoi multischermi comparve la casella di posta. C’erano diversi messaggi, ma le cinque risposte delle società che volevano acquistare stavano una sopra l’altra secondo l’ordine di arrivo. Reginald le aprì senza leggere il contenuto, le affiancò in modo da apprendere le cifre proposte secondo una sequenza. Le società avevano alzato le offerte. In quattro le avevano raddoppiate. La quinta era quella giapponese. Reginald fissò il numero per qualche minuto. Era reale? Non riusciva a crederci. Un brivido corse lungo la schiena, una felicità che attendeva da giorni lo pervase. 12 milioni era scritto. Proprio così. La cifra era quella che lui aveva atteso e che riteneva giusta per la sua start-up. Scrisse le risposte di diniego e la risposta affermativa per la società giapponese, quindi spedì tutta la documentazione al suo avvocato. Quella notte andò a dormire con tanti pensieri, non ebbe incubi, semplicemente perché non riuscì a dormire.

12 milioni. Le idee le aveva chiare da tempo. Ora finalmente aveva la possibilità di realizzare il suo progetto. Aveva uno zio materno che era da poco andato in pensione. Lui era l’uomo giusto da mettere a capo del fondo finanziario tramite cui avrebbe raccolto i capitali per il suo investimento. Voleva acquistare giacimenti e investire il ricavato in una flotta navale. Una sua cugina che da anni lavorava in uno studio di commercialisti affermati, avrebbe avuto il compito di formare una squadra per la costruzione e il controllo dei bilanci. Il fratello della commercialista lavorava nella Guardia di Finanza, lui avrebbe avuto il compito di portare avanti le trattative per l’acquisto dei giacimenti. In attesa delle risposte da parte delle società acquirenti, Reginald aveva fatto diversi viaggi e aveva scelto tre giacimenti che secondo lui erano ideali per ottenere dei guadagni consistenti nel breve periodo e cominciare a progettare la sua flotta navale.

Un giacimento di argento in Messico era facile da acquisire, uno in rame nel Cile lo stavano dando via a un prezzo ragionevole, ma bisognava scoprire il perché. Il terzo era di cobalto e per visitarlo, Reginald aveva dovuto raggiungere la Repubblica del Congo. Le società che intendeva creare le aveva già in mente, gli organigrammi erano nella sua testa, ma a furia di rivisitare i vari posizionamenti, le cifre e le modalità attraverso cui dare vita al suo progetto, il cervello cominciò a girare a mille all’ora e le notti insonni furono il risultato immediato.

La mattina seguente, dopo aver seguito la sua solita routine che prevedeva doccia, attività sportiva e pranzo, Reginald uscì per strada perché voleva godersi la sua prima passeggiata in centro da milionario. Si sentiva diverso rispetto al solito, qualcosa era cambiato, e in meglio, e non poteva raccontarsi bugie. Era il denaro a farlo sentire una persona nuova, non il denaro in sé, ma le possibilità che questo gli avrebbe dato. Arrivò un messaggio al cellulare. La sua amica Anna gli chiese se aveva voglia di prendere un caffè in un bar del centro e lui le diede appuntamento di lì a qualche ora. Nel mentre che raggiungeva il bar tenne un’animata conversazione telefonica con il suo avvocato, che era eccitatissimo per la nuova realtà che quell’affare concluso così repentinamente aveva creato.

Reginald accennò alle sue intenzioni e gli fece scrivere una lista di persone a cui doveva essere inviata una comunicazione. Erano le persone, in gran parte parenti stretti, da coinvolgere nel progetto. Voleva le risposte in pochissimo tempo e l’avvocato doveva impegnarsi a spiegare cosa stava succedendo e scoprire quanti di loro erano propensi nel farsi coinvolgere. Nella lista c’era pure la sua amica Anna. A cui però quel pomeriggio non disse proprio niente.

Anna aveva un problema. Il marito la tradiva e lei tradiva lui. Il fatto, però, era che lei lo aveva scoperto, mentre delle sue storie torbide l’uomo non aveva neanche il sospetto. Lui si era buttato in ginocchio e aveva chiesto perdono. Lei aveva lasciato l’appartamento ed era andata a dormire a casa dell’amante. L’amante non era stato felice di vedersela arrivare con la valigia, ma non aveva detto niente. Lei aveva letto nei sui occhi una sorta di preoccupazione tutta maschile che ben conosceva. Mi vuole mettere in trappola.

«Mi sto vedendo anche con un collega dell’ufficio. Sono molto presa, più di quanto immaginassi. Usciamo dopo l’orario di lavoro, beviamo qualcosa e stiamo insieme per un’ora, poi lui mi lascia libera. È un tira e molla continuo, vorrei fare chiarezza nei miei sentimenti, ma ho una gran paura di sbagliare».
«Chiudi la porta» disse Reginald.
Anna lo osservò incuriosita, sorridendo come se quella fosse stata una battuta.
«Che significa?»
«Chiudi la porta. È semplice»
«No, non lo è. Non capisco».
«Chiudi la porta a tutti e tre e aspetta qualche giorno. Il primo che rilancia e lo fa con un’offerta convincente sarà colui che ti desidera con maggiore forza. Ed è lì che dovrai sviluppare il tuo progetto, investire il tuo capitale».
«Reginald, io non sono una star-up, un’azienda o una società di capitali. È dei miei sentimenti che si parla».
«Non capisci. Hai tre persone che ti desiderano e che vogliono stare con te. Ma è il tuo tempo che occuperanno nel momento in cui avrai dato loro il tuo cuore. E a meno che tu non abbia già scelto, e il tuo cuore non ti stia dicendo per chi vuoi correre rischi, se non sai cosa fare, cerca almeno di capire chi è intenzionato a rischiare di più pur di starti accanto. Vedrai che dopo avrai le idee più chiare».
«Sarà».

Reginald se ne stava nel suo salotto in cui aveva sistemato un tavolino in vetro anni Settanta che aveva comprato per poggiare i telecomandi dei vari monitor che coloravano la parente grande di fronte al divano. Le risposte alle e-mail che l’avvocato aveva inviato ai suoi parenti erano arrivate. Avevano accettato le sue proposte e l’incontro generale avrebbe avuto luogo di lì a una settimana in un hotel del centro in cui sarebbero stati ospitati per rilassarsi e parlare dei progetti futuri.

In una cartellina gialla, inoltre, era contenuto un documento che secondo l’avvocato doveva assolutamente visionare. Lui la aprì con leggerezza e vi lesse alcuni numeri di codice. Riguardava il bonifico che sarebbe arrivato dal Giappone e che avrebbe arricchito il suo conto corrente. C’erano anche i biglietti che doveva utilizzare per arrivare a Zurigo, perché in Svizzera ci sarebbe stata la firma definitiva del contratto con cui sarebbe stata sancita la vendita della start-up. Dopodiché la cifra pattuita sarebbe stata sbloccata e l’avrebbe avuta a sua completa disposizione. Definitivamente. Reginald si lascò cadere sul divano e fissò il soffitto. Una parte della sua vita era finita e un’altra cominciava. Si sentiva leggero, ma anche pieno di responsabilità. Carico e in forze. Non vedeva l’ora di cominciare.

Quella sera chiamò Anna al telefono. Era l’unica risposta che mancava tra le varie proposte che aveva già archiviato.

«Non puoi capire cosa è successo» disse l’amica.
«Dimmi».
«Ho fatto come mi avevi detto. Ho chiuso la porta. Sono andata a stare da una mia amica e ho aspettato. È arrivata una sola chiamata. Vuoi sapere da chi?»
«Da tuo marito».
«Esatto. Ho deciso di perdonarlo. D’altronde anche io ho qualcosina di cui vergognarmi. Quindi palla al centro e ricominciamo. Peccato. Quello spiantato non mi ha certo fatto fare la bella vita finora. Ma tutto sommato, io lo amo. E visto che gli altri due si sono dileguati, è meglio così».
«Sono un ottimo consulente».
«E anche confidente. Sei l’unico a conoscere alcuni miei segreti».

Reginald rifletté un attimo sulla questione. Quanto era importante avere un confidente? Lui non ne aveva uno. Mentre lo era di Anna. Reginald non aveva nessuno a cui rivelare i suoi segreti più intimi, qualcuno che avesse voglia di ascoltarlo, qualcuno da chiamare immediatamente non appena una novità fondamentale compariva nella sua vita. Non avrebbe potuto raccontare a nessuno l’affare della start-up prima della firma. Eppure avrebbe tanto voluto avere nella sua vita una persona a cui rivelare quel segreto, anche a costo di mandare a monte il guadagno. Non c’era stato pericolo.

Reginald non conosceva nessuno che reputava così tanto amico da diventare anche suo confidente. Questo pensiero non gli piacque per niente. E, a dire il vero, se escludeva i contatti professionali a cui si rivolgeva ogni tanto, non aveva neanche un amico che potesse consigliarlo o aiutarlo nei momenti di crisi. La sua consulenza aveva portato Anna alla soluzione di un problema. Reginald non aveva un amico con cui poter fare lo stesso. Questo era un avvertimento da dare a chi da giovane intraprendeva una carriera simile alla sua. Solitaria e arida. Avere sempre un amico nella propria vita, che fosse un confidente o un consulente, era importante che fosse un amico.

«Anna da quanto è che non leggi le e-mail?» chiese dopo un attimo di silenzio.
«Da qualche giorno. Perché?»
«Ti consiglio di controllare. E fallo immediatamente».

Reginald aprì la portafinestra e uscì in balcone. La serata era frizzantina e ben illuminata. Da sotto arrivava il rumore del traffico ininterrotto della strada in cui viveva. Di fronte al suo palazzo c’era un altro palazzo. Di fronte al suo appartamento c’erano diversi appartamenti. E ci vivevano famiglie benestanti. In uno di questi, il lampadario del salone era talmente grande da far arrivare l’illuminazione fino all’esterno. La tenda non era tirata, quindi Reginald poteva vedere ciò che stava accadendo. Una donna di mezza età uscì per fumare una sigaretta elettronica. Stava urlando contro qualcuno.

«Chiudi la porta» stava dicendo. «Vuoi chiudere quella maledetta porta. C’è una corrente che ci si porta via. Insomma».

Reginald si mise a ridere. Rientrò per aprire una bottiglia di buon vino. Aveva voglia di sdraiarsi sulla sua chaise long e ascoltare della musica classica. Il giorno dopo avrebbe dovuto lavorare sodo e molto duramente. Per ora l’unica cosa di cui gli importava era godersi quella meravigliosa serata.