Mi aspettavo una tragedia invece alla fine il pranzo è andato bene, con io ed Elinedda seduti fianco a fianco a centro tavola – prova generale del pranzo nuziale? – tutte le donne raggruppate da una parte e gli uomini dall’altra. La questione della dieta vegetariana non è diventata, come temevo, un dramma, solo all’inizio qualche battuta: “il principino dopo pranzo lo portiamo da Adelina che lo fa guarire...” o il misterioso rituale durante il quale ho visto le donne presenti a tavola passarsi l’un l’altra un grosso cetriolo e arrivato il turno di Elinedda hanno recitato in coro una preghiera indecifrabile, mentre mamma Annamaria – una inquietante fotocopia di Eli con parrucca sale e pepe e occhialoni fuori moda – si prodigava a preparare insalate di ogni tipo, arricchite con olive e pomodori secchi e le metteva sulla tavola guardandoci con compassione.

Tutt’intorno si svolgeva nel frattempo il baccanale dei carnivori impuniti e gli sguardi rivolti a me in particolare erano pieni di scherno e di sfida.

“Se non mangi carne almeno una volta al giorno non ti viene duro!” Urlava convinto Efisio ormai ebbro. Mentre sotto la tavola era tutto uno scorrazzare di cani e gatti alla ricerca di ossa succulente. Poi sono arrivati i dolci, poi i caffè, a seguire bottiglie scure e misteriose, presumibilmente di Mirto, hanno cominciato a passare di mano in mano con frenesia dionisiaca.

Terminato il pranzo con un tentativo quasi subito abortito di ballo tondo in versione famiglia – gli uomini riuscivano a malapena a stare in piedi – gli ospiti piano hanno gradatamente cominciato a prendere congedo, babbu Antonio è corso a dar da mangiare agli animali, io ho atteso che Elinedda finisse di aiutare a riassettare la cucina sognando di poter finalmente avere uno spazio solo per noi. Fuori la temperatura era ancora piacevole, tutta la montagna alle spalle della casa vibrava del calore della giornata emanando una ricca varietà di effluvi speziati. Decidemmo di fare quattro passi.

Usciti di casa, imboccammo un sentiero diretto verso il bosco, sentii Elinedda cercare la mia mano e mi sentii confortato dal suo sguardo timido e accogliente.

Improvvisamente udii il suo telefono vibrare, Elinedda mi disse: “scusa, è Gavino” e subito si scostò di qualche metro per prendere la chiamata, mettendosi poi a parlare fitto a voce bassa, preoccupandosi di mantenersi distante. Mi colse una certa inquietudine che cercai di arginare ammirando il paesaggio intorno.

Quando tornò da me non disse una parola, mi guardò sorridendo, solo dopo qualche minuto indicandomi una zona rocciosa in cima alla montagna mi disse: “Vedi quelle grotte? È una zona bellissima e selvaggia. Ci ho passato l’infanzia, è piena di nascondigli, di animali. La natura laggiù è magica.”

“Ma non è pericoloso?” le chiesi cercando di scrutare ogni minima espressione del suo volto.
“Beh, devi conoscere i passaggi, sentieri veri e propri non ce ne sono ma basta seguire le tracce degli animali, loro raramente si mettono nei guai. Questo me lo ha insegnato zia Adelina...”
“Ah a proposito, oggi a pranzo non l’ho vista, grande assente, come mai?”
“Aveva da fare. Sta trasformando una vecchia domus de janas in uno spazio per meditare, in un’altra l’anno scorso ci ha ricavato un magazzino per le erbe, troppo togo dovresti vederlo.” “Ma può farlo? - chiesi io - Voglio dire le domus de janas non sono siti archeologici protetti? Credo sia vietato.”

“Nessuno è mai venuto a controllare. E poi queste sono le terre di mio padre, terre che lui e prima di lui il padre e il nonno si sono spietrati tutte a mano per renderle fertili, un lavoro immane, non puoi capire. Di roba antica se ne è sempre trovata arando o spostando le rocce, ma l’abbiamo sempre considerata nostra proprietà. C’era un avvocato di Nuoro che veniva sempre a comprare i bronzetti, era ossessionato dai bronzetti. Ma anche un professore svizzero, sì, anche lui voleva i bronzetti. Mio padre si è potuto comprare il trattore nuovo grazie alla vendita dei bronzetti. Si è sempre sentito riconoscente verso gli antenati per quei tesori conservati nella terra.”

“E ora cosa ne sarà di tutte queste terre?”
“Se non se le prendono tutte i militari come già da qualche tempo stanno facendo, mio padre credo le lascerà a suo fratello Efisio. Mi ha chiesto varie volte quali fossero le mie intenzioni e io gli ho detto chiaramente che qui non ci voglio tornare, che sto bene a Cagliari e lui ha accettato in silenzio ma si vedeva che era deluso, che si era sentito tradito.” “E Gavino?”
“Gavino, cosa?”
“Non mi hai mai parlato di lui. Ho visto le occhiate che vi lanciavate durante il pranzo… adesso so che vi sentite pure al telefono...”
“Dai, è solo un amico…”
“Mi sembra si sia guadagnato un posto di un certo rilievo nella tua famiglia...”
“Ma sei geloso?”

“Ni... è che domani ce l’avrò a fianco a caccia e non mi sento tranquillo. Quello lì con la scusa dei cinghiali è capace di farmi fuori...”
“Ma stai scherzando? Gavino non farebbe male a una mosca.”
“Ecco, vedi, ora lo difendi pure.”
“Alessandro, tu mi hai promesso che non saresti andato a caccia!”
“Cazzo Eli cerca di metterti nei miei panni, se non ci vado tuo padre non mi accetterà mai...”
“Eh sì, intanto butti nel cesso tutti i nostri bei discorsi sull’etica e la coerenza…”

Tornammo a casa all’imbrunire, nella cucina c’era solo la madre di Elinedda intenta a riordinare. Appena ci vide insistette nel volerci offrire del latte caldo con dei biscotti poi, con mia grande sorpresa indicò una porta dicendomi: “quella è la tua stanza”; e in quel momento fu chiaro che avrei dormito separato dalla figlia, la cosa non mi fece piacere perché dopo il battibecco avuto con lei avrei voluto più tempo per un chiarimento e un ultimo abbraccio prima di dormire ci sarebbe stato bene e forse avrebbe riportato un po' di armonia, invece fummo costretti a salutarci in modo austero e pudico sotto lo sguardo vigile della madre. Vidi Eli scomparire nell’oscurità della stanza e udii una porta chiudersi.

Le prime ore della notte furono per me alquanto difficili, ero inquieto, disturbato dalle discussioni con Elinedda, combattuto sul da farsi nell’imminente giornata di caccia, il sonno tardava a venire. Provai a mandarle dei messaggi ma non ebbi risposta. Poi udii dei rumori provenire dall’altra stanza e all’esterno i latrati dei cani improvvisamente cessarono. Fu a quel punto che mi venne l’idea pazza di fare una visita a sorpresa a Elinedda, audace progetto anche perché ignoravo l’esatta ubicazione della sua stanza, volli tentare ugualmente.

Mi rivestii nella semioscurità, uscii dalla stanza con passo felpato e attraversata la cucina aprii la porta che dava accesso alle altre stanze. Che follia, pensai, se avessi incontrato babbo Antonio in mutande come avrei giustificato la mia presenza lì? Aprii la prima porta alla mia sinistra e intravidi un letto sfatto. Sul comodino riconobbi la collana e l’orologio di Elinedda e capii di essere nel posto giusto quando all’improvviso udii delle voci provenire dall’esterno, la stanza aveva una porta-finestra che dava accesso a un terrazzino, mi accostai curioso. Lei era lì, in piedi, abbracciata a un uomo, era come se lo volesse consolare, li sentii anche ridere insieme. Prima di ritrarmi il chiarore del muro di calce illuminò per un istante il volto di Gavino. Ritornai sui miei passi con un profondo senso di smarrimento nel cuore, raggiunsi la mia camera sentendo già le prime lacrime riempirmi gli occhi.

Maledetti! Avrei voluto urlare e picchiare i pugni sul muro, tornare da loro, chiedere spiegazioni, strattonare Elinedda mostrandole tutta la mia delusione per quel tradimento. E poi avrei voluto affrontare lui, sfidarlo e perché no picchiarlo. Non feci nulla. O meglio decisi di fuggire, di lasciare tutto, ci avrebbe pensato lei a giustificare ai genitori la mia assenza… falsi, maledetti anche loro per avermi trattato come un idiota, ipocriti, sicuramente erano al corrente della storia tra la loro figlia e Gavino. Ma che importava, io a quel punto sarei stato lontano, pronto ahimè a dimenticare il mio grande sogno d’amore. Raccolsi le mie cose nella stanza e uscii fuori. Un chiarore sottile ne cielo preannunciava l’arrivo del nuovo giorno.

Non andai lontano. All’inizio guidai come un folle senza curarmi della direzione. Mille e mille volte pensai di fermarmi. Pensai anche di tornare indietro da Elinedda, convinto di essere stato vittima di un equivoco e ora, con la mia stupida gelosia, stavo distruggendo la nostra bella storia d’amore.

Parcheggiai la macchina in uno spiazzo ai margini di una zona estesa di bosco e rimasi immobile lasciando che tutta la tensione si liberasse. Piansi a lungo lacrime inconsolabili. Quando riuscii a calmarmi, decisi di scendere dall’auto per fare due passi. Fui sorpreso dalla grande quantità di uccelli e mi lasciai catturare dalla bellezza del paesaggio. Un istante dopo mi ritrovai a camminare con passo deciso verso la montagna.

Più salivo in altezza e più sentivo il cuore ritornare leggero. Giunto a una grossa roccia granitica, mi fermai a prendere fiato rimanendo ad ammirare il sorgere del sole. Nel voltarmi urtai con la gamba una grossa massa scura mimetizzata dalla vegetazione e... Oh no! Quella che pareva una delle tante rocce sparse nella boscaglia si rivelò essere la schiena di un enorme cinghiale. Preso alla sprovvista forse perché semiaddormentato, l’animale non reagì subito e questa fu la mia fortuna, ma bastò un attimo e me lo ritrovai di fronte ben ritto su tutte e quattro le zampe. Era una bestia mostruosa con due zanne smisurate, un nasone grosso come un mio pugno e la bocca, la bocca era piena di bava schiumosa che gli colava lungo il collo.

Che fosse il Punico? Non osavo muovermi né fiatare. Pensai a Elinedda e poi ai miei genitori quasi fossero quelli i miei ultimi istanti di vita. Che stupido ero stato!

Ma proprio nel momento in cui chiusi gli occhi convinto di essere infilzato, udii una voce bassa e roca borbottare qualcosa...

“Ah! finalmente un umano senza fucile! Erano anni che non ne vedevo uno!”
Possibile che fosse stato il cinghiale a parlare? Pensai tremante.
Non osai riaprire gli occhi, nonostante ciò, prima ancora che potessi realizzare veramente quello che stava accadendo, udii la mia voce tremante sussurrare…

“I cinghiali parlano?” Stavo impazzendo. “Ma certo!” - mi rispose il pelosone fissandomi con occhi benigni. “Da che mondo è mondo hanno sempre parlato. Sono gli uomini che non riescono più a sentirli, assordati dalle loro fucilate.”
“Capisco! Quindi tu sai anche che domani riaprirà la caccia?”
“Tranquillo. So tutto. Sono settimane che osservo i cacciatori impegnati nei loro patetici preparativi. Ma non son loro a preoccuparmi veramente, i loro cani, quelli sì sono molesti perché non mi permettono mai di rilassarmi veramente durante le mie penniche pomeridiane.”
“Scusa la domanda. Ma tu… tu sei il Punico?”

“Ha ha ha! Così pare! Quanto ho riso quando ho sentito quel nome la prima volta! I miei antenati ne sarebbero orgogliosi. Anche se ai loro tempi era diverso. Quando gli uomini facevano le battute di caccia con archi e frecce, il confronto era più equilibrato. Certo, anche allora c’erano i cani. Fortunatamente qui è pieno di fenditure e grotte, noi cinghiali conosciamo bene la zona, in un attimo possiamo eclissarci...che gusto vedere le facce basite di quei cagnacci quando perdono le nostre tracce...”

“Sì, ricordo di aver letto in una guida che questa è una zona carsica, piena di grotte. Come quelle usate dai militari…”
“Uh, non me ne parlare. Quelli sono anche peggio dei cacciatori. Quando sparano trema la montagna. Insomma i tempi in cui si poteva grufolare in pace sono proprio finiti, ora anche l’aria è strana, pesante. A volte mi bruciano gli occhi. Tutto sembra in qualche modo degradato...”
“Mi dispiace, mi dispiace veramente.”
“È così. L’importante è non perdersi d’animo, bisogna mantenersi vigili, con lo sguardo aperto. Me lo ripetono ogni giorno gli spiriti e gli dei quando vado a salutarli alla grotta sacra. Loro lo sanno bene! Ogni epoca ha le sue peculiarità e nulla è per sempre.”

“Quanto vorrei crederlo anch’io. Ma dimmi cos’è la grotta sacra? Non credo di conoscerla.”
“È la casa di Baal e Tanit, là vengono venerati da sempre. È il luogo dove sono custoditi tutti i tesori di chi ci ha preceduti fin dalle epoche più antiche, quando uomini e animali vivevano in armonia.”
“Wow! Che posto! Ma esiste veramente?”
“Ah beh sì! Vorresti visitarlo? L’odore aspro del tuo sudore mi rivela le tue abitudini alimentari, sento che di te mi posso fidare. Allora salta in groppa ragazzo, alla grotta ti ci porto io...”

C’è una scena finale nel film *Balla coi lupi nella quale Kevin Kostner insegue una mandria di bisonti imbizzarriti cavalcando a pelo lui stesso uno di quei bestioni cornuti, me la ricordavo bene quella sequenza anche perché era stato l’unico pezzo del film che ero riuscito a vedere, infrattato in ultima fila con Zulia, ragazza molto intraprendente del mio quartiere che finalmente ero riuscito a invitare ma quando le avevo comunicato il titolo del film mi era bastato vedere il suo sguardo per capire che di Kevin e dei suoi bisonti a lei interessava poco, sicuramente era più attratta dal cestello dei pop corn che le avevo promesso e che di fatto poi le ho comprato con i soldi rubati a nonna prima di uscire di casa in tutta fretta e correre all’appuntamento davanti all’unico cinema scarcagnato di Quartu.

O forse lei era solo incuriosita dalle mie millantate capacità baciatorie e dal mio giovane pene adolescenziale che lei al buio, fin da subito, aveva cercato e afferrato come fosse cosa sua facendomi godere in pochi secondi sotto gli occhi esterrefatti di una mamma davanti a noi che non aveva esitato ad alzarsi e a uscire con i suoi pargoli piagnucolosi.

A questi ricordi dimenticati curiosamente pensavo mentre barcollavo in groppa al Punico alla ricerca disperata di un punto di equilibrio, tenendo la criniera polverosa con doppia mano e stringendo il più possibile le ginocchia intorno al ventre enorme e caldo dell’animale. Chissà cosa penserebbe babbu Antonio se mi potesse vedere? E Elinedda? Sarebbe fiera di me lei che dice sempre che sono tutto testa e niente fisico? Intanto la corsa continuava e io cercavo di non vomitare perché voi non avete idea di quanto puzzi un cinghiale adulto di quelle dimensioni, una varietà di odori che passavano dalla Liquirizia al Mirto fino al fetore di topo morto misto a sterco irrancidito.

Il Punico intanto, abituato a correre perché perennemente inseguito da uomini bruti, scendeva i dirupi a rotta di collo senza preoccuparsi minimamente di avere qualcuno in groppa e si infilava come un proiettile dentro la macchia intricatissima della montagna causandomi graffi e fustigazioni senza fine. La discesa, durata pochi minuti, mi era parsa infinita, fortunatamente il Punico a un certo punto si era bloccato e si era messo a saggiare l’aria intorno a sé con il suo grifo bitorzoluto e umido – evidentemente per accertarsi di essere al riparo da occhi indiscreti – mi aveva invitato a scendere e a seguirlo verso una zona di massi granitici di notevoli dimensioni.

Là, seminascosta da un cespuglio di ginepro, era apparsa una fenditura, si sarebbe detta molto simile al sacro taglio materno, all’apparenza troppo stretta per permettere il passaggio di chicchessia, in realtà perfetta anche per creature di dimensioni superiori come il mio amico ruvidone. Ci ritrovammo avvolti dall’oscurità in un silenzio spettrale. Si udivano solo i grugniti del Punico mentre io tastavo le pareti come un cieco sperando di non mettere un piede in fallo perché anche la base era sconnessa come il resto. Improvvisamente ci venne in aiuto un sottile fascio di luce proveniente dall’alto e allora lo spazio si rivelò in tutta la sua ampiezza.

Pareva di essere in una chiesa. Un’ampia scalinata completamente scavata nella roccia portava verso il basso dove la luminosità era persino maggiore rispetto all’entrata. Troneggiavano a destra e a sinistra enormi statue in pietra scolpita rappresentanti guerrieri e figure mitologiche metà umane e metà animali. Nelle pareti erano scavate nicchie profonde nelle quali erano ammassate ciotole di ceramica di tutte le forme e misure né mancavano oggetti in metallo simili a spade e pugnali.

Mentre il Punico scendeva le scale sicuro, io ancora esitavo perché incantato alla vista di tutto quello splendore. Ad un certo punto con un braccio urtai un’anfora scura che cadde ai miei piedi, era piena di monete d’oro, non esitai a prenderne a manciate riempendomi le tasche senza vergogna. Giungemmo a quella che pareva la base della grotta, là era posizionata una grande pietra tonda scavata sormontata da una stele decorata con scritte indecifrabili.

Fu lì che vidi per la prima volta delle ossa ma preferii volgere lo sguardo altrove. Il silenzio intanto era stato rotto da un netto suono di acqua corrente, infatti dietro ad una stele gigantesca c’era una sorgente e una vasca. Il Punico senza esitazioni vi si immerse cominciando a chiamarmi con insistenza affinché entrassi anch’io nella vasca per bagnarmi con lui.

“Che posto!” Dissi io e mi resi conto della pochezza di quelle mie parole di fronte grandiosità di quel luogo. Ma tu perché vieni qui?” chiesi sempre più incredulo per tutto quello che stavo vivendo.

“Perché qui mi ritempro”, fu la sua risposta.

Subito dopo tastai la temperatura dell’acqua: era piacevolmente tiepida. Mi spogliai e mi immersi ed ebbi effettivamente una sensazione di conforto non solo corporeo. Chiusi gli occhi e mi lasciai andare. Perduto ogni collegamento con la realtà esterna accolsi con naturalezza misteriose visioni interiori, visi di persone incontrate nella vita e credute perdute, trame di sogni infantili, vedute di paesaggi lussureggianti e ancora immagini di persone amiche tutte luminose e sorridenti. Rimasi in quella vasca un tempo immemorabile, quando aprii gli occhi scoprii con sorpresa di essere rimasto solo e mi inquietai.

La pelle delle mie mani aveva la consistenza del pollo bollito. Con la sensazione di un incantesimo rotto uscii dall’acqua, raccolsi le mie cose e mi misi subito alla ricerca del mio amico. Fortunatamente lo ritrovai poco distante intento a grufolare chino dentro delle ciotole alla ricerca disperata di chissà quale cibo dimenticato. Quando si volse per guardarmi lo trovai cambiato, non sembrava più lui, era tutto liscio e pettinato, pareva ringiovanito.

“È ora di tornare”, mi disse tutto serio. E non aggiunse altro.

Uscire dalla grotta fu un'esperienza doppiamente traumatica, prima di tutto per la luce abbagliante e poi per i rumori, innumerevoli suoni mescolati, soprattutto voci umane in lontananza e latrati di cani. Udimmo anche degli spari.

Vidi il mio amico peloso rovinare improvvisamente a terra e inizialmente pensai che l’avessero colpito. Quando mi voltai, vidi a pochi passi da me Gavino, imbracciava un fucile e lo stava puntando verso di me.

“Eccoti, finalmente posso levarti di torno principino di merda” mi disse con voce sprezzante. “Nessuno sentirà la tua mancanza.”
Alzai istintivamente le mani in alto e rimasi immobile.
Si udì una voce in lontananza.

“Gavino! Non farlo Gavino!”

Riconobbi la voce di babbu Antonio, poi lo vidi più in basso nella boscaglia che stava salendo verso di noi insieme ad altri cacciatori.

Gavino, colto di sorpresa, prima abbassò il fucile, poi riprese la posizione minacciosa e ricominciò a urlare: “Lasciami fare Antoniu, lasciami fare!”
“No Gavino, ti rovini la vita... perdi tutto così...perdi anche Elinedda...”
“Diremo che è stato un incidente. Non mi importa di tua figlia... lei non mi vuole... ormai non ho più niente da perdere… lasciami almeno la soddisfazione di eliminare questo pezzo di merda...”

“Gavino... Gavino… non farlo!”

Si udì uno sparo, Gavino fece una smorfia e lasciò cadere il fucile. A quel punto un’ombra scura lo investì in pieno. Vidi il Punico inforcare ripetutamente il corpo minuto di Gavino e sbalzarlo in aria riprendendolo poi come un pupazzo senza vita per trascinarlo fino in fondo al dirupo mentre i cacciatori spaventatissimi avevano preso a sparare all’impazzata. Cominciai anch’io a urlare mettendomi a correre verso il basso...

“Non sparategli! Non sparategli!” Urlavo disperatamente noncurante della vegetazione intricatissima e spinosa che mi graffiava a sangue la faccia e le mani mentre cadevo e mi rialzavo infinite volte, senza che ciò ostacolasse la mia corsa.

Udii nuovi spari e voci concitate che urlavano “È il Punico! È il Punico!” E giù altre raffiche di spari. Inciampai in un grosso ramo messo di traverso tra due rocce e cominciai a scivolare senza freni lungo una parete verticale. Mi sentii perduto.

Chiusi gli occhi, sentii un forte colpo alla testa, poi più nulla.

“E allora la mummia come sta? Meschinetto, ieri pareva nostro Signore nel giorno della fustigazione.”
“E dai mamma non prenderlo in giro che è di là in camera tutto pesto…”
“Ma zia Dele gli ha poi fatto la medicazione?”
“Eja, è stata sua l’idea della benda e sotto gli ha messo una pomata di grasso di pecora e carciofo...”
“Ma brucia?”
“No no, pare che non bruci.”
“Ma dimmi una cosa, lo sapevi tu che il tuo Alessandro era così ricco?”
“Beh diciamo che nella sua famiglia stanno bene..”

“No..no lui è ricco proprio, ieri gli ho svuotato le tasche dei pantaloni prima di metterli a lavare e sai cosa ho trovato? Monete d’oro! Chi al giorno d’oggi va in giro con le tasche piene di monete d’oro? Io non lo so... Babbu ieri sera parlava con Efisio, c’è la tettoia grande della stalla che andrebbe riparata, ora che Alessandro fa parte della nostra famiglia...insomma forse potrebbe aiutarci..”
“Sò già tutto, tranquilla mamma, Alessandro farà la sua parte, sono sicura che una volta che saremo sposati si impegnerà totalmente, però ha anche detto a babbu che il Punico lo devono lasciar stare, ma babbu ancora non gli ha risposto...”