Ci frequentavamo da due mesi. Erano amicizie nate spontaneamente, basate sulle cose che avevamo in comune e per cui provavamo interesse. Tra queste c’erano le escursioni. Avevamo deciso di andare al mare e fare il primo bagno della stagione in un posto speciale. Mi era capitato molte volte di fare il primo bagno a maggio e, se devo essere sincero, anche in passato avevo festeggiato in questo modo la nascita di nuove amicizie. Quindi non mi sentivo eccitato da qualcosa che non avevo mai vissuto prima, quanto dal fatto che questa fortuna si ripetesse anche con il passare del tempo. Così accettai l’invito, visto che tutte le altre volte avevo vissuto delle belle storie che tuttora riempiono i miei ricordi più piacevoli.

Oreste propose la Costa Verde. Lui ci aveva lavorato, il posto aveva come punto di riferimento un hotel famoso della zona, Le Dune. Gli Smiths vi avevano girato il video di Please please please let me get what I want. Per questo conoscevamo bene il tragitto. La spiaggia, lo sapevano tutti, era favolosa. Oreste passò a prendermi molto presto di sabato e facemmo il solito giro per arrivare in centro a casa di Martina. Una delle cose che mi piacevano di lei era il fatto che ogni volta che saliva in macchina, qualunque cosa dovessimo fare, era sempre piena di entusiasmo. Camilla, invece, era apatica e soffriva di cali di tensione, cosicché nel momento cruciale di ogni avvenimento, quando era necessario l'ultimo sforzo, il suo apporto veniva meno. Per questo la consideravamo, per scherzo, l’anello debole della catena o, meno banalmente, il terreno friabile della nostra isola felice. Molti nostri amici erano in questo modo che descrivevano la nostra frequentazione. Come un’isola felice.

Martina era magra e alta. Aveva le spalle ossute e si vergognava di mostrare le orecchie a sventola nascoste da lunghi capelli neri. Camilla era più in carne, aveva un seno prospero e grandi occhi verdi. Oreste ne era innamorato. Mentre nell’abitacolo cantavamo a squarciagola Girlfriend in a coma, percorrendo la statale 196 con cautela, cercando di non finire in un dirupo in una delle troppe curve presenti a pochi metri dal mare, maturò la convinzione che quella sarebbe stata l’occasione giusta. Un giorno intero lontani dalla città, immersi nella natura, con l’aiuto di uno dei posti più romantici della Sardegna. Camilla doveva smetterla una volta per tutte di pensare a strani tipi muscolosi di cui innamorarsi voracemente e aprire gli occhi. Doveva accorgersi di lui e dei sentimenti che da tempo nutriva senza avere il coraggio di esternarli.

Martina era la più stonata di tutti, ma ciò che la distingueva da tante altre ragazze era la sua energia, che girava a pieno regime già dal mattino presto. Anche con il poco trucco mattutino, i tratti del viso erano incisivi; diventavano poi più accesi con il trucco serale che li deformava rendendola irriconoscibile. I suoi vestiti a fiori ridondavano brutalmente, abbinati sempre in malo modo a vecchi anfibi che dimenticava di allacciare, alle All Star sempre troppo consunte.

Oreste mise su i Tenores di Neoneli e dopo un breve intervallo di isteria data dalla desuetudine all’ascolto di quel tipo di musica, cominciammo a divertirci nel sentire cantautori del continente cimentarsi nella pronuncia sarda e interpretare testi che davano contro ai piemontesi, ma che per la maggior parte risultavano incomprensibili, anche per noi che eravamo del posto. Ma erano tutti molto bravi e ne fummo sorpresi. Oreste sembrava orgoglioso di quella scoperta e ci promise che presto ci avrebbe masterizzato una compilation di successo.

Intanto la musica ci accompagnò fino alla prima meta. Parcheggiamo la macchina nella zona di Ingurtosu, sulla strada che porta alle miniere. Scendemmo incuriositi dalla vista del paesaggio che avevamo di fronte. Presi una videocamera Sony dal portabagagli e la misi in funzione. Era ancora molto presto e non c’era anima viva. Il posto era avvolto da un'atmosfera spettrale e per questo risultava affascinante. Ripresi la villa in granito stile liberty con le finestre lunghe a cuspide e l’archivolto che permetteva il passaggio della strada. L’obiettivo inquadrò Martina e Camilla che imitavano balletti tribali. Sembravano essersi sciolte dopo essere state sovrastate dall’inquietudine di quella antica abitazione. Poi inquadrai Oreste che mostrava la lingua, correndo verso di noi dalla direzione opposta per comunicarci che la salita era ripida e faticosa. Scendemmo per delle scalette diroccate attraverso le foglie di leccio che ci colpivano in volto, percorremmo uno scivolo.

Arrivati al cortile, la sensazione che le abitazioni fossero disabitate era qualcosa di più di un semplice presagio. Ripresi la villa dal basso, rovinata ma ancora maestosa, poi provai con l'apertura automatica dell’inquadratura e con la funzione wide, e con ognuna delle diverse modalità ottenevo come risultato un vero e proprio effetto horror movie. Filmai mentre entravamo nell’edificio sottostante, dimesso e pieno di immondizia e intonaco e mobili antichi lasciati a marcire. Trovammo una cassettiera al centro di una stanza, il cui muro era ricoperto di graffiti e scritte. Nel muro di un’altra stanza vi era un buco quadrato, armato di ferro arrugginito.

«A che sarà servito?» chiesi.
«Secondo me era un forno», disse Oreste.

Era il buco per una cassaforte. Probabilmente ci appendevano i quadri per nasconderla. Percorremmo dei lunghi corridoi bui e avvicinandoci ad una finestra la aprimmo per ammirare il panorama. Rimanemmo ad osservarlo. Poi decidemmo di spostarci verso il mare.

Oreste risalì la strada con la macchina. Io spensi la videocamera. Avevamo in programma una seconda sosta alle miniere di Montevecchio, non meno abbandonate, desolanti, suggestive e incredibilmente spettrali rispetto al resto del panorama. Appena scesi dall’auto, Martina cominciò a correre impazzita. Riaccesi la videocamera Sony e la ripresi mentre faceva finta di tirarmi un sasso. Ci allontanammo per lasciare a Oreste e Camilla un po’ di intimità. Feci qualche ripresa di pozzi minerari, di costruzioni semidistrutte, di carrelli abbandonati, di strade polverose e di montagne ricoperte di verde scuro che sembravano avvolgersi nell’azzurro del cielo contrastato e nuvoloso. Mi poggiai su uno sperone di roccia e accesi una sigaretta. Martina mi venne vicino. Aveva il fiatone. Si sedette in terra incurante della polvere che le avrebbe rovinato il vestito.

«Pensi che quei due…?» chiesi.
«Non lo so… tutto può essere», disse, riflettendoci su.
«Certo che sarebbe strano se succedesse oggi», dissi impacciato.

Era la prima volta che sentivo imbarazzo nei confronti di Martina. La vedevo tranquilla e rilassata e avevo voglia di dirle delle cose senza però trovarne il coraggio.

«Chissà dove sarà finito?» disse lei ad un tratto.
«Di che parli?» chiesi.
«Su gurtugiu», disse.
«Non so…non ho capito a cosa ti riferisci… sugu che?»
«Era un avvoltoio da cui ha preso il nome questo posto. Cosa credevi che fosse? Secondo te perché si chiama così questo posto?»

Aveva l'aria di essersi seccata della mia ignoranza. Io non ero mai stato lì prima d’ora e non avevo la minima idea…

«Ma almeno ti piace?»
«Moltissimo», dissi. «Soprattutto perché sono qui con te.»
Rise senza arrossire e mi fece capire che era ora di andare.

Oreste aveva avuto tutto il tempo. Quando arrivammo alla macchina, Camilla stava ridendo, non so per quale motivo. Salimmo e ripartimmo. Percorsi tutta la strada con la videocamera accesa, ripresi dall’alto verso il basso i ruderi delle miniere con The end dei Doors in sottofondo. Era ancora più macabro e fiabesco. L’arrivo a Piscinas fu come un pugno allo stomaco, con la spiaggia e il mare vividi ed estivi, era come passare da una pellicola lenta e in bianco e nero a una commedia divertente e spigliata, anni settanta, ricca di colori e stupido buonumore.

Martina corse lungo la spiaggia mentre Camilla la raggiungeva con una buona andatura, ma senza nevrosi. Noi ci attardammo, perché eravamo stracarichi. Ci spogliammo e piazzammo la nostra tenda. Martina si gettò in acqua. Era la prima volta che la vedevo in costume e ci misi un bel po’ per abituarmi alla sua vista svestita. La magrezza delle gambe e della pancia e l’inconsistenza del seno non intaccavano il suo fascino. Il suo punto forte rimaneva la sua spigliatezza, ma anche la naturalezza, la genuinità delle sue risa incontrollate. Il suo essere non fisico sovrastava il suo essere fisico ed ogni cosa che diceva era la cosa giusta al momento giusto. Camilla e Oreste si sedettero vicini nello stesso asciugamano e cominciarono a scherzare, a toccarsi, a dirsi cose all’orecchio. Insomma, flirtavano e tutto sembrava andare per il verso giusto.

Nel pomeriggio, il lento scorrere del tempo portò ad assopirci. Una brezza calda diffondeva nell’aria gli odori di corbezzolo e lentisco delle dune. In confronto al giro turistico della mattina, il relax balneare pomeridiano poteva essere mediocre e noioso. Ma non lo fu. Feci una passeggiata. Avevo bisogno di realizzare quale fortuna fosse per noi poter arrivare facilmente in quel paradiso. Quando tornai dai miei amici, Martina si dissetava e Oreste era in acqua. Camilla si era appisolata. Mi accovacciai sotto l'ombrellone in cerca di ombra e Martina poggiò la sua testa sul mio fianco.

«Che volevi dire prima alle miniere?»
«Alle miniere…?»
“Sì, alle miniere. Hai detto che il posto ti piace perché sei qui con me.»
«Beh… mi piace fare queste gite fuori porta con te. Sai, c’è energia tra noi e ridiamo e stiamo bene.»
«E basta?» «Non lo so. Cosa vuoi sapere?»
«Voglio sapere se ti piaccio.»

Rimasi sbalordito dal suo approccio diretto e deciso. Ero spiazzato.

«Non è facile. Siamo amici e non vorrei rovinare quello che abbiamo.»
«È proprio perché siamo amici che voglio sapere cosa ti passa per la testa. Pensi che dovremmo stare insieme, che questa storia dovrebbe evolversi?»

Rimasi zitto per più di un minuto, poi vuotai il sacco.

«Io penso che sono quello che stai cercando.»
«E come fai a sapere cosa sto cercando?»
«Perché ti conosco.»
«Da due mesi. Non riesco a capire se sei sicuro di te o se sei uscito senza l'elmetto.» «Non lo so neanche io.»

Ridemmo entrambi con convinzione, ma il suo modo di essere rilassata e dolce faceva a botte con la sua risolutezza dei momenti decisivi. Sembrava non avere mai dubbi e a me pareva di averne a migliaia. Sentivo la sua forza fare presa sulla mia e sapevo che ogni volta che la personalità di una ragazza si faceva largo tra le mie difese, il risultato era sempre disastroso. Bastava fare due più due per capire che quella sarebbe stata archiviata come una sconfitta.

«Senti, mi piaci e mi piace stare con te. Ma come amici. Non provo altro se non questo. Non dico che in futuro non potrà essere diverso, ma non voglio vivere questo rapporto come una prova che se riesce trasformerà la nostra amicizia in qualcos’altro. Lasciamo fare al destino.»

Quando pronunciò la parola destino, Oreste uscì dall'acqua, quindi deviammo il discorso prima di zittirci del tutto. Camilla si svegliò e decidemmo il programma per il dopo-mare.

Tharros era troppo lontana per rientrare in giornata, così optammo per il tempio di Antas.

Percorremmo la statale 126 fino a Fluminimaggiore e oltre, arrivando alla zona di Arenas da cui era possibile vedere la cima del monte Conca s’Ommu sovrastare la vallata del rio Antas. Il tragitto mi sembrò interminabile, forse a causa del magone che m’era salito, ma una volta arrivati, quando Martina scese dall'auto e si mise dei jeans attillati al posto del vestito a fiori, per riprendere la sua corsa esaltata, riuscii a controllarmi meglio e a nascondere a Oreste e Camilla gli effetti della discussione pomeridiana.

Il cartello situato poco oltre il cancello d’ingresso spiegava come arrivare all'antico monumento, mentre un altro cartello più avanti diceva che il tempio era stato edificato dai cartaginesi nel '500 A.C. e ricostruito dall’imperatore Caracalla…blablabla… e che i fenici - punici avevano dedicato il tempio a… blablabla… e poi i romani alla divinità locale nuragica…blablabla… e che il podio era diviso in quattro parti, tra cui il pronao…blablabla…e le colonne…blablabla…e il mosaico…blablabla…

Non erano altro che pietre sistemate una sull'altra. Tutt’intorno stava una distesa verde molto simile ad una prateria. Mi sedetti su un blocco di arenaria e accesi una sigaretta. Oreste e Camilla decisero di andare alla ricerca di altri scavi romani e sparirono verso l’altura in mezzo alla vegetazione.

Martina aveva ricominciato a saltellare da una parte all’altra. Quando ebbe terminato il fiato si avvicinò e si mise a riposare sulla mia spalla. Ero quasi convinto che pensasse ai fatti suoi, quando con gli occhi chiusi mi disse che era lusingata del fatto che le avevo rivelato quelle cose. Ma ormai sapevo che la situazione era compromessa e che un posto romantico come quello non sarebbe servito a niente. Speravo solo che Oreste potesse avere una miglior sorte, anche perché Camilla, seppur meno affascinante di Martina, era dotata almeno di maggiore equilibrio.

«Si sarebbero potute formare due coppie oggi. Sarebbe stato divertente», dissi. Martina mi guardò con occhi innocenti. Le avevo fatto provare un inutile senso di colpa. «Ma quali due coppie! Guarda che Camilla, a Oreste, non se lo fila neanche di striscio. Me lo ha detto prima. È innamorata di un tipo della palestra.»

La guardai basito.

«Perché, lui ha intenzione di provarci oggi?» chiese. Dopo un po’ vedemmo Camilla uscire dalla sterpaglia come un cervo infuriato.

«Il tuo amico è un idiota. Mi ha messo le mani addosso. Ma chi si crede di essere? Ho sopportato tutto il giorno il fatto che si fosse incollato. Non lo volevo ferire. Ma così è troppo.» «Idiota», urlò verso Oreste che intanto era ricomparso torvo e umiliato.

Mi rivolsi sottovoce a Martina.

«Potresti evitare di raccontare quello che ti ho confidato?» «Non dico niente. Che ti credi? Ti ho detto che sono lusingata.» Mi diede un bacio sulla guancia prima di correre via insieme all'amica.

Oreste mi guardò, interrogandosi sui granchi che aveva preso. L’espressione da cane bastonato non stonava sul suo viso lungo e triste. Salimmo in auto e io guidai fino a casa senza dire una parola. L’isola felice era stata inghiottita dalla lava di un vulcano crudele. Il vulcano dell’amore latitante. Del non amore. Del nessun lieto fine. Camilla la terribile, il terreno friabile, la castigatrice di palestrati.

Beh, non so se sia bello o brutto essere innamorati, far finta di essere innamorati, urlarlo al mondo. Alla fine basta così poco. Dovremmo considerarci fortunati se conosciamo qualcuno che ci interessa realmente. Dobbiamo essere consci del fatto che non basta avere tante cose in comune, condividere viaggi ed esperienze, essere convinti di farcela, cioè ad avere ciò che si vuole, la donna che si desidera. Certe volte per chi amiamo siamo solo un momento, un capitolo della vita, un episodio. È dura da accettare. Ma se vogliamo la loro felicità, è molto meglio lasciarle andare via. Imporre la nostra presenza non serve a molto. I momenti belli diventano ricordi, e questa è una magia che non dobbiamo assolutamente sottovalutare.