Tu non ti sei preparata prima di intervistarmi, no? Ed è la stessa cosa che faccio io con i ritratti. È sempre un'improvvisazione perché non sai mai chi hai davanti. Nel ritratto non ci deve essere soltanto la persona come si vede esteticamente, ma il dialogo con il ritrattista.
David Glauso, fiorentino di nascita e crescita, siciliano di patrimonio genetico, e tiene molto alla combinazione, è un fotografo che s’immedesima un po’ in un pittore del Cinquecento:
Le persone non posavano per essere belle, secondo me, ma per lasciare un ricordo di sé, quindi l’artista doveva interpretarle. Certo all’epoca c’erano dei geni assoluti, pensa a Leonardo da Vinci che ha spaziato fra le arti e la scienza, ma nel mio piccolo ho un elemento positivo: da bambino sono stato abituato dai miei genitori ad apprezzare la diversità. E non aver quella paura che è un blocco psicologico e non ti dà la libertà di emergere e scoprire.
L'altro giorno ho raccontato a mio nipote, ventenne, una storia della mia famiglia. Mi ha ringraziato perché ha imparato da me a essere curioso. Quando aveva quattro anni mi diceva: “Zio, io sono curioso, ma molto curioso”. Assicura che gliel'ho trasmessa io questa caratteristica. È un onore. Ecco, io credo che per raccontare una persona bisogna essere molto curiosi. Non morbosi, ma con la curiosità sana che ti lascia qualcosa dentro.
Nel tuo ambiente ti giudicano molto sensibile.
È vero, me lo dicono. La sensibilità al giorno d'oggi non è molto ben vista.
Al giorno di ieri era ben vista?
Ma, insomma… trovo avesse un altro valore: c’erano tempi lenti. Questo mondo che viviamo è veloce. È un po' più difficile gestire la sensibilità nel vortice. Però io ci provo lo stesso, non mi piego. Perché ritengo che nella nostra vita le sottigliezze contino. Bisogna trasmettere quello che siamo agli altri. Senza timore: non devo piacere a tutti.
L'altro giorno sono andato a vedere il film di Sorrentino La grazia. Dico sempre che la creatività è un soffio di leggerezza. Penso che, con quel film, Sorrentino, abbia trovato il suo soffio. È eccessivo, a volte. Alcuni suoi film mi sono piaciuti moltissimo, altri meno. Eccessivo quando ostenta una ricerca di bellezza che, invece, in alcuni casi è soltanto nella semplicità. Questione di gusto, naturalmente. Io sono condizionato dall’armonia della città dove sono cresciuto e vivo: Firenze. L'imprinting di una persona avviene nei primi anni della sua vita. Magari puoi modificare qualche aspetto via via che rimani affascinato da altro, ma io sono stato formato dalla visione rinascimentale.
A sei anni disegnavo in tre dimensioni perché osservavo mio zio che frequentava l'Accademia di Belle Arti. Poi nel disegno mettevo un racconto.
E hai sempre continuato a raccontare.
L'altro giorno un’amica modella e attrice mi ha detto che guardando le mie foto vede un po' di moda e un po' di cinema.
A me importa crescere. Sono interessato a quello che non so, a quello che potrei fare, a quello che potrei essere. Certe idee mi vengono così dal nulla solo perché sto alimentando il mio sguardo con la curiosità. È importante per chi vuole essere fotografo di professione o per passatempo. Io spesso non scelgo prima le persone che fotografo e mi capita di fotografarle, solo per rivelarle.
Come accade?
Vengono a me. Ci sono degli incontri casuali che nascono per la professione e non. Attraverso il mezzo fotografico arrivo a capire cos'è che mi aveva incuriosito di quella donna o di quell’uomo. D’abitudine, quando faccio un servizio fotografico, lascio che le immagini stiano lì, a riposare, da una parte, senza selezionarle.
Ora dirò una cosa che sarà anche un po' presuntuosa, però è la realtà: ho una casistica di errore tecnico molto bassa. Quindi, siccome tecnicamente le foto vanno circa bene tutte, do un valore al momento dello scatto. Invece nella fotografia di oggi si cerca di scattare il più possibile per poi scegliere il momento giusto.
Differenza abissale.
Una mia ex compagna psicologa disse che ho la memoria corporea. Mi illuminò e ho iniziato a scattare fotografie anche soltanto per allenare il mio corpo a vedere e a fare i movimenti per scattare in una certa maniera: sono stato il coach di me stesso. Avevo 41 anni quando ho cominciato a fare il fotografo professionista, riprendendo un amore di bambino e coltivato fino ai vent’anni. Adesso ne ho 54.
Che hai fatto nel frattempo? È importante? O no?
Da piccolino volevo fare l'artista, poi vidi un film su Ligabue, il pittore. Con Flavio Bucci, molto bravo. Ora l'hanno rifatto con Elio Germano. E qualcosa su Van Gogh. Decisi di non volere più fare l’artista. La fine maledetta mi impauriva. Allora ho iniziato con l'informatica cercando di dare sfogo alla mia creatività in un ambito che sembra non creativo, ma lo è. Poi ho ripreso a fotografare, ma non volevo fare il fotografo (ride n.d.r.).
Moda e ritratti, soprattutto?
Ho iniziato con le foto di strada, ma a me interessano le persone. Quando ero ragazzino, gli ospiti che entravano in casa da noi per me non sarebbero mai dovuti andare via. C’è a chi piace stare da solo, a me piace stare insieme alla gente e ho una memoria impressionante: mi ricordo persino che cosa aveva addosso qualcuno la prima volta che l’ho incontrato.
Quando sono arrivate le prime richieste di lavoro, ho iniziato a fare ritratti di moda, ma non mi limito. Un reportage di matrimonio non è fotografia di serie B. Basta farlo bello, no? È un racconto.
Anche la moda non dovrebbe essere statica dal punto di vista fotografico come viene proposta in questo momento storico. Adesso la gente sogna per il nome del brand, non per l’immagine, com’era fino agli anni Novanta. Il fotografo era rinomato, ora non si sa nemmeno chi è. Per esempio, ho visto il documentario su Ferdinando Scianna che era presente alla proiezione e ha ricordato come è stato l'incontro con Dolce & Gabbana che hanno fondato la comunicazione sul racconto della Sicilia. Io sono figlio di siciliani, quindi so che significa sentire quella terra.
Ce l’hai un mito?
Al principio non ho guardato niente perché volevo essere libero. Scattavo come facevo da ragazzino, tutto manuale, poi mi sono evoluto e ho cercato di usare la tecnologia. Dopo un annetto ho iniziato a guardare i grandi fotografi.
I preferiti?
Jeanloup Sieff, francese, favoloso, particolarissimo. Da lui, dai suoi bianchi e neri profondi, ho imparato l’importanza delle ombre. Fotografando le donne, un uomo cerca il significato dell'essere donna. L'uomo si interroga spesso su questo.
Autoritratto al Caffè degli Artigiani di Firenze © David Glauso.
Ah, l’uomo s’interroga?
Ed ecco il valore delle ombre. Magari ognuno ce l'ha, però le donne, nel nostro immaginario, hanno più sfaccettature e più fascino. Sieff è quasi un mito per me, anche se io ho una visione molto più romantica della sua. Un altro che mi è sempre piaciuto per la sua vena goliardica, e non solo, è Elliott Erwitt. Penso che lui sia stato uno dei massimi fotografi e che abbia dato libero spazio alla sua curiosità in modo semplice. Tornando a Sieff: cerco sempre la tridimensionalità dell'immagine che non può essere solo nella luce, ma anche nelle ombre. Essendo nato a Firenze, ho, appunto, una visione rinascimentale: la prospettiva, la scultura, la diagonale. Michelangelo è il mio idolo. Era scultoreo anche quando dipingeva, pensa al Tondo Doni. Tutte le volte passo in Piazza della Signoria, poi, sono sedotto dal Ratto delle Sabine di Giambologna. Che movimento meraviglioso!
Come affronti il dolore?
Per mia indole cerco la bellezza dove non esiste in apparenza. Abituato alle colline toscane, capito in un posto bruttissimo: la Pianura Padana. Mamma mia, che nebbia. Vedo un alberino, sento il desiderio, quasi il “dovere” di fotografarlo. Mi fermo sul ciglio, faccio cento metri a piedi in un campo. Non è la bellezza estetica, è quella bellezza che, come dice Renzo Piano, ti fa commuovere. Bisogna soffermarsi per trovarla, avere tempo.
Alcune volte scatto con macchine con obiettivi che non hanno l’auto-focus. Così mentre metto a fuoco a mano vedo delle cose che magari se fossi rapido mi perderei. È come se bloccassi un pensiero. E il pensiero è la forma d'arte più alta.
Vorrei fondere dentro di me il Rinascimento e il Concettuale.
Fotografi spesso Massimo Gradini, il più celebre indossatore italiano.
L'ho conosciuto a Pitti Uomo. Aveva una barba importante, lunga. Si guardava intorno. Io gli punto la macchina fotografica addosso e lui mi fa: “Sai fotografare?”. Massimo è uno straordinario indossatore e per fare le sfilate bisogna interpretare quello che hai addosso. È se stesso e anche un attore. Ora siamo amici e ci bastano quindici minuti per fare le foto. Estemporanei.
Di solito, comunque, anche gli sconosciuti sono disinvolti con me. Il mio modo di parlare rassicura. Una mamma mi disse: “I piccolini stanno buoni quando arrivi tu”. Ho un bel rapporto coi bambini, mi cercano.
Ne hai di tuoi?
Purtroppo no.
“Stanno buoni” anche gli adulti?
Sì. Bisogna dare la libertà assoluta. Puoi avere un’opinione, mai emettere sentenze. A non giudicare l’ho imparato dagli attori, non dai modelli. Il fotografo-tribunale è proprio sbagliato.
Confidenze, uno scatto rubato a Firenze. Esposta alla Maison de l’Unesco, a Parigi, in occasione dell’ottavo "World Congress for Psychotherapy" © David Glauso.
Progetti?
Il mio sogno è girare un cortometraggio. Mi diverto a fare qualche piccolo spezzone di video, tramite social, ma con una visione un po' più cinematografica. Non mi piacciono le mode nei social, essere omologato. Non devo imitare nessuno. È un’idea un po’ romantica, sarebbe un omaggio a mio padre che non c’è più da vent’anni. Lui mi ha insegnato a vedere i film. Forse l’ultimo che abbiamo visto insieme è stato Mission con De Niro e Jeremy Irons. O L’ultimo imperatore di Bertolucci.
Ho già delle idee. Mi chiedevi dei miti? Per me un mito assoluto è Sergio Leone. Tutto Leone: dai western a C'era una volta l’America. Ha usato il western per raccontare la sua anima. Claudia Cardinale, in un’intervista, parla del loro rapporto durante le riprese di C'era una volta il West e dice, con dolcezza, che il lato che apprezzava di più in lui era l'amore, il rispetto verso la donna. Meravigliosa Cardinale. La stessa dolcezza che ho ritrovato nel documentario su Leone, uscito circa tre anni fa, dove Jennifer Connelly racconta, commossa, di aver dato il suo primo bacio a un uomo nel film C’era una volta in America che ha girato a dodici anni.
Il rispetto per la donna lo sento dentro di me perché l'ho imparato da mio padre che era un essere umano molto elegante. Era un sarto. Siciliano, trasferito a Firenze.
Si chiamava?
Giuseppe, detto Pippo. Considerato un maestro da molti del settore. Qualche anno fa avevo una giacca sartoriale di mio padre e un signore mi chiese: "Scusa, ti guardo, ma questa giacca bellissima, chi te l'ha fatta?”. Sono stato fiero.















