Se esiste una filosofia lato sensu che sembra un abito cucito su misura per Matera, l’antica città dei Sassi, essa riguarda i concetti di pieno e di vuoto della filosofia Zen. Questi due concetti, sebbene opposti, nel mondo asiatico non sono concepiti in senso fisico, perché il vuoto non esprime il “senza” o il “non-essere”, ma rappresenta piuttosto un continuo fluire tra i due stati, un rimbalzo dal pieno al vuoto e viceversa. Un cerchio vuoto contiene sempre un pieno.

L’esempio più spettacolare è l’universo: per secoli il mondo occidentale lo ha concepito come un contenitore, non vuoto certo, ma sostanzialmente di natura diversa dai corpi celesti in esso contenuti, considerati pieni. Poi Einstein non solo elaborò una nuova concezione dell’universo come massa in espansione, ma svelò che questa comprende addirittura il tempo: una struttura elastica, unica, di spazio-tempo ed energia che si curva, si tende e si dilata per effetto delle onde gravitazionali. L’universo dunque realizza, “pienamente”, l’interscambio tra pieno e vuoto.

Ma torniamo con i piedi sulla terra. Le civiltà orientali giunsero a intuizioni analoghe molto prima, attraverso la filosofia. Ma cosa ha a che fare la città dei Sassi con i concetti Zen di pieno e di vuoto?

Per la sua natura geologica, Matera è letteralmente plasmata nella calcarenite, una pietra bianca, morbida e porosa, localmente detta tufo, che sin dagli albori della sedentarizzazione dei gruppi umani, nel passaggio dai cacciatori-raccoglitori alle comunità stanziali, ha espresso la prima necessità per la sopravvivenza dell’uomo, ovvero l’acqua, attraverso la realizzazione di opere capaci di raccoglierla e conservarla. In un territorio caratterizzato da scarsità di corsi d’acqua, intensa fu la costruzione di profonde cisterne per la raccolta e la conservazione di questo bene primario, unico e indispensabile, cisterne che in un secondo momento furono anche trasformate e adattate ad abitazioni, poiché di tale risorsa non si poteva sprecare nemmeno una goccia.

E la forma delle cisterne, ça va sans dire, ricorda quella di una goccia.

E cosa c’è di più emblematico di una goccia per rappresentare visivamente il concetto Zen di pieno e di vuoto?

Definita architettura “in negativo”, la seconda città più antica al mondo dopo Gerico, Matera è un sito in cui le strutture abitative, i ricoveri per gli animali e gli ambienti di stoccaggio sono ottenuti togliendo materia anziché aggiungendola. Matera, città scavata nella roccia, custodisce chiese rupestri risalenti ai primi secoli d.C., nelle quali le navate, sorrette da colonne portanti, gli altari e le mensole per gli oggetti votivi sono tutti ottenuti per sottrazione anziché edificati e rappresenta perciò la massima espressione di compenetrazione pieno-vuoto.

Un’immensa goccia di bronzo è posizionata in una delle più suggestive piazze della città, piazzetta Pascoli, l’ultimo avamposto prospiciente il più iconico belvedere urbano che apre ad uno scenario unico al mondo, consentendo di godere della vista sui Sassi, i due antichissimi rioni la cui origine si perde nella notte dei tempi. E sta lì la goccia, proprio a ricordare la quintessenza e il significato profondo della città dei Sassi, ossia la sua naturale predisposizione a essere utero accogliente, ventre profondo, che esprime la sua unicità nell’essere sito di eccellenti opere ingegneristiche dedicate proprio alla raccolta delle acque, e risalenti già al Neolitico.

MU 765 G è il nome della goccia con cui il suo autore Kenjiro Azuma, pilota kamikaze giapponese durante la seconda guerra mondiale, giunto in Italia negli anni Sessanta per frequentare l'Accademia di Brera, trova nell'arte e più precisamente nelle sculture in bronzo cavo, la sua modalità di affermare la sua concezione del mondo e della vita.

MU in giapponese è il vuoto, l’invisibile, contrapposto a YU, il pieno. E MU, è il nome che Kenjiro Azuma diede a tutte le sue opere, distinguendole tra loro solo con un numero, perché Azuma, fortemente permeato com’era, della cultura e della filosofia Zen, concepì il vuoto non come concetto fisico e né mai come principio negativo, bensì come una predisposizione a ricevere, esattamente come quello di una cisterna: contenitore in potenza, che una volta pieno realizza la goccia in senso Zen.

Il principio di potenzialità insito nel concetto di vuoto è presente già in Aristotele, che lo concepiva appunto come uno stadio da colmare, ma indispensabile alla realizzazione del pieno che significava materia, concretezza, realtà. L'idea di vuoto appartiene dunque all'uomo civilizzato, ma nel mondo occidentale ha assunto connotazione negativa e rappresenta l’incompiutezza, e solo quando viene colmato si realizza compiutamente.

È nelle filosofie orientali come il Taoismo o il Buddhismo Zen che esso assurge a pari dignità rispetto al concetto di pieno, perché diventa spinta e prospettiva, è foriero di equilibrio, è dinamismo, e dunque garanzia di futuro.

E quale forma realizza meglio i due concetti Zen se non la goccia? Non una sfera, come avrebbe fatto ad esempio Democrito, per il quale i vuoti erano solo spazi tra gli atomi, ma la goccia, che Azuma rappresenta sempre con due fori, ad indicare l’attitudine al fluire continuo tra i due stati. Ma la goccia per sua natura è la forma primaria che la materia allo stato liquido assume, e il primo elemento liquido, tra quelli naturali, dalla simbologia smisurata, è proprio l’acqua, la cui manifestazione visibile è la goccia stessa.

La goccia - forma, contenitore, contenuto e rappresentazione di pieno e di vuoto al tempo stesso - si specchia in una corrispondenza atavica ed eterna, ideale e reale, in uno scambio biunivoco con il luogo che continuamente la reifica, e le dona cornice di senso, Matera e il suo elemento necessario, l’acqua.