È il giorno di Ferragosto e fa un caldo boia. L'appartamento di Mirko Usai è situato in un quartiere accogliente nella periferia della città che si chiama Su Planu. Qui c’è l’ospedale, il circolo del tennis, un rinomato ristorante e, nei pressi, hanno costruito la strada a scorrimento veloce che in un attimo ti permette di arrivare all’aeroporto. Mirko ha fatto l’investimento immobiliare due mesi fa con i soldi che la madre gli ha lasciato prima di morire.

Il condizionatore è rotto. Sono le due del pomeriggio e l’aria è irrespirabile. La cucina è in disordine.

Sul tavolo giacciono malinconici i resti della colazione e alcune cartelle di Prozac quasi terminate. Da una confezione da sei di lattine di Heineken ne mancano tre. Mirko apre il frigo, sulla cui porta penzolano appesi alcuni Burt Simpson con le ventose ai piedi, ci sono anche altri magneti decorativi trovati nei pacchi delle patatine. Mirko beve da un cartone di latte ed esce in balcone per cercare di respirare meglio. Per cercare fresco naturale. Non ne trova. Si accende una sigaretta e comincia a fissare la costruzione di fronte.

È un ospizio di tre piani che una volta portato a compimento gli toglierà luce e aria. Lui vive al secondo piano, cosicché potrà vedere cosa succede nelle stanze dei vecchietti, che magari passeranno il tempo a cercare di capire i suoi loschi andirivieni. E così via. Sputa verso il basso e allo sputo fa seguire il volo della cicca. Entra in cucina. Ingurgita un’altra pasticca. Dà un ultimo sorso a una lattina, indossa una camicia pulita ed esce in strada dove l’afa e la puzza del ristorante sono persistenti. Un odore strano da giorni sta avvolgendo la città.

Le spezie usate dalle nuove pizzerie aperte in poco tempo da cinesi, arabi e turchi in cerca di fortuna stanno sovrastando l’odore marino che arriva dal mare, dove i chioschi non possono più cucinare i ricci liberamente. L’economia della ristorazione sta prendendo una brutta piega. Mirko infila la chiave nella serratura della sua scalcagnata Ford e ci sale dentro. Dopodiché parte a razzo.

Ha passato l’ultima settimana a trangugiare pasticche e ad andare in giro con la sua automobile alla ricerca dell’auto di Debora, una ragazza di quello stesso quartiere, conosciuta all’università, che lo ha lasciato per raggiungere il fidanzato a Londra. Quando si sono incontrati per la prima volta, ha pensato che quella poteva essere la donna giusta, emancipata, instabile, viaggiatrice. Aveva perso le speranze una volta saputo che non era libera, ma aveva cambiato subito idea non appena lei aveva deciso di aprirsi un po’ e raccontargli della sua deludente storia d'amore.

Mirko continua a fare giri interminabili battendo tutte le vie della città e, stranamente, ogni volta che si ferma, si ritrova proprio vicino a casa della ragazza, nel loro quartiere (ha speso tutti quei soldi per acquistare un immobile vicino alla casa di una ragazza di cui si è invaghito e che conosce appena?), nei pressi dell’ospedale. L’ospedale, una volta illuminato, verso l'imbrunire, gli ricorda Indastria, la città immaginaria del suo cartone preferito di quando era piccolo, Conan, il ragazzo del futuro, tratto da un libro che non ha mai letto The incredible Tide. Il colle, anch’esso illuminato, gli fa salire un groppone in gola.

Con il sedere poggiato sul cofano dell’auto e la sigaretta in bocca, Mirko inizia a pensare alla sera in cui di fronte al bar del colle, nei pressi del parapetto da cui è possibile godere dello skyline mozzafiato della città tutta raccolta, Debora gli disse che si era innamorata di lui e che per questo intendeva baciarlo. Avevano iniziato ad uscire insieme, a vedere concerti e mostre di pittori sardi, ma lei non voleva essere presa per mano, perché aveva paura di incontrare qualcuno che conosceva.

Voleva tenere la storia segreta, e Mirko aveva pensato alla stranezza degli eventi, poiché, di solito, era lui a non voler pubblicizzare le storie, e anche a dileguarsi per primo per non subire le rimostranze della ragazza a cui stava spezzando il cuore. Era convinto che fuggire avesse la sua bella convenienza, ma questa volta a fuggire era Debora, la ragazza di cui si era invaghito e per la quale nell’ultima settimana i giri frenetici per la città erano aumentati vertiginosamente. Della sua Clio gialla, però, non c’era traccia, segno evidente che non solo lei aveva deciso di partire, ma che aveva messo in pratica il suo piano alla svelta.

Così, quel pomeriggio, dopo l’ennesima sigaretta fumata intento a guardare il panorama dal colle, per paura di perdere la speranza, sceglie di risalire ancora in macchina e ripartire. Al semaforo dell’ospedale nota un vecchio seduto poco oltre il cancello dell’ingresso. Sembra intrappolato dentro una matassa di pensieri, perché tiene lo sguardo fisso verso la pavimentazione stradale.

È una visione che lo colpisce allo stomaco, richiamando con forza la sua attenzione, perché quando si sta male è più facile accorgersi degli altri. Parte a razzo per fare il giro dell'isolato e una volta fermatosi al semaforo nella direzione opposta, pensa di entrare nei parcheggi per osservare la scena. Il vecchio ha l’aria triste. Intorno è deserto. Nessun tram o auto, nessun visitatore, forse sono tutti in vacanza. Il quartiere è desolato.

Il vecchio ha avuto tante occasioni nella vita e riflette sul fatto che ne ha perse parecchie (la maggior parte) cogliendo le peggiori e lasciando andare quelle che avrebbero potuto cambiare il corso delle cose in meglio. Sta lì a rifletterci su, ma senza rimpianti, perché sa di essere stato un po’ ingenuo e di non aver avuto abbastanza coraggio nel momento delle scelte, ed è per questo che crede di meritarsi quella solitudine.

Ricorda i tre anni trascorsi in America a lavorare nel ristorante del fratello dove si guadagnava bene sfruttando gli emigrati. Un pomeriggio in cui si era sentito più sfruttato del solito, aveva deciso di appropriarsi dell’incasso del ristorante. Aveva affittato uno smoking e verso sera si era recato ad una festa, a Manhattan, dove era arrivato grazie a una limousine presa a noleggio. Aveva bevuto champagne e flirtato con tutte le donne più eleganti e dopo mezzanotte si era ritrovato a vomitare su una chiatta abbandonata, in perfetta solitudine, sotto il ponte di Williamsburg. E il giorno dopo erano cominciati i suoi guai.

Mirko abbandona i parcheggi dopo essere stato sovrastato dalla disperazione dell’uomo e della sua storia e si dirige verso l’asse mediano. Lo percorre a velocità elevata distraendosi un attimo per osservare in lontananza le saline, la sella del diavolo, le abitazioni con nessuno dentro. Il Prozac fa effetto e i suoi riflessi sono più lenti. La mascella è pesante. Il guard-rail gli scorre vicino e l’auto lo sfiora ingoiando l’asfalto. All'altezza del quartiere europeo il caldo si smorza, ma è lontano anni luce dal voler cedere. Attraverso i finestrini abbassati e il tettuccio aperto è possibile creare una corrente d’aria. Ma solo con l'alta velocità. Ai semafori del lungomare è come stare all'inferno.

Debora si sta godendo il fresco di Hyde Park, cammina innamorata mano nella mano con il ragazzo londinese con cui si ferma per riuscire a toccare uno scoiattolo. Gettano una briciola di qualcosa chiacchierando circa il prossimo concerto rock che andranno a vedere con gli amici con cui di solito si trattengono al pub a bere una pinta, prima di tornare a casa. Lui l’ha aiutata a trovare un lavoro e una sistemazione provvisoria appena arrivata, prima di prendere la decisione di andare a vivere insieme in una zona che non fosse troppo lontana dal centro, il che significa raggiungibile attraverso il solo utilizzo della metropolitana.

Mirko ricorda di quando lei era passata a trovarlo, utilizzando la scusa delle fotocopie che non sarebbe riuscita a studiare prima della fine delle vacanze. Aveva occhi da gatta, lucidi, verdi e penetranti e se ne stava poggiata sulla porta dell’ingresso, quasi come se volesse entrare, quasi come se non volesse andare via, come se avesse già voglia di baciarlo, nonostante il fidanzato e gli amici londinesi aspettassero, attenti osservatori, dentro il monovolume che stava a pochi metri di distanza e con cui avevano raggiunto l'isola per le vacanze estive. Quando se ne andarono, Mirko si affacciò per cercare di vedere in faccia il ragazzo e, non riuscendoci, si lasciò prendere da una risata isterica, perché quegli inglesi si erano portati dietro le tavole da surf, sistemate sull'imperiale, ed erano diretti a est. Non avrebbero trovato onde neanche se fossero stati Zio Paperone alla ricerca dell'oro del Klondike.

Sceso dall'auto, decide di entrare in un bar. Ordina una birra gelata da portare via e risale in macchina. Sono circa le sette di sera e finalmente il caldo dà una tregua alla città. Mirko rimane in zona. Continua i suoi giri percorrendo e ripercorrendo il lungomare. Ha la birra tra le gambe e spesso evita di cambiare marcia, tirando al massimo la terza o cambiando all'ultimo, sfregando di conseguenza la sincronizzazione, pur di bere piccoli sorsi, in continuazione. All’altezza della Monfenera accosta.

Nel piazzale adiacente l'entrata ci sono dei militari che ramazzano la pavimentazione, alcuni innaffiano le piante. È una visione buffa. Cinque di loro sembrano concentrati, nel tentativo di eseguire gli ordini senza errori, manco dovessero portare a termine chissà quale missione di fondamentale importanza. Uno impartisce le direttive, ben saldo sulle gambe leggermente divaricate, è probabile che sia il capo, perché ha una fascia celeste (sopra la mimetica) che lo distingue dagli altri. Altri due fumano tranquilli e indisturbati vicino ad un enorme cannone, che deve essere stato riverniciato da poco perché risplende martoriato dagli ultimi raggi sempre più flebili.

Ogni tanto si danno botte, per gioco, s’inseguono e si risiedono e continuano a fumare e a rimanere indisturbati. Estrapolati da quel preciso contesto sembrano dei pupazzetti intorpiditi che con movimenti brevi e precisi, ma sempre identici, non riescono a produrre varianti, e, senza ragione, i loro interminabili e infiniti attimi trascorrono inesorabili. All’interno di quel pomeriggio assolato, che non sembra concludersi mai, fanno parte di un disegno logico, forse predefinito, hanno compiti, mansioni e in ogni momento sanno esattamente ciò che si deve fare. Nulla è lasciato al caso o all'immaginazione.

Ciò che deve essere fatto, sicuramente verrà fatto. Mirko s’inventa un'inversione da brivido e riprende con l’asse mediano da dove può vedere, d'improvviso, il cielo scurirsi e la luce farsi densa. All'altezza delle biforcazioni sbaglia la strada ritrovandosi ad un nuovo semaforo. La strada si restringe improvvisamente, sfociando in una piazza.

Deserta. Ancora Debora…

Poco prima della partenza del ragazzo londinese, lei non resistette e decise che dovevano incontrarsi. Mirko sentiva la situazione sfuggirgli di mano, ma non riusciva a controllarsi, tanta era l’ansia di passare del tempo con lei. Nonostante le notti appena trascorse, ancora calda e profumata d’amore deludente, lei deve essersi sentita talmente inappagata e insoddisfatta da desiderare le sue braccia, ennesimo varco in una confusione non risolta, fatta di sensi di colpa. Scegliere, scegliere e ancora scegliere.

Quale peggiore destino?

Lontano, con il ragazzo londinese, vale a dire con le possibilità, o nella stessa città con Mirko, nel cui amore poteva trovare…cosa? Parlarono solamente di questo al telefono, poco prima di vedersi nella camera di lui dove lei per tutta la notte si fece sfiorare i capelli e sussurrare parole e promesse che avrebbe poi barattato per un po’ di sicurezza, portandosi dietro, dentro la valigia con cui aveva deciso di partire, solo il ricordo di una nottata che aveva voluto a tutti i costi.

Piazza semideserta… Mirko è colpito da un’altra visione che sarà l'ultima, visto che ha deciso di tornare a casa e mettersi a dormire per una settimana e smaltire la birra, le pasticche, la frustrazione, riprendendo da capo con la sua vita, cui darà una svolta decisa e dei cambiamenti radicali. La visione è un signore di mezz’età, basso e canuto (con indosso dei pantaloncini corti e una maglia lurida) e con la barba incolta e puzzolente e le unghie lunghe e nere, che gli sbarra la strada per attraversare.

È a piedi e spinge una bici munita di cassone in cui tiene la sua spazzatura. Gli passa vicino borbottando bestemmie e Mirko lo insulta. Poi continua a fissarlo, fino a quando l’omuncolo arriva a un cassonetto e si ferma per frugarci dentro. Mirko parcheggia l'auto e ingolla pasticca e birra.

L'omuncolo tira fuori di tutto: pezzi di cartone, vecchie batterie, libri, bottiglie, scarpe. Le ripone nel cassone insieme alle altre cianfrusaglie. In paese si sostiene che sia ricco, ma pazzo. Che abbia un conto in banca notevole, nonostante si ostini a passare il tempo in mezzo ai rifiuti. Non a mendicare, ma a raccattare spazzatura.

Gira tutto il giorno proprio come fa Mirko, ma a differenza di Mirko usa una bici con il cassone e raccoglie roba dai cassonetti della zona, dei quali ormai conosce il contenuto che varia a seconda dei giorni. Due cani pulciosi gli fanno la guardia e ogni volta che attraversano una strada, dove tutti e tre trascorrono la maggior parte del tempo, rischiano di essere travolti da qualche pirata automobilistico.

Mirko sta per partorire un’altra storia. È la storia dell’omuncolo che è stato figlio di una persona per bene, che ha fatto i soldi creando dal nulla un’impresa per lo smaltimento dei rifiuti solidi urbani e che ha rinnegato le sue origini dopo una lite furiosa per questioni d’eredità, abbandonando tutto, decidendo di mettersi in proprio (guarda caso proprio nel settore “rifiuti solidi”) e giurando di riuscire a raccattare con le sue sole forze talmente tanta roba da diventare ricco almeno quanto il padre. Non riesce a concluderla perché è colto da raptus folgorante.

Accende l'auto e decide di abbandonare quel posto il prima possibile. Accelera bruscamente creando una sgommata. Un dolore fortissimo e lancinante gli trapassa la nuca, che sembra voler esplodere. I colori cambiano d’intensità e spessore e la vista gli si annebbia, fino a quando l’oscurità diventa totale. Non vede più. Non riesce a vedere e a sentire. Solamente un bagliore, poi il silenzio. La Ford sta immobile, fumante. Il davanti è parte integrante del semaforo contro cui ha sbattuto e il cui palo ha diviso in due la lamiera. Buffa casualità, scherzo del destino. Sembra una scultura post-moderna. Un poster futurista. Un plexiglas d’autore.

L’omuncolo arriva nel luogo dello schianto in pochi minuti. Blocca la bici. Si siede sul marciapiede a pochi metri dalla scultura. La osserva. Poi nota un portafoglio a terra, poco distante. Lo prende e lo apre. Legge i dati della carta d'identità. Mirko Usai, nato a Jerzu il 14 agosto 1972. Non trova alcun interesse in quei dati. Dentro il portafoglio ci sono dei soldi. Li mette in tasca prima di gettarlo via.

Sale sulla bici e comincia a pedalare veloce. In pochi minuti si lascia dietro la piazza e quella scultura ridicola.

A Mirko piacevano le visioni dalla sua automobile, perché avevano come protagoniste persone, che con le loro storie si avvicinavano alla sua vita. Quella che ora non c’è più. Mentre lui cosa sapeva?

Che aveva l’ansia. Che avrebbe voluto essere un militare che non deve inventarsi niente perché gli dicono cosa deve fare durante tutta la giornata. Che si era visto nel vecchio dell’ospedale così come avrebbe potuto essere lui tra una trentina d’anni, quando, non avendo nulla da fare, avrebbe fissato uno sputo tutto il giorno ripensando alle occasioni avute e a quelle perse che erano già tante ora. Che avrebbe potuto finire come un barbone, che ha come preoccupazioni il posto dove dormire e dove mangiare e dove ripararsi dal caldo e dal freddo, se quella disperazione non l’avesse abbandonato presto. Che gli piacevano le visioni, perché si hanno sempre quando si va e si torna, perché nella vita non si fa altro che andare e tornare.

Ma ora le visioni da acido sono finite e ciò che rimane è solo il desiderio che invece di morire in silenzio le persone abbiano la forza di gridare:

«Attenti ragazzi! È tutta una fregatura. Che idioti siete nel non capire che la spiegazione è tutta qui.»

Tra una cosa qualunque del mondo e Debora, la scelta è sempre la stessa e la risposta una sola.