Ho scoperto di essere una Cernia il giorno in cui mi hanno pescata.

Noi pesci non usiamo definirci tra specie diverse, certo abbiamo i nostri nomi, direi più che altro nomignoli, io per esempio sono sempre stata conosciuta con il nome di Border, ma non chiedetemi di più, perché sarebbe una storia troppo lunga da raccontare. Per oltre dieci anni ho vissuto nelle profondità del mare, ho avuto varie tane ma sempre nello lo stesso tratto di costa, mantenendo inflessibilmente la mia routine quotidiana, mattino presto battuta di caccia poi pennichella per la digestione, nel pomeriggio giretto esplorativo e al primo imbrunire ritorno a casa. Da giovane ho praticato la caccia notturna e anche quella sportiva in campo aperto, mi divertivo molto a inseguire le mie prede, con l’età ho cominciato a preferire quella all’aspetto, più rilassante ma non priva di emozioni.

Non ho mai pensato che esistesse un altro luogo al di fuori del mare anche se mio padre ogni tanto mi ammoniva raccontandomi dell’esistenza del mondo degli umani e dei suoi aspetti minacciosi, per me quelle erano favole per rendere i piccoli ubbidienti e io alle favole non ho mai creduto veramente.

Poi è arrivato quel maledettissimo mattino in cui mi sono avventurata fino alla grande secca dimenticandomi delle raccomandazioni paterne. Ancora oggi mi chiedo come abbia potuto essere stata così tonta. Che mi sia lasciata sedurre dalla temperatura carezzevole dell’acqua bassa? Forse sono stata semplicemente abbagliata dai luccichini del sole sulle onde, fatto sta che all’improvviso mi sono ritrovata impigliata miseramente in una rete e più cercavo di liberarmi e più ne rimanevo avviluppata. Imbarazzante essere di colpo bloccata con di fronte gli altri pesci che ti nuotano a una spanna dal naso, io fino a un attimo prima indiscussa dominatrice dei fondali, improvvisamente caduta in trappola come un’idiota. Superato il primo momento di stress ho deciso di stare immobile ad aspettare e così ho fatto per qualche minuto fino a quando ho sentito uno strattone al che ho pensato dai che la corrente allenta i nodi e tra poco riesco a sgusciare via - non ero la sola ad avere questa speranza- accanto a me c’erano altri pesci, anche alcuni molluschi, impigliati come me ma distanti e quella era la loro fortuna perché diversamente quei morbidoni me li sarei divorati, l’attesa e la tensione cominciavano a mettermi appetito.

Al primo strappo ne sono seguiti altri ma di liberarsi neanche a parlarne, anzi ho sentito i fili della rete stringermi la carne fino a farmi male, intanto il calore del sole continuava ad aumentare e quello non era un buon segno perché significava che da lì a poco avrei raggiunto la superficie. Di colpo mi sono trovata fuori dall’acqua con una sensazione di soffoco pazzesca. Strane creature seminude mi stavano intorno e parlavano in modo concitato – lì ho sentito per la prima volta qualcuno chiamarmi Cernia – vedevo il mare blu dall’alto in basso ma appariva come se avesse una consistenza solida. Quelli che mi palpeggiavano e mi esaminavano in lungo e in largo erano eccitatissimi, avevano corpi lisci color rosso gambero dai quali spuntavano due specie di tentacoli semi rigidi e in cima ad essi due protuberanze prensili con le quali quelle creature misteriose – che solo più tardi scoprirò essere gli umani – trafficavano con le reti.

Dopo avermi liberata me li vidi procedere e ripetere la stessa operazione con decine di altri pesci appena estratti dall’acqua. Stressata ma anche curiosa per l’inconsueta situazione smisi quasi subito di dibattermi preferendo collaborare e il mio comportamento sortì immediatamente un effetto, infatti il più robusto tra gli umani parve gradire pensando bene di mettermi in un grande contenitore fresco e lì dentro mi sentii rinascere, in un certo senso in salvo, immaginando che da lì a poco mi avrebbero ributtata in acqua. Bastò un’occhiata di un grosso pesce argentato a spegnere la mia ingenua speranza. Con un filo di voce mi avvertì: siamo spacciati vecchia mia, è finita. In quel momento tutto diventò buio, continuai a udire solo voci lontane poi ritornò quella sensazione di soffocamento alla quale si aggiunse un’arsura tremenda in bocca fino al punto da non riuscire a deglutire e fu allora che mi venne una struggente nostalgia per la mia bella tana con vista sulle praterie di Posidonia e quasi non mi accorsi che quelli erano i miei ultimi istanti di vita, infatti da lì a poco perdetti i sensi e morii.

Due uomini tirarono fuori dal frigo portatile il mio corpo senza vita con ancora ben visibile la bella livrea mimetica, io li guardai dall’esterno senza emozione. Anche quando lo appoggiarono sopra al lavandino e cominciarono a eviscerarlo li osservai come se si occupassero di un altro pesce. Mi sorpresi della mia nuova condizione invisibile, al tempo stesso la sentii naturale, come qualcosa di inevitabile e giusto. Uno dei due pescatori, quello robusto che mi aveva issato a bordo della barca esclamò: “Guarda che mostro!” cominciò a tagliarmi a fette con un lungo coltello e lo fece lentamente, con maestria. Giunto all’altezza della testa, la prese per le branchie e con un colpo netto la separò dal resto commentando ad alta voce “questa poi la diamo ai gatti”. Risero entrambi sguaiatamente poi si versarono del liquido paglierino nei loro bicchieri e fecero dei gesti incomprensibili prima di bere. Fu quella la prima volta che vidi dei gatti, stranissimi animali interamente rivestiti di pelliccia, uno diverso dall’altro.

Anche l’uomo che aveva fatto il taglio era peloso ma solo sul petto e sulle braccia, tutto il resto del corpo – lavorava in pantaloncini a torso nudo – era glabro e liscio, soprattutto la testa che luccicava al sole unta o forse sudata perché cominciava a fare un gran caldo. L’altro uomo, presumibilmente il suo aiutante, si occupava di un grosso braciere fumante dove erano allineati numerosi altri pesci ma di più piccola taglia. Si capiva che le mie bisteccone la facevano da padrone e mi sentii orgoglioso e capii di essere un pesce amato e ricercato. Poi sulla graticola vidi Jeff, il mio amico dentice che da qualche giorno non avevo più visto in giro e capii che anche lui era finito nella rete degli uomini e mi chiesi se fosse svaporato fuori dal corpo come era successo a me. Mi era simpatico il mio amico Jeff, mi sarebbe piaciuto rincontrarlo, curioso di sapere cosa ne pensasse degli umani, queste creature così enigmatiche e strane che stavo iniziando a conoscere.

Più li osservavo e meno capivo come facessero a vivere in un ambiente così secco, circondati da così tanti oggetti inutili e inquinanti – scoprii finalmente da dove arrivavano quelle maledette bottiglie di plastica che mi capitava spesso di trovare sparse in gran numero sul fondo del mare, doppiamente odiose perché permettevano ai pesci mocciosi di trovare rifugio facendomi da lì il verso mentre cercavo inutilmente di addentarli. Insomma creature non certo virtuose questi umani con quei loro fisici deformi dalle bocche minuscole, sproporzionate rispetto al corpo, io che per tutta l’infanzia avevo avuto il complesso della bocca grande, ora mi sentivo felice di essere stata una cernia, mai avrei voluto essere altro.

Non avevo mai sentito il puzzo di pesce alla brace in vita mia e quando ne feci esperienza fu terribile, un tanfo a dir poco insopportabile. Decisi di spostarmi all’interno della casa dove si sentiva un forte schiamazzare, c’era una tavola con diverse persone attorno, soprattutto donne, gli uomini parevano addetti alla cucina, si avvicendavano tra la terrazza e l’interno della casa portando piatti pieni di pesci arrostiti (che visione orripilante!) ma non si fermavano a mangiare con le donne che mangiavano e parlavano tra loro senza posa. Di tanto in tanto facevano la loro comparsa anche dei bambini che non si capiva da dove provenissero, quel che era certo era che venivano tutti puntualmente redarguiti e per questo scappavano via e per qualche minuto di loro non v’era traccia. Quanto rumorosi erano quegli umani, da non credere, sembravano incapaci di comunicare senza alzare la voce e gesticolavano sempre in modo così scomposto e inelegante da farmi rimpiangere l’essenziale compostezza delle mie battute di caccia negli abissi, quando mi muovevo leggiadra e danzante nell’immensità del fondale e tutto avveniva nel più completo silenzio, ah se mi avessero chiesto allora quale fosse il posto ideale per vivere non avrei avuto dubbi e avrei risposto il mare!

Assorta nei miei dolci ricordi quasi non mi accorsi che qualcuno a tavola aveva pronunciato quel nome, sì, era stata quella ragazza minuta seminascosta che fin dall’inizio avevo notato perché era l’unica che non aveva mai aperto bocca e mentre gli altri si accalcavano sulle pietanze lei se ne stava sulle sue in silenzio con il suo pesce arrostito intonso nel piatto.

– Vorrei andare al mare – aveva sussurrato la giovane ma nessuno le aveva dato retta, io sì perché mi stupiva che ci fosse qualcuno in mezzo a quella ressa interessata al mio luogo di origine e per questo la sentivo vicina, mi piaceva e volevo sostenerla. – Non si fa il bagno dopo mangiato – aveva abbaiato una delle donne anziane della tavolata, una creatura dalle braccia mollicce e pallide e dalla dentatura minacciosa degna di un Barracuda. – Ma io non ho toccato cibo! - aveva risposto la mia eroina questa volta con un tono di voce più convincente. – E allora vai! Ma torna a casa prima delle otto! – aveva improvvisamente urlato uno degli uomini inseritosi a sorpresa nella conversazione delle due donne. La ragazza non se l’era fatto ripetere due volte, era sgusciata fuori stanza e dopo aver afferrato una sacca di tela gialla si era eclissata lasciando alle sue spalle un battibecco serrato tra l’uomo e tutte le altre donne presenti intorno al tavolo.

Io, curiosa, l’avevo seguita.
Con l’aiuto di uno strano mezzo a due ruote la ragazza aveva prima percorso un breve tratto di strada sterrata fino al limite della pineta per poi, abbandonato l'attrezzo dietro a un cespuglio, proseguire a piedi, mentre io dall’alto non la perdevo di vista. Superata la zona del bosco odorosa di resina e salsedine eravamo infine giunte alle dune di sabbia e là, improvvisamente, era apparso il mare e per me era stata una botta pazzesca perché io il mare così dall’esterno e dall’alto non l’avevo mai visto prima. Che fosse il mio amato non c’erano dubbi, la sorpresa piuttosto riguardava le dimensioni, nessun pesce avrebbe mai pensato che il mare potesse avere simili dimensioni, soprattutto noi stanziali, abituati al nostro tran tran quotidiano più o meno sempre in una zona limitata di fondale, una emozione grande quindi e non solo per me a giudicare dall’espressione della giovane che di fronte a quella visione era rimasta a lungo ferma a fissare l’orizzonte.

Poi lei si era improvvisamente mossa spostandosi di qualche metro e aveva iniziato a spogliarsi e dal nulla era apparso un uomo, lui già completamente nudo e lei, per nulla sorpresa, gli era andato incontro e lo aveva abbracciato con naturalezza. Che quello fosse un incontro intimo non mi fu subito chiaro, poi però vidi che si baciarono e cominciarono a ridere e a danzare insieme e correre verso il mare e questa immagine mi colpì così tanto che mi fece quasi ricredere sulla pregiudicata limitatezza degli esseri umani.

Presi allora a svolazzare lungo la spiaggia godendo per la prima volta appieno della mia nuova condizione invisibile e leggera. Lungo il percorso incontrai altri umani, c’erano famiglie pacifiche e donne seminude abbrustolite al sole. Tra le dune invece, infrattate nella macchia ombrosa vidi altre coppie di amanti, anche uomini abbracciati tra loro ed avendo come Cernia vissuto appieno la natura ermafrodita che ci appartiene, provai per quei timidi scambi un misto di tenerezza e pena. Sorvolai un gruppo di pescatori e sentii uno di loro dire: il tramonto è il momento giusto per prendere i Muggini, questa ovvietà presentata come profonda conoscenza del mare mi fece sorridere.

Ebbro di tutte quelle immagini presi a sorvolare la battigia in tutta la sua lunghezza e una volta giunto all’altezza di un promontorio roccioso piegai verso il largo godendomi l’infinita varietà dei turchesi, dei blu e dei verdi del mare. Consapevole di non poter mai più ambire a tornare una creatura di quel mondo puntai allora ancora più lontano fino al punto in cui, guardandomi alle spalle, la linea della costa si confondeva con il mare e da lì presi a salire verso l’alto, fino a scomparire nello spazio.