Quando Angelo fermò il pullman, i passeggeri si svegliarono di soprassalto. Molti si erano rannicchiati nelle posizioni più strane cercando di dormire per ammortizzare la noia data dal tempo necessario ad arrivare. Alcuni si erano sistemati nei posti davanti, perché a stare dietro rischiavi di farti il viaggio senza essere abbandonato un solo momento dal continuo dondolio della vettura. Altri avevano optato per quelli di dietro, da dove non si veniva disturbati dalla musica. La maggior parte era immersa nei pensieri e aveva occupato il posto numerato indicato dal biglietto. Quando arrivarono alla stazione, Angelo si fece il segno della croce, perché il viaggio non era stato tranquillo, soprattutto lungo le parti di strada ghiacciata in cui aveva avuto la sensazione che presto, l’enorme bestione gli sarebbe sfuggito dalle mani.

Ormai veniva reputato un autista esperto e si vergognava di parlare in pubblico di quelle sensazioni di instabilità, ostentando sicurezza con i colleghi e con i viaggiatori, ogni volta che gli si avvicinavano per fare due chiacchiere, per ammazzare il tempo prima della destinazione. Quella era una sera particolarmente umida e i vetri continuavano ad appannarsi sporcando la visuale dall’ampio parabrezza. Spontaneamente si lasciò cadere sull’ingombrante volante circolare con i gomiti poggiati per bene, quando la luce di un’insegna sembrò penetrargli malinconicamente i bulbi oculari, lampeggiando di un colore assurdo, ad ogni frazione di quegli ultimi secondi di lavoro notturno.

Le persone stanche per il viaggio salutarono e discesero per i piccoli gradini di metallo, riassaporando aria gelida influenzale. Il bigliettaio fece un giretto di perlustrazione poi tornò sui suoi passi con diversi oggetti recuperati dai sedili. Guardò Angelo e lo invitò a seguirlo per il solito caffè che concludeva la serata. Angelo recuperò il giaccone fornitogli dalla ditta e prima di avviarsi al bar chiuse accuratamente il bestione. L’unica cosa che desiderava era togliersi di dosso quella camicia intrisa di sudore di tutta una giornata e indossare un pigiama pulito per addormentarsi beato dentro le lenzuola linde della casetta in affitto, dove sempre dormivano gli autisti in trasferta.

Ci aveva messo degli anni ad abituarsi ai mobili di seconda mano, al loro colore scadente e all’odore di muffa degli stipiti cigolanti, odori così diversi da quelli di pulizia e di cura della sua casa, cura che la moglie impiegava solitamente nelle faccende domestiche. Con il tempo però aveva imparato ad apprezzare la consistenza di quel riparo provvisorio che, seppur lontano da casa, rimaneva un riparo pagato dall’azienda. Aveva altresì imparato che parte del lavoro consisteva nello stare fuori alcune notti a settimana senza potersi accoccolare, prima di dormire, sulla camicia da notte profumata di ammorbidente della sua dolce metà, senza il cui contatto, difficilmente si lasciava andare ad un sonno proficuo e immediato.

Quella notte sentiva il bisogno di abbandonarsi, per fare in modo che il risveglio, fissato per le cinque, (ora in cui avrebbe cominciato il tragitto inverso con il suo bestione ricarico di nuovi passeggeri), non fosse più traumatico del solito e il viaggio non più pericoloso di tutte quelle volte in cui, per un attimo, aveva ceduto alla tentazione di chiudere gli occhi e lasciarsi andare, portandosi con sé, nel buio più profondo, il destino di tutti quei viaggiatori inconsapevoli.

Rientrando alla casetta con passo spigliato, il bigliettaio aveva continuato a chiacchierare a ruota libera su problemi sindacali, stringendo forte una copia stropicciata della Gazzetta dello Sport. Angelo glissava e pensava ad altro. Salendo le scale che portavano all’appartamento capì subito che ad attenderlo non c’era il suo pigiama pulito e piegato sul letto, ma una caciara d’altri autisti scampati alla routine notturna, che avevano trovato in quella vecchia abitazione rifugio e conforto. Il suo viso si contrasse di disappunto, mentre i colleghi lo salutavano con pacche rumorose porgendogli una bottiglia di J&B.

La sua camera era completamente incasinata e il letto disfatto. Il posto dove solitamente dormiva era occupato da qualcuno che aveva approfittato dell’ospitalità per schiacciare un pisolino. Stanco e al limite della sopportazione, Angelo si avvicinò dallo straniero e toccandogli leggermente il fianco gli sussurrò di svegliarsi. Quello tolse il capo da sotto le coperte, prendendo aria e sorridendo ingenuamente come solo una ragazzina adolescente poteva fare.

L’ospite aveva occhi celesti e il taglio dei capelli a caschetto. Indossava un maglione di ciniglia, con la cerniera sul davanti, e una tuta di velluto verde di una taglia più grande. Rise e sorrise. Angelo si accorse che la sua mano si era poggiata sul sedere della ragazzina. Rientrò in cucina.

«Che ci fa una minorenne sul mio letto?»
«Non prendertela Angelo. È scappata da casa e l’abbiamo ospitata solo per una notte. Senza di noi si sarebbe messa nei guai.»
Risero maliziosamente e sguaiatamente.

«Si chiama Giovanna, ma noi la chiamiamo Palombella.»
«Pensa che prima, Cocco, si è avvicinato e le ha fatto delle proposte, e lei senza battere ciglio ha risposto che non ci pensava nemmeno e che con uno così brutto non sarebbe andata neanche a bere un aperitivo. Mica male in fatto di personalità.»
«Ah, ho capito» fece Angelo. «Volete finire nei guai, che so, in galera, senza più un lavoro, e volete portarvi appresso anche me che non c’entro nulla?»

Cominciarono a imprecare in dialetto, perché Angelo, nonostante tutto quel tempo passato fra loro, ancora quella lingua, fatta di intercalari stridenti e strascinamenti, non ci riusciva proprio a masticarla.

Alla luce di quanto accaduto appena due settimane prima, la faccenda non faceva presagire nulla di buono. Un autista aveva condotto la corriera in uno stato di completa ebbrezza ed era stato costretto a fermarsi a un quarto della strada, perché minacciato dai passeggeri per niente intenzionati a schiantarsi per colpa di un deficiente. La ditta era più volte finita nelle cronache dei giornali per incidenti che avevano causato svariati morti. I passeggeri ne erano al corrente e, appena accortisi della situazione, avevano reagito tempestivamente. Angelo era stato svegliato la mattina presto, nel suo giorno di riposo, costretto a mettersi in viaggio per rimediare a quella spiacevole situazione.

Così anche quella sera. Suonò il campanello e alla porta si presentò un uomo in divisa, gobbo e trasandato, entrò agitando nervosamente le mani. Era un poliziotto. Un amico della combriccola, scapiccolatosi per avvisare che di lì a poco sarebbero arrivati i suoi colleghi, i quali ricevuta una denuncia per la scomparsa della ragazzina minorenne, e una telefonata anonima che suggeriva il luogo dove era possibile rintracciarla, si erano messi subito in marcia.

Altro che fosso, pensò Angelo.

«È meglio se ve la squagliate» suggerì il poliziotto-amico.

Fu questione di un attimo ed erano tutti pronti alla fuga, persino Angelo che aveva capito quanto sarebbe stato pericoloso rimanere lì a dare spiegazioni. Nessuno gli avrebbe creduto. Proprio nessuno. E così mentre si apprestava a scendere le scale, si trovò la ragazzina aggrappata al giaccone di pelle, in lacrime e supplicante. Era ovvio che non poteva lasciarla da sola in quel posto. Scesero le scale velocemente e andarono a confondersi tra le stradine retrostanti l’abitazione, dove inseguirono un bus notturno, allontanandosi il più possibile dalla zona segnalata.

Palombella indicò un edificio con le finestre illuminate. Disse che si trattava dell’Università occupata dagli amici di suo fratello. Lì avrebbe trovato un posto sicuro dove passare il resto della notte e un passaggio per Angelo, verso la piazza dove era parcheggiato il pullman che avrebbe dovuto riportare indietro pieno di passeggeri. Angelo non poteva che tirare un sospiro di sollievo.

Il perimetro del cortile era caratterizzato da palme e tronchi di carpino nero disseminati ovunque, cespugli di ciclamini rossi e bianchi dentro contenitori e rotatorie. Attraversarono lo spazio colorato in silenzio arrivando all’androne, dove un corridoio poco illuminato conduceva alle aule. Palombella aprì una porta e corse ad abbracciare un ragazzo non molto più grande di lei. Gli amici squadrarono Angelo che per un attimo ebbe l’impressione che di lì a poco sarebbe scoppiata un’aggressione nei suoi confronti. Palombella sembrava avere la situazione sotto controllo.

Raccontò brevemente la storia e spiegò con enfasi, agli studenti presenti, di come Angelo l’avesse aiutata in una situazione di pericolo con i poliziotti che andavano a prelevarla. A sentire quelle parole il cuore di Angelo si fece più leggero e il viso assunse l’espressione tipica di chi ha fatto la cosa giusta. La tensione scomparve e gli fu offerto del vino e una sigaretta. Si sedette su una sedia e ascoltò i resoconti della lotta studentesca. Palombella, dopo una discussione con il fratello, che la rimproverava delle continue fughe con cui cercava di attirare l'attenzione, gli si sedette vicina come a volerlo proteggere da eventuali cambiamenti di programma. Aveva il viso pallido e buffo.

Sembrava presa fra due età, senza riuscire a raccapezzarsi tra l’indifferenza dei suoi coetanei e la poca considerazione di quegli studenti che la trattavano quasi come una mascotte. Angelo la guardò come si guarda una figlia e forse in quel momento riuscì a decifrare alcuni comportamenti dei suoi di figli, con cui non aveva molto dialogo, perché in fondo rimaneva convinto del fatto che fossero solo dei mocciosi senza esperienza.

La sua riflessione venne annichilita dagli improvvisi trambusti provenienti dal cortile. La porta si aprì violentemente. Un ragazzo brufoloso e balbettante disse, rivolgendosi al capogruppo, che alcuni uomini con la testa rasata erano entrati nell’Università provocando gli occupanti (che avevano reagito). E ora se le davano di santa ragione. Il branco schizzò sugli attenti e partì prontamente. Angelo e Palombella restarono soli per un minuto, poi lei propose di andare a vedere cosa stesse succedendo. Angelo non ci pensava minimamente. Non riuscì a trattenerla. Al primo attimo di distrazione sparì lungo il corridoio buio per andarsi a ficcare in un altro guaio, cosa che evidentemente le riusciva senza tanta fatica.

Angelo si ritrovò da solo, fra quelle quattro pareti che sembrarono muoversi addosso a lui, sottraendogli aria, al limite della claustrofobia. Respirava pesantemente constatando come la paura facesse mugugnare il suo intestino. All’apice dell’incertezza la porta si riaprì violentemente. Lo stesso tipo brufoloso e ancora più balbettante gli disse che la polizia stava per arrivare, che avrebbero fatto irruzione nell’Università e ci sarebbero state delle cariche. Aveva ricevuto l’ordine di farlo uscire da una porta secondaria. Doveva obbedire, doveva seguirlo assolutamente.

Angelo si armò di coraggio e dopo dieci minuti poté respirare aria pulita nella strada fredda dei vicoli. Sentì arrivare dalla parte opposta rumori di guerriglia. Percorse alcuni metri. Il ragazzo brufoloso era sparito. Il portone dell’Università da cui era entrato poco prima era stato divelto. I vetri delle finestre erano in frantumi. Alcuni ragazzi con le teste rasate stavano sdraiati sull’asfalto e sopportavano il peso degli anfibi militari sul dorso, sul sedere e ancora peggio sulla faccia. Alcuni copertoni erano stati incendiati e dall’ingresso fuoriuscivano i fumi dei lacrimogeni con cui le forze dell’ordine avevano cercato di ristabilire l’ordine.

Angelo, impalato di fronte a una visione così assurda, si accorse di essere libero e pensò che fosse meglio scappare, perché qualcuno di quegli addetti all’ordine avrebbe potuto intercettarlo. Cominciò a correre e non si fermò finché la mancanza di fiato sembrò devastarlo. Aveva sorpassato un Duomo, un convento e diversi giardini illuminati, che di notte assumevano contorni inquietanti.

Mancavano tre ore alla partenza. Il pullman era lontano e lui era completamente sudato e stanco, inquietato dalla faccenda della ragazzina che avrebbe potuto denunciare i suoi colleghi creando non pochi guai. Si lasciò andare su un gradino e si tenne forte le tempie con le ginocchia, cercando di ragionare. Poi si addormentò.

Non sapeva quanto tempo era rimasto privo di sensi. Una Fiat Tipo bianca gli si fermò proprio di fronte quasi calpestandogli i piedi. Era un cliente fidato dell’azienda che quasi ogni mattina viaggiava con le loro corriere perché lavorava, quasi tutto il tempo, in uno degli uffici dell’assessorato. Era un suo grande ammiraotre, tanto da affibbiargli il soprannome che lo contraddistingueva dagli altri. Angelo era Flemma, perché con lui ti potevi permettere il lusso di dormire tranquillamente, durante il viaggio, sentire la strada scorrere leggera sul ghiaccio, inghiottire le curve con precisione sul bagnato di una giornata uggiosa carica di pioggia. Mai una fermata extra, mai un ritardo. Era la perfezione. Lo stile. Angelo rimase di stucco.

L’ammiratore lo fece salire. Lo tempestò di domande. Angelo fece fatica a districarsi cercando di non mettere in mezzo i colleghi e, allo stesso tempo, inventando una storia plausibile che lo portasse in quella zona della città, a quell’ora di notte. Mentre l’uomo guidava verso la stazione, Angelo crollò nuovamente. Si ridestò mentre l’auto, una Tipo nuova di zecca, percorreva la Buddi Buddi ad alta velocità con i fari che fendevano la nebbia. L’auto si fermò vicino a una pineta. L’uomo disse ad Angelo che aveva un appuntamento.

Una Ford Fiesta, dopo qualche minuto, un vecchio modello malandato, li inondò di luce accecante. Gli abbaglianti si spensero. Un uomo barbuto e con occhialini tondi, viso e capelli unti, l’immagine della sporcizia, venne loro incontro. Angelo sembrava impaurito.

«Si tranquillizzi. È un amico fidato.»
«Ciao Piero, vieni che ti faccio vedere una cosa», disse l’uomo con un roco vocione.
«Di che si tratta? Sono venuto di corsa, che per poco non facevo morire Flemma di paura.»
«Pochi minuti fa col Masia, quello dei fucili da caccia, abbiamo trovato un corpo nella pineta.»
«Un corpo di che?»
«Non abbiamo controllato. Masia se la faceva sotto. È scappato via. Così ti ho chiamato. Ho pensato che poteva interessarti.»
«Venga Flemma, venga con noi».

Angelo non aveva capito un accidenti. Li seguì verso la pineta, convinto che avessero partecipato ad una battuta di caccia o che dovessero riprendere degli oggetti. Ma quando s’inoltrarono in una zona dove il buio sembrava prendere il sopravvento, fermandosi poco distanti da un lenzuolo bianco coperto di fogliame e fanghiglia, capì che nuovamente i guai, che avevano continuato a inseguirlo per tutta la notte, dentro quel pazzo fuggi fuggi, stavano cercando di dargli nuovamente scacco, e la sensazione di claustrofobia tornò ad annebbiare immediatamente i suoi pensieri.

«Vado a prendere una torcia. Non toccate niente.»
«È un cadavere?»
«Sì, è un cadavere. Non aveva capito? Flemma, lei mi sembra alquanto stanco, dovrebbe riposare di più.»
«È quello che sto cercando di fare da quando sono arrivato in questa stupida città, all'inizio di questa stupida nottata.»
«Non se la prenda. Ora controlliamo e poi ce la diamo a gambe.»
L’uomo si avvicinò al lenzuolo. Sembrava intenzionato a levarlo per vedere di che si trattasse.
«Che diavolo sta combinando? Non ha sentito il suo amico? Le ha detto di aspettare.»
«Sì, lo so. Ma io sono curioso di natura e non ce la faccio.»

L’uomo allungò le mani e tirò il lenzuolo. Un piccolo cranio coperto di licheni, un caschetto bruno ricadente, un orecchio insanguinato. Fu questa la visione che apparve ai due che si tirarono indietro d’istinto. Il terreno era bollente e fumava. Angelo si tappò il naso e, allungando un pezzetto di tronco, spostò i capelli umidi di brina. Non era Palombella. Ma le assomigliava moltissimo. Aveva indosso persino una tutina di velluto verde. La mancanza di un bottone faceva penzolare una bretella. Angelo crollò a terra, sbattendo pesantemente il sedere su un ammasso di fango e pietriccio.

«La conosce?»
«No. Perché dovrei?»
«Beh, ha fatto una faccia!»
«Ho fatto una faccia? Quale faccia, idiota... è così giovane ed è morta. Che faccia avrei dovuto fare, pezzo d’imbecille.»
Angelo lo teneva per il colletto e lo stava strattonando.
«Si calmi per Dio. Non è il momento di perdere le staffe.»
Piero arrivò di corsa.
«Via , via, dobbiamo andarcene di corsa. La polizia sta arrivando. Telefonata anonima.»

Di nuovo quella sensazione. Braccato, costretto a scappare, paura di essere preso da un gioco cui non aveva intenzione di partecipare, di cui non voleva accettare le regole. No, era qualcosa di più. Voleva starsene al caldo, fra le braccia di sua moglie, farsi coccolare e cercare le sue parti intime, amarla più che mai. No... neanche...

Voleva solo il controllo della sua vita e capire fino in fondo l’importanza delle cose che gli appartenevano, sbattendo le porte in faccia all’estraneità, a tutto ciò di cui non gli fregava. Smettere di sentirsi uno straniero, un soprannome che viene chiamato ad alta voce senza venire associato a qualcosa d’importante che non fosse la sua abilità nel guidare il suo bestione. Era voglia di fuggire lontano, per smettere poi di fuggire, definitivamente.

I tre scattarono come per una partenza dai blocchi. Uno si appoggiò a lui, l’altro rischiò di rompersi l’osso del collo.

«Flemma, non mi lasci qua.»
«Brutto idiota, imbecille.»
Angelo lo aiutò. I due arrivarono alla macchina, Angelo prese il controllo, salì al posto di guida e dopo una sgommata cercò di allontanarsi il più velocemente possibile. Percorsi quasi tutti i chilometri che li riportarono verso il pullman, proprio all’ingresso della città, videro delle pattuglie che a sirena spiegata schizzavano poco prima che l’alba si alzasse per raggiungere la pineta.

«Erano più lontani del previsto.»

Arrivati alla piazza, Angelo scese dalla Tipo e cedette il posto di guida. Piero si allontanò con un’altra sgommata. La Piazza era ancora vuota e buia e sembrava più triste del solito. La statua di Vittorio Emanuele II, costruita da Giuseppe Sartorio, lo fissava in segno di ammonimento. Angelo si tirò su il colletto del giaccone di pelle pagato dall’azienda e si diresse verso il suo bestione. Mancava mezz’ora alla partenza, al ritorno dalla sua adorata mogliettina.

Appena arrivato a casa gettò il giaccone in una sedia. La moglie gli corse incontro. Lui cercò di abbracciarla ma lei lo tenne lontano.

«Devi andare all’Università. I ragazzi hanno occupato l’edificio e stanotte ci sono stati scontri ed è intervenuta la polizia. E tutto il giorno che ti aspetto.»
«Sono stato trattenuto in agenzia per una questione che non riguarda il lavoro.»
«Riportami sano e salvo nostro figlio, ti prego.»

Erano le otto della sera e Angelo non dormiva da due giorni. Aveva fatto buio presto. La strada era piena di ragazzi. La polizia cercava di mantenere l’ordine. Angelo scese alcuni giardini ad andatura sostenuta, sfidando la stanchezza. Si fece largo tra la folla e cominciò a cercare. Il figlio, barba incolta, incompleta, stava fermo ad osservare la polizia che adoperava gli sfollagente. Lo abbrancò da dietro. Lo tenne forte.

«Che ci fai qui?»
«Sono venuto a riprenderti. Mi hanno detto che eri nei guai.»
«Io no. Altri studenti lo sono. C’è stato uno scontro con le teste rasate. La polizia ci va giù pesante.»
«Dai andiamo a casa, lascia correre queste stronzate.»
«Non sono stronzate.»
«Lo so, ma ne possiamo discutere a casa mentre ci fumiamo una sigaretta?»
Il figlio sorride.
«Ok, ci sto.»

A metà della salita, mentre con calma Angelo e il figlio facevano ritorno alla macchina, un poliziotto scese dalla stradina parallela che costeggiava un anfiteatro romano. I tre si incrociano.

«Bravo, lo riporti a casa. Meglio stare lontano dai guai.»

Il poliziotto sorrise. Angelo pure.
Tra tutti i momenti in cui avrei potuto incontrare quel poliziotto, questo, nelle ultime ventiquattro ore, è sicuramente quello migliore, pensò stringendo a sé il figlio.

Un forte rumore dall’alto attirò l’attenzione. Si fermarono e sollevarono gli occhi al cielo. Un intenso fascio di luce li ingoiò d’improvviso. Sembrarono rapiti dagli alieni. Stettero a fissare per più di un minuto. L’elicottero della polizia sorvolava la zona. E nell’aria si sparse un intenso odore di lacrimogeni.

Come il Napalm nei film sul Vietnam, pensò Angelo. E meno male che siamo in tempo di pace.