Intorno al 50 a.C., Scipione Emiliano – amico e interlocutore di Cicerone – vive un’esperienza onirico-mistica, forse indotta da uno stato di dormiveglia o da sostanze rituali. In questa visione, gli appare l’antenato illustre, il celebre Scipione l’Africano, che gli mostra la struttura dell’universo secondo una cosmologia “immaginale”, per usare un termine reso celebre da Henry Corbin (1903-1978).

Questa cosmologia si articola in nove sfere: le sette planetarie classiche, una terrestre – la più infima – e una ipercosmica, la sfera delle stelle fisse (Ogdoade), abitata dagli astri eterni, sferici, manifestazione luminosa dello spirito divino. Da questa regione di luce eterea si leva, come una spirale luminosa, la Via Lattea, intesa come il fiume celeste degli spiriti immortali: vi abitano prima della loro discesa nel mondo corporeo e vi ritornano dopo la morte, secondo una concezione tanatologica. Sotto la sfera delle stelle fisse si collocano le sette sfere planetarie: Saturno, Giove (raggiante di benefico splendore), Marte (terribile e rosso), il Sole (principio vitale e guida dell’intero cosmo), seguito da Venere e Mercurio. In basso, la Luna, la più piccola e materiale tra le sfere, l’unica che non emana luce propria, ma la riflette, segnando il confine tra cielo e terra.

Il sogno cosmologico

Circa cinque secoli dopo, Ambrogio Teodosio Macrobio, funzionario romano con inclinazioni neoplatoniche e interessi esoterici, riprende la visione di Scipione per restituire dignità alla religione pagana ormai agonizzante, oppressa dalla nuova ortodossia cristiana. Con l’acume del filosofo tardo-antico e lo zelo del cultore dell’occulto, Macrobio rilegge il sogno scipionico come chiave per dimostrare l’eternità dell’anima e la natura divina del movimento celeste.

Secondo Macrobio – in linea con la tradizione pitagorica – i corpi celesti si muovono perché divini. Il movimento è la prova dell’immortalità. Solo la Terra, immobile e inerte, è muta e mortale: al centro del cosmo, nel punto più basso, essa giace come un abisso oscuro, incapace di generare o conservare il divino. È il regno della morte, il luogo dove tutto è gravità, pesantezza, limite. Ma tutto ciò che è al di sopra della Luna partecipa della musica celeste, la cosiddetta armonia delle sfere. Ogni sfera emette un suono, la cui altezza dipende dalla velocità di rotazione. Il suono più puro e acuto proviene dal caelum aplanes, il firmamento immobile, il più divino e veloce. I suoni più bassi giungono dai pianeti, che ruotano in senso opposto rispetto alla sfera delle stelle fisse. La Luna, la più lenta e più vicina alla Terra, produce il tono più grave: ancora una volta, confine tra due mondi.

Anime in risonanza

Su questa cosmologia musicale si fonda ogni arte dei suoni. In Oriente, la dottrina sarà ripresa nella filosofia tantrica, come “dottrina della vibrazione”: il suono nasce dal movimento, e il movimento è segno della divinità. L’armonia cosmica diventa così l’espressione della divinità stessa, e il caelum aplanes rappresenta il sommo dio uranico. A questa cosmologia Macrobio aggiunge una chiave psicologica, quasi junghiana: secondo lui, l’anima – prima di incarnarsi – attraversa le sfere planetarie, assorbendo da ognuna un vizio o una debolezza, una impronta negativa che la accompagnerà nella vita terrena. Una sorta di psicogonia cosmica, che giustifica la corruzione dell’essere umano, sempre più lontano dalla luce originaria.

Macrobio, da buon funzionario tardo-imperiale, sembra accettare con amarezza l’ineluttabilità del decadimento umano, ponendo però la salvezza nell’ascesa verso l’etere, regione di purezza e luce. Solo lì i colori non mutano, e la forma divina resta immutabile. Il Sole, invece, è sede di mescolanza, movimento, trasformazione: simbolo della vita nel mondo inferiore. In questo sistema, l’ordine dei pianeti non riflette un’armonia statica, ma una diversità gerarchica. Per Cicerone e i Pitagorici, lo spirito umano ha origine nella sfera più alta, da cui scende per incarnarsi e a cui tende a ritornare: immortale, divino, affine all’etere. La Via Lattea è la soglia di questo viaggio: prima dimora dell’anima e sua destinazione finale. Spiriti per Cicerone, anime per Macrobio.

Le soglie del tempo

Il neoplatonico arricchisce la visione con due “porte” cosmiche, situate lungo la Via Lattea: una in Capricorno, detta “porta del Sole”, l’altra in Cancro, detta “porta dell’uomo”. Attraverso queste soglie le anime scendono e risalgono dal mondo terreno. Sono le stesse vie indicate nella cosmologia indù come Devayana (via degli dèi) e Pitriyana (via degli antenati), concetti ripresi e distorti dai moderni esoteristi occidentali come Guénon.

Per Macrobio, come per gli autori esoterici successivi, la vera scienza non è quella del corpo, ma quella dell’anima: la conoscenza dei suoi viaggi attraverso i cieli. L’ordine cosmico riflette anche un ordine politico, gerarchico e spirituale, in cui le virtù dell’uomo di stato devono essere modellate sull’armonia celeste. Eppure, alla fine, Macrobio stesso sembra suggerire un’amara verità: la gloria terrena, agli occhi degli dèi, vale ben poco. Ciò che conta davvero è solo questo: prepararsi a una morte consapevole, degna del proprio destino saturnio.