Il "Gruppo clinico Bion" è un gruppo di studio e ricerca psicoanalitica composto da colleghe che si incontrano mensilmente da anni con lo scopo di confrontarsi sull'attività clinica scambiando pensieri, fantasie, emozioni e attingendo da letture di autori di riferimento che sentono risuonare nelle proprie corde terapeutiche, nonché nelle loro sensibilità soggettive.

Questi i presupposti per proporre e scegliere annualmente un testo da leggere, commentare, poter incarnare nella pratica clinica e sentir risuonare nell'esperienza personale.

Negli ultimi anni, ai saggi psicoanalitici si sono affiancati testi letterari per arricchirsi di ulteriori spunti utili ad affinare la comprensione dei movimenti dell'anima.

Quest'anno si è scelto di leggere le Metamorfosi di Ovidio, scelta conseguente la lettura di Medea di Euripide dell'anno precedente, testo che si era dimostrato di singolare utilità nella pratica clinica. D'altra parte la tragedia greca si è da subito rivelata una fonte preziosa per lo sviluppo del pensiero psicoanalitico ad iniziare dal mito di Edipo. Inoltre, il tema della metamorfosi richiama le trasformazioni che si realizzano durante e attraverso il lavoro terapeutico, trasformazioni che toccano sia paziente che terapeuta. Il primo mito scelto è stato quello di Dafne, storia che ha attivato tantissimi pensieri, sensazioni, emozioni con rimandi alla clinica, arricchiti da ricami di fantasia.

Dafne, nella mitologia greca, era una ninfa, figlia del fiume Peneo, di cui Apollo, dio del sole, della musica e della poesia, si era talmente invaghito da inseguirla con ardente ostinazione.

Dafne, terrorizzata, aveva implorato l’aiuto del padre per sfuggire alla bramosia di Apollo chiedendogli di farle cambiare quelle sembianze che avevano acceso tanta passione, ottenendo di essere trasformata in un albero di alloro.

Apollo, rassegnato, accettò di rinunciare a Dafne come donna. In compenso apprezzò le foglie di alloro di cui si cinse il capo, decidendo di farne la sua pianta simbolo.

La vicenda di Dafne ha mosso tante emozioni nel gruppo, suscitando un’identificazione profonda, come donne e terapeute, col sentire della ninfa. Ha attivato fantasie e pensieri circa la femminilità, il rapporto con l'uomo, la sessualità e forse, in fondo, la verità di cui siamo impastati e di cui si fa fatica a parlare. Il mito, quale sogno collettivo, ci offre la possibilità di dare rappresentazione e nome a vissuti impensabili, spesso non contattabili dalla mente razionale, ma che in realtà ci attraversano, condizionando il nostro esistere e disegnando il nostro stile di vita.

Il clima emotivo del confronto in gruppo è stato denso, caratterizzato da tanti pensieri non ancora pensati che urgevano per avere ospitalità e possibilità di essere riconosciuti.

Sono sgorgati, nella forma di libere associazioni, tanti fotogrammi di pensiero che la mente di gruppo ha accolto leggendolo come un dialogo a più voci.

Carla

Tra le molte suggestioni che mi ha suscitato la narrazione del mito quella più potente è rappresentata dalla corsa disperata di Dafne, corsa piena di terrore e angoscia.
Quale sentimento la pervade al punto di non potersi fermare?
Fugge forse dal suo corpo, un corpo troppo attraente che richiama il desiderio?
Un corpo inviolato che si vuole mantenere tale?
Oppure fugge dalla possibilità di essere adulta pur di rimanere bambina?

Mi sono sovvenute anche le vite trascorse dalle monache, dalle religiose, rapite dal misticismo in grado di sublimare gli aspetti del desiderio e della carnalità; come se la corporeità fosse possibile non nelle relazioni umane ma nella selva originaria e protettrice.

Dafne fugge per ripararsi dall’amore di Febo che non può accettare e che vive come costrizione, un ‘non scelto’ per lei troppo spaventoso tale è la passione che esprime. Così l’inseguimento da parte di Apollo diventa una caccia senza tregua.

Cosa nasconde questo bisogno di isolamento? Come fare per preservarlo?
La richiesta di aiuto rivolta al padre rimane l’unica via ma ad un prezzo molto alto: la completa ‘metamorfosi’. Quindi si potrebbe dire che in questo modo, negando la propria femminilità, rivestendola di corteccia, si chiuderà al mondo.

Ma cosa c’è di così spaventoso nel far propria la bellezza seducente, la capacità di attrarre? O forse è l’amore non scelto, non cercato, non desiderato?

Caterina

È un "amore" violento, colpisce la bramosia, la spinta aggressiva di Apollo verso Dafne che diventa una preda, la concitazione della sua fuga. La metamorfosi di Dafne a me ha dato sollievo, pare esser stata l'unica possibilità, l'unica trasformazione possibile di fronte ad una resa impotente, che avrebbe portato altrimenti alla morte dell'anima.

Mi ha fatto pensare ad alcuni pazienti che provengono da storie costellate da traumi relazionali dai quali si sono sentiti soverchiati, e che portano in sé un vissuto pervasivo di impotenza, di "non esistenza", così forte da non poter essere raccontato, ma solo scritto nell'implicito.

Inoltre, via via che scorre il mito, Dafne pare divenire sempre più parte del folto dei boschi: i capelli scomposti modellati dal vento, la fuga che ne accresce la bellezza.

Il finale, tuttavia, ha evocato in me una sensazione di "fastidio"; attraverso le metamorfosi del corpo di Dafne, contenuta nel mito così come nelle rappresentazioni di pensiero delle colleghe, si è come vivificata un’esperienza di intrusività.

È proprio diverso il pensare da soli dal pensare in gruppo.

Giulia

Ho sentito risuonare le parole di Caterina in una situazione clinica da me seguita:

M., che ho incontrato quando lei aveva 14 anni (all’inizio delle trasformazioni puberali) era alle prese con il suo primo innamoramento, e proveniva da un contesto famigliare fatto di non detti molto pesanti. Dentro di lei sentiva un tumulto emotivo che, forse anche sotto la pressione della spinta puberale, si è trasformato in una tempesta violenta che si è tradotta tra di noi in un lungo periodo di sedute fatte di silenzi angosciosi, tesi, taglienti e molto faticosi da sostenere. Affinché M. potesse sentire la possibilità di continuare a sopravvivere psichicamente a questo periodo si è dovuta ‘cortecciare’‚ proteggendosi dalla relazione con l’Altro e da ciò che questa muoveva dentro di lei.

Durante una seduta si è dedicata però al disegno di Dafne, un primo tentativo di dare forma e comunicazione a questo grumo di emozioni che la abitavano. A differenza del mito, però, nel racconto che M. ha fatto del suo disegno il sole lentamente scalda la corteccia dell’arbusto dal quale emerge, come in un disgelo, un volto umano. Naturalmente anche in questo caso la potenza del disegno riecheggia quella del mito evocando una molteplicità di senso e di apertura alle possibili interpretazioni (relazione come fonte di congelamento ma anche di disgelo).

Daniela

L’immagine della ‘corticizzazione’ mi ha riportato all’idea del sintomo che incapsula e imprigiona. In principio Dafne era libera di esprimere il suo dissenso, poteva scappare, mentre non ci è dato sapere cosa pensi e cosa voglia successivamente alla sua trasformazione in albero. Resta imprigionata in questa ‘corticizzazione’, così come avviene con il sintomo del paziente che incapsula e non gli permette più di vedere la sua parte autentica, il suo vero sé.

Tuttavia si potrebbe anche immaginare che attraverso il muoversi delle fronde Dafne abbia trovato un nuovo modo per esprimersi.

Eppure non sono riuscita a sentire il sollievo nella trasformazione di Dafne, pur pensandola come compromesso tra Febo e Dafne (l’uno nell’accontentarsi di averla come albero, l’altra di sfuggire pur assumendo una forma diversa).

Ho percepito invece un po’ di sconforto nel finale a causa della violenza perpetrata da Febo nel tentativo di possederla come oggetto narcisistico.

Nicoletta

Nel mito di Dafne le frecce di Cupido possono essere lette come eventi esterni traumatici o comunque significativi che irrompono nella vita psichica delle persone e ne orientano il destino. Vengono da fuori, colpiscono, feriscono. In questo senso, Cupido agisce come ciò che nella vita reale accade indipendentemente dalla propria volontà ma che tuttavia lascia tracce profonde negli affetti e nelle relazioni.

Il mito ci fa riflettere sul fatto che siamo preda degli eventi esterni più di quanto vogliamo ammettere e di quanto desideriamo riconoscere. L’illusione di autonomia, di padronanza, di autodeterminazione viene incrinata dall’immagine della freccia: qualcosa accade, e da quel momento nulla è più come prima. Tuttavia Dafne, prima ancora di essere colpita, ci informa essere una seguace di Diana e come lei rifiuta gli uomini, il matrimonio e chiede al padre di restare vergine.

Il mito non racconta cosa le sia accaduto, ma mostra l’effetto di qualcosa che è già accaduto. La freccia di Cupido non crea la paura, la rende definitiva. Dafne ha già sperimentato che il desiderio dell’altro è pericoloso, la sua fuga non è una scelta libera ed emerge quanto sia (e siamo tutti) vulnerabili agli eventi.

Dafne non decide di avere paura, la subisce.

Il mito sembra dirci che, per alcuni, quello che accade non fa che confermare una verità già scritta: per Dafne amare significa essere invasi; essere desiderati significa perdere la propria forma. Per questo motivo non sono riuscita a vedere nella trasformazione di Dafne in alloro la sua salvezza. Ho provato soprattutto un profondo disagio. La metamorfosi non è una liberazione, ma una soluzione estrema, difensiva, al limite della morte fisica e psichica.

Dafne si salva dal possesso, ma al prezzo della propria umanità. È una scelta che la protegge, ma congela la possibilità di vivere.

Ho provato fastidio anche per il gesto finale di Febo che non si ferma nemmeno davanti alla metamorfosi. Si incorona dei rami di Dafne, usa le sue foglie, la trasforma in ornamento del proprio trionfo. Anche quando Dafne non è più donna continua a essere usata.

Forse il disagio che ho provato è proprio ciò che il mito di Ovidio vuole suscitare: non consolazione, ma inquietudine. Perché quando il desiderio non riconosce il limite e quando l’unica difesa possibile diventa perdere la propria forma e se stessi, la metamorfosi non può essere chiamata salvezza.

Giulia

Le parole di Nicoletta hanno rievocato a Giulia un’altra esperienza clinica:

Si tratta di D., giovane adulto che per lungo tempo ha gestito la sua sessualità attraverso una completa astinenza e coartazione emotiva e, dopo qualche anno di psicoterapia, ha iniziato a fantasticare e a praticare uscite romantiche con alcune coetanee.

Contemporaneamente, però, ha vissuto una grande angoscia rispetto alla sua capacità di gestire il proprio desiderio. Temeva infatti che se avesse espresso attraverso i gesti l’intensità che provava internamente, le ragazze sarebbero scappate terrorizzate da tanta potenza. Come se fossero tutte delle Dafne in fuga!

È stupefacente come il mito avesse già raccontato la storia interna di D. prima ancora che si disvelasse attraverso e dentro di lui.

Ho anche riflettuto su come la parte finale del mito (Dafne trasformata in pianta di alloro e utilizzata da Apollo-Dio della poesia- per cingersi la testa) evochi la possibilità di un’unione fertile tra la potenza dell’intelletto e la vitalità del sentimento.

Ovidio si fa cantore della possibilità di integrazione: le nostre parti umane che inizialmente sono intollerabili e dolorose possono trasformarsi attraverso uno spazio di narrazione.

Micol

Dafne ci porta a vivere con lei il doloroso conflitto umano, in quanto donne, nel movimento tra il desiderio illusorio di rimanere nel sogno di creature fanciullesche cullate nel ‘per Sempre’ e il pensiero terrifico di trasformazioni in noi e di noi stesse fuori dal nostro governo.

Nel ripensare al mito si accosta una presenza femminile altrettanto evocativa e significativa: Giselle, anch’ella creatura in sospensione tra la vita e la morte, ultimo ballo di un amore impossibile, destinato all’incompiutezza. Possono apparire storie lontane tra loro, eppure... Come Dafne, non sceglie.

Due destini: l’una, quello che la vede trasformarsi in ciò che non le è dato sapere; l’altra, la follia disperante che la conduce alla morte. Entrambe, troppo dolore.

L’albero di alloro, nel mito, ecco che allora si fa simbolo di ciò che diviene nel possibile. La ninfa, trasformata e assunte le sembianze di quell’albero, può continuare a vivere seppur in un modo differente, inumano.

L’albero ci ricorda che vi è una parte che vive sotto la terra e un’altra che vive in superficie. Forse è in quel sottile confine che sta una possibilità di vita, forse noi tutti abbiamo il bisogno di tenere a riparo, nascosta, la parte più preziosa poiché più fragile per poterci salvare.

Rinunciamo alla luce abbagliante in grado di toglierci ogni ombra, poiché di quel riparo abbiamo bisogno. Dafne sembra accettare l’esito determinato dal padre Peneo, che la trasforma in un albero di alloro. Ella non conosce ciò in cui tramuterà, ma in nome della propria vita sceglie l’ignoto. Troppo dolore il pensiero di essere depredata del suo femminile.

Forse non siamo, noi tutti, determinati anche da ciò che non conosciamo (il ‘conosciuto non pensato’, direbbe Bollas), oltre che da ciò che chiamiamo trans-generazionale (transitare...)?

È proprio quando comprendiamo ed accettiamo la nostra impotenza che acquisiamo pezzettini di umanità, che possiamo permetterci di perdonare noi stessi e gli Altri, scegliendo di rivitalizzare ciò che di buono possiamo tenere, operando anche delle buone ‘potature’.

In questo potenziale divenire siamo nella posizione di scegliere e questo nelle vicende della psicoterapia è parte essenziale e costitutiva del lavoro.

Dafne desidera essere trasformata, e noi sappiamo quanto dolorosa e spaventosa la fantasia di essere trasformati sia.

Il desiderio è in grado di legarci ad un’inquietudine perenne, perché per sua natura significa tendere a, guardiamo a qualcosa di lontano. Etimologicamente de-sidus‚ significando letteralmente ‘sentire la mancanza delle stelle’.

Fa capolino nel magma che scorre e attraversa il divenire ciò che Bion chiamava just above sleep (Bion, 1992): un cielo di stelle a farci compagnia, che non può essere capito né spiegato, ma solo - tempo al tempo - diventato e raccontato.

Desiderare significa allora tenere vicina la propria fragilità e volerle del bene, e avere in mente che anche quando un desiderio si compie non lo fa mai con le forme in cui lo avevamo immaginato. Porterà sempre con sé un qualche grado di insoddisfazione, forse non realizzazione, che ne disvela la sua natura libera.

Il Mito, dunque, è capace di interrogarci come esseri umani, sui fatti della vita, con le sue trame e i suoi intrecci ci indica la strada di temi sempre attuali e cruciali per l’uomo in ogni età della sua vita. Ci aiuta a riflettere sulla condizione del di oggi: passioni, inquietudini, tragedie, gioie, dunque il sentimento e lo psichismo.

Il mito parla del mistero della vita e, come la psicoanalisi, continua ad interrogare ognuno di noi: la conoscenza di sé tra sofferenza e bellezza della scoperta.

C’è un ulteriore aspetto dei miti che, come colleghe che si prendono cura della psiche della persona, ci ha avvicinate. Stiamo parlando del fatto che, se riportati al tempo presente, i protagonisti non emergono soltanto nella loro grandiosità di dei, ma ci mostrano delle piccole crepe da cui prendono luce e vita le condizioni dell’esistenza umana, in quanto anche loro esposti ai sentimenti del desiderio, della perdita e della sconfitta, della passione e dell’attesa. Come a ricordarci che forse i miti sono in grado di preservare la loro attualità proprio perché la condizione umana resta sempre la stessa.

Le voci del coro sono di Micol Natali, Giulia Severi, Nicoletta Bisacchi, Caterina Conti, Daniela Gaddoni. Claudia Rigamonti, Eleonora Zanon.