Sanae Takaichi: la prima premier donna del Giappone tra conservatorismo e ambizioneIl Giappone è a un passo da una svolta storica. Per la prima volta nella storia del Paese, una donna è destinata a guidare il governo: Sanae Takaichi, ex ministra degli Interni, volto noto dell’ala più conservatrice del Partito Liberal Democratico (PLD). Dopo aver conquistato la leadership del partito al termine di un ballottaggio serrato, Takaichi è pronta a succedere al premier uscente Shigeru Ishiba, aprendo una nuova pagina nella politica giapponese — una pagina che, però, non tutti considerano progressista.
Nata a Nara 64 anni fa, Takaichi incarna un paradosso affascinante: sarà la prima donna a guidare il Giappone, ma le sue idee su società e diritti di genere restano radicate nel più rigido conservatorismo. Ispirata dichiaratamente alla britannica Margaret Thatcher, che ebbe modo di incontrare pochi mesi prima della sua morte nel 2013, la politica giapponese si presenta come una figura di disciplina, efficienza e nazionalismo, più che come paladina dell’emancipazione femminile.
Una vittoria simbolica, ma non rivoluzionaria
La vittoria di Takaichi alla guida del PLD è arrivata al termine di un confronto acceso con Shinjiro Koizumi, figlio dell’ex premier Junichiro Koizumi, figura più giovane e mediatica ma priva di grande esperienza politica. Nel ballottaggio, Takaichi ha raccolto centottantacinque voti contro 156, segnando un successo netto ma non schiacciante. Il partito, che pur restando il più forte in Parlamento ha perso la maggioranza assoluta in entrambe le camere, attraversa un periodo di incertezza dopo la leadership debole di Ishiba.
Molti osservatori sottolineano come la sua elezione abbia soprattutto un valore simbolico. In un Paese dove la politica è ancora un universo maschile — e spesso esplicitamente sessista — il fatto stesso che una donna arrivi ai vertici rappresenta un evento eccezionale. Tuttavia, il simbolismo si ferma qui. Takaichi non è una riformatrice sociale e non intende mettere in discussione le fondamenta patriarcali della società giapponese. Durante la campagna per la leadership, ha promesso di formare un governo “con livelli di parità nordici”, evocando il modello di Islanda, Finlandia e Norvegia, ma senza specificare come intenda raggiungere questo obiettivo. Al momento, soltanto due donne fanno parte dei venti ministri del governo uscente — e nessuna di loro ricopre incarichi di primo piano.
Tra tradizione e potere
La traiettoria di Sanae Takaichi è quella di una politica di lungo corso, abituata ai corridoi del potere e ai compromessi. Dopo la laurea in economia aziendale all’Università di Kobe, trascorse un periodo di formazione negli Stati Uniti, lavorando come assistente al Congresso. Tornata in Giappone, si candidò come indipendente nel 1993, vincendo un seggio alla Camera bassa. Tre anni dopo, entrò nelle file del Partito Liberal Democratico, il partito conservatore che domina la scena politica giapponese dalla fine della Seconda guerra mondiale.
Nel corso della sua carriera, ha ricoperto diversi incarichi ministeriali, tra cui quello dell’Interno e della Sicurezza economica. È nota per la sua fermezza e per il suo carattere inflessibile, qualità che le hanno guadagnato il soprannome di “Lady di Ferro del Sol Levante”.
Takaichi è anche una delle politiche più vicine all’ex premier Shinzo Abe, assassinato nel 2022, del quale è considerata l’erede ideologica. Come Abe, difende una visione nazionalista e revisionista della storia giapponese, sostenendo la necessità di rivedere la Costituzione pacifista del dopoguerra, per riconoscere formalmente il ruolo dell’esercito e permettere al Giappone di rafforzare le proprie capacità militari.
Nazionalismo e politica estera assertiva
Uno dei tratti distintivi di Takaichi è la sua concezione della sovranità nazionale. È una frequente visitatrice del santuario Yasukuni, luogo di culto che commemora i caduti di guerra, compresi alcuni criminali di guerra giustiziati dopo il 1945. Un gesto che ogni volta suscita l’indignazione di Cina e Corea del Sud, che vi leggono il segno di un mancato pentimento per il passato militarista giapponese.
La futura premier ha anche proposto la creazione di un'alleanza di sicurezza con Taiwan, l’isola che Pechino considera una sua provincia ribelle, alimentando nuove tensioni diplomatiche. Parallelamente, ha annunciato l’intenzione di rivedere gli accordi commerciali con gli Stati Uniti, in particolare quelli firmati durante la presidenza di Donald Trump, ritenuti penalizzanti per l’economia nipponica.
In politica estera, Takaichi mira dunque a rafforzare l’autonomia strategica del Giappone, ma la sua linea rischia di inasprire i rapporti con i principali partner regionali.
Una visione economica tra Abenomics e populismo produttivista
Sul fronte economico, Takaichi si presenta come la continuatrice delle Abenomics, le politiche di stimolo lanciate dal suo mentore Shinzo Abe. Tuttavia, intende correggerle con un approccio più protezionista e populista: più spesa pubblica, tagli fiscali e tutela delle industrie nazionali.
Ha criticato apertamente la decisione della Banca del Giappone di aumentare i tassi d’interesse, sostenendo che ciò avrebbe soffocato la ripresa e aggravato il costo della vita per le famiglie. Il suo obiettivo dichiarato è “sostenere il popolo giapponese nel momento più difficile dell’economia globale”.
La sua retorica punta a combinare orgoglio nazionale e benessere sociale, ma gli analisti dubitano della sostenibilità delle sue promesse. Con un debito pubblico tra i più alti al mondo e un sistema demografico in crisi, il Giappone non dispone di margini illimitati per politiche espansive.
La questione di genere: un nodo irrisolto
Pur essendo la prima donna a guidare il governo, Takaichi non è considerata una figura femminista. Si è detta “fondamentalmente contraria” al matrimonio tra persone dello stesso sesso e non ha mai sostenuto la modifica della legge che obbliga i coniugi a condividere lo stesso cognome — norma che di fatto costringe la maggior parte delle donne a prendere quello del marito.
Secondo l’OCSE, le donne giapponesi occupano appena il 13% dei ruoli dirigenziali, mentre il World Economic Forum colloca il Paese al 118° posto su 148 nella classifica 2025 sulla parità di genere. In Parlamento, solo il 15% dei deputati è donna.
Gli esperti vedono nella sua elezione una arma a doppio taglio: un successo simbolico che potrebbe, paradossalmente, rafforzare la visione conservatrice del ruolo femminile se la sua leadership dovesse fallire. “Se non riuscisse a imporsi come leader efficace, il rischio è che molti interpretino il fallimento come una conferma della presunta inadeguatezza delle donne al potere”, ha spiegato la politologa Yuki Tsuji.
Tra potere, simbolo e contraddizione
Takaichi ha già mostrato di essere consapevole della portata del momento storico che sta vivendo. “Non mi sento felice, sento che il lavoro duro comincia adesso”, ha detto nel suo primo discorso da leader del PLD. Le sue parole riflettono un misto di ambizione e prudenza, ma anche la consapevolezza di dover muoversi su un terreno minato: un Paese ancora restio alla leadership femminile, una società polarizzata e un partito dominato da correnti maschili e ultraconservatrici.
La sua figura riassume le contraddizioni del Giappone contemporaneo: un Paese tecnologicamente avanzato ma socialmente ancorato al passato; una democrazia matura ma con una rappresentanza femminile quasi simbolica; una potenza economica che fatica a trovare una nuova identità nel mondo post-globale. Se riuscirà a governare con efficacia, Sanae Takaichi potrà rivendicare di aver infranto un tabù secolare. Ma se fallirà, il suo passaggio potrebbe essere ricordato solo come una parentesi anomala nella lunga storia maschile del potere giapponese.















