Nel panorama della politica globale contemporanea occidentale, la teologia sembra essere tornata a essere un linguaggio centrale del potere. Non come semplice ornamento morale, ma come griglia concettuale capace di giustificare scelte politiche, priorità strategiche e persino chiusure identitarie. In questo contesto si colloca la crescente rilevanza dell’ordo amoris, concetto di origine agostiniana che negli ultimi anni è diventato uno dei nodi centrali della diatriba - prima implicita, poi sempre più esplicita - tra il vicepresidente degli Stati Uniti J.D. Vance e la Chiesa cattolica, attraversando il passaggio dal pontificato di papa Francesco a quello di papa Leone XIV. Diatriba che cela il momento di passaggio nella storia interna degli Stati Uniti d’America.

Quando è emersa questa importante novità nella società statunitense ? E quale è la sua ripercussione al suo interno e nei rapporti con il resto del mondo ?

La questione è nata quando il Vicepresidente degli Stati Uniti J.D. Vance ha citato l'espressione del pensiero di Sant’Agostino: Ordo Amoris (l’ordine dell'amore) il 30 gennaio 2025 attraverso un post sul social media X come risposta a una serie di critiche ricevute dopo una sua intervista rilasciata a Fox News, nella quale Vance delineava una gerarchia di doveri morali per giustificare le politiche restrittive sull'immigrazione e la sospensione di alcuni programmi di aiuti esteri dell'amministrazione Trump. Per Vance le responsabilità di un leader e di un cittadino devono seguire un ordine di priorità preciso, infatti per il vice presidente l’ordo amoris implica priorità morali concrete: si ama prima ciò per cui si ha una responsabilità diretta: famiglia, comunità locale, nazione e solo dopo viene il resto dell’umanità.

Prima di essere una disputa teologica, quella di Vance è la realtà M.A.G.A. (Make America Great Again, fare l’America ancora grande); per usare un termine teologico: è la “Parola” dell’America profonda. Questa scelta ha sollevato un ampio dibattito teologico, culminato in una risposta quasi diretta da parte di Papa Francesco; il 10 febbraio 2025, in una lettera ai vescovi degli Stati Uniti, il Pontefice richiamò il concetto affermando:

Il vero ordo amoris che occorre promuovere è quello che scopriamo meditando costantemente sulla parabola del 'Buon Samaritano' [...] un amore che costruisce una fraternità aperta a tutti, senza eccezioni.

Ovvero, come insegnano al catechismo i cattolici: “ama il prossimo tuo come te stesso”, chiarendo che per prossimo non si intende grammaticalmente quanto di più vicino ma ogni uomo rispetto a un altro uomo, in quanto uniti dal vincolo della carità cristiana.

Vance, convertito cattolico e figura centrale della nuova destra americana post-liberale, ha sviluppato una lettura diametralmente opposta. Richiamandosi esplicitamente - e in maniera contraddittoria - a sant’Agostino e alla tradizione tomista.

Nel pensiero del vice Presidente statunitense, l’universalismo promosso da papa Francesco rischia di dissolvere i legami reali e di trasformare la carità in un principio senza limiti, incapace di guidare decisioni politiche in un mondo segnato dalla scarsità, dal conflitto e dalla competizione geopolitica. L’ordine, per Vance, non è esclusione, ma condizione della giustizia.

Per Francesco, l’ordine dell’amore non giustifica la priorità esclusiva del “noi” nazionale. Al contrario, il rischio maggiore è che l’ordine diventi una maschera teologica per l’egoismo collettivo. La sua critica ai nazionalismi, al sovranismo e alla “cultura dei muri” si colloca proprio qui: l’amore cristiano, se autentico, non può essere subordinato alla cittadinanza o all’utilità politica.

Con l’elezione di papa Leone XIV, il quadro cambia sensibilmente. Il nuovo pontefice imprime al magistero un tono più dottrinale, più sistematico, meno pastorale nel senso francescano del termine. Leone XIV non rinnega l’universalità dell’amore cristiano, ma insiste con forza sulla necessità di una corretta mediazione tra principi teologici e ordine naturale. Il punto di frizione con Vance, sotto Leone XIV, non è più l’universalismo in quanto tale, ma l’uso politico della teologia. Per l’attuale papa, l’ordo amoris resta un principio morale orientato alla santità e al bene comune universale, non uno strumento per legittimare politiche di esclusione permanente. Per il vice presidente, invece, la teologia deve fornire criteri operativi per la sovranità nazionale.

Qui la diatriba diventa apertamente politica: sia interna che geopolitica. L’ordo amoris è una preminenza politica per la destra statunitense: prima gli americani (l’isolazionismo della campagna elettorale di Trump) e la cessazione degli interventi americani fuori dai confini del Paese.

E chi ha l’autorità di interpretare l’ordine dell’amore? Lo Stato che deve proteggere i suoi cittadini, o la Chiesa che parla a nome di una fraternità che trascende i confini? Una posta in gioco globale.

La diatriba che ha visto il vice presidente statunitense J.D. Vance contrapporsi prima a papa Francesco e poi a papa Leone XIV non è riducibile a un conflitto di personalità o a una divergenza teologica contingente su singole politiche pubbliche. Essa rivela piuttosto una frattura teologica profonda con importanti conseguenze di ordine politico: due modi diversi di intendere il rapporto tra fede cristiana, potere politico e ordine sociale. Una frattura che la tradizione patristica conosce bene e che ha già nominato con parole di fuoco.

La figura simbolica di Vance incarna un cattolicesimo americano che, dopo decenni di marginalità culturale, ha scelto la via dell’alleanza con il potere politico per garantire ordine morale, protezione identitaria e stabilità sociale. In questa prospettiva, il cattolicesimo è chiamato a fungere da collante civile: fondamento etico della nazione, baluardo contro il relativismo, legittimazione trascendente di confini, gerarchie e appartenenze. Da qui nasce la conversione di Vance al cattolicesimo compiendo una frattura storica con il protestantesimo evangelico statunitense, diventando opposizione alla visione neoliberale protestante-calvinista degli evangelici e sette derivate.

Il punto di rottura decisivo tra Roma e il cattolicesimo politico americano resta la questione dei poveri e dei migranti. Per Vance, essi sono anzitutto un problema di ordine; per Francesco prima e Leone XIV poi, un luogo di giudizio escatologico (e qui la patristica - il pensiero cristiano dei primi secoli, sviluppato dai Padri della chiesa tra il II e l'VIII secolo d.C. - è unanime). Quando il cristianesimo benedice politiche che escludono in nome della sicurezza o dell’identità, tradisce questa eredità.

Il mondo evangelico negli USA sta vivendo una fase di frammentazione. Se per decenni è stato il motore della "destra religiosa", oggi soffre di due problemi: la Decentralizzazione estrema (molte chiese sono indipendenti, focalizzate sull'emozione o sulla "teologia della prosperità", che alcuni giovani intellettuali trovano poco solida) e la politicizzazione: una parte dei fedeli (soprattutto giovani) si sta allontanando perché percepisce le proprie chiese come "succursali" di partiti politici (prevalentemente i Repubblicani), perdendo la dimensione spirituale.

Molti conservatori vedono allora nel cattolicesimo un'ancora di salvataggio; poiché a differenza dell'approccio spesso letteralista o emotivo di alcune denominazioni evangeliche, il cattolicesimo offre una struttura filosofica che permette di determinare soluzioni relative alla giustizia sociale, al mercato e allo Stato. In un'America che cambia velocemente, l'idea di una Chiesa che esiste da 2000 anni e che non cambia dottrina in base alle mode del momento esercita un fascino enorme.

Ma soprattutto molti nuovi conservatori (i cosiddetti "post-liberali") usano l'enciclica Rerum Novarum per criticare il capitalismo selvaggio, preferendo un sistema che protegge la famiglia e le comunità locali. La conversione di JD Vance (avvenuta nel 2019) è l'esempio perfetto di questa dinamica. Vance non è passato da una chiesa all'altra per convenienza, ma per una scelta deliberata e sofferta.

Oggi assistiamo a una strana alleanza: la base elettorale rimane massicciamente evangelica (i "soldati" del voto), ma la "testa" pensante del movimento (gli ideologi, i consiglieri, i nuovi leader come Vance) è sempre più cattolica ed è sempre più vicina alle contraddizioni presenti nel popolo MAGA. Questi "nuovi cattolici" americani si sentono più vicini a una visione tradizionale e spesso entrano in tensione con le gerarchie attuali della Chiesa.

JD Vance non è un caso isolato, ma il volto di un movimento che cerca nel cattolicesimo una "tecnologia intellettuale" per ricostruire l'identità conservatrice americana, ritenendo che il modello evangelico non sia più sufficiente a reggere l'urto del neoliberismo; influenzato dal cattolicesimo "post-liberale" e da pensatori distributisti, non attacca la fede in sé, ma piuttosto quella versione del cristianesimo americano che si è fusa troppo strettamente con il capitalismo sfrenato degli ultimi decenni.

Il vice presidente sostiene che una parte del mondo evangelico abbia accettato un patto con il neoliberismo, elevando il "libero mercato" a dogma quasi religioso. Secondo questa visione il consumismo non è solo un’abitudine economica, ma una forza che atomizza la società mettendo il desiderio individuale al di sopra di tutto, finendo per distruggere le istituzioni comunitarie (chiesa, famiglia, amministrazione pubblica).

Lo scontro è quindi tra "Valori" e "Interessi". Gli evangelisti predicano la stabilità della famiglia, ma supportano politiche economiche che incoraggiano la mobilità estrema, la precarietà e il consumo di massa. Vance, al contrario, punta il dito contro il fatto che il consumismo spinge le persone a vedere se stesse come clienti invece che cittadini o fedeli, svuotando di significato i valori tradizionali che gli evangelici dicono di voler difendere.

È critico verso quella che alcuni chiamano la Prosperity Theology (Teologia della Prosperità), molto diffusa negli ambienti evangelici, che vede la ricchezza materiale come segno del favore divino e che deriva direttamente dal calvinismo importato dagli emigranti del nord Europa. Per Vance questo modo di essere giustifica l'avidità e ignora le sofferenze della classe operaia della "Rust Belt", che è stata vittima della globalizzazione e delle dipendenze (come la crisi degli oppioidi), spesso accelerate da un sistema che mette il profitto davanti alla dignità umana: in ultima analisi interpreta la crisi dell’America profonda di oggi e per questo Trump l’ha scelto come vice presidente in quanto eroe Maga.

La rivoluzione americana si può anche riassumere mettendo a confronto il film Il Mago di Oz (1939) che rappresenta un’America rurale prima della disillusione, raccontata come favola, e il libro di Vance, Hillbilly Elegy (2016) e il successivo film (2020) il quale descrive l’America rurale dopo il fallimento del sogno americano, raccontata come memoria. I due testi parlano della stessa America, ma in momenti diversi.

Entrambi parlano dell’America non urbana, lontana dalle élite costiere. L’America profonda dove ci sono tutti gli stati chiave che determinano l’elezione del Presidente. L’America profonda, come quella degli Appalachi dove è cresciuto (gli Appalachi sono una regione montuosa sita tra le grandi praterie e l’est degli Usa attravesata da 14 Stati, dal Maine alla Georgia, dove regnano povertà e miseria).

Uno dei collegamenti più forti nei due testi è il tema del ritorno. Nel Mago di Oz, Dorothy viaggia in un mondo fantastico e scopre che le risposte non stanno nel Potere (il Mago) e che non c’è un posto migliore della propria casa. Vance esce, riesce ad uscire dal mondo hillbilly (università, esercito, Yale, la politica), guarda quel mondo da fuori e cerca di capire perché la sua “casa” non funziona più. La fuga non risolve il problema, la soluzione (o il conflitto) è nell’origine. Quindi la conversione.

Nel mago di Oz, il Mago è un imbroglio, il potere centrale è vuoto, le persone avevano già ciò che cercavano. In Hillbilly Elegy le istituzioni (governo, welfare, politica) sono percepite come lontane, inefficaci, ingannevoli e la sfiducia verso le élite è totale.

Nel Mago di Oz tutti possono migliorare, il mondo è duro ma giusto e c’è fiducia nel progresso morale. Mentre in quello di Vance si denuncia la povertà culturale, si insiste sulla responsabilità individuale e si denuncia un sistema che invece produce fallimento; proprio perché lui “ce l’ha fatta” ma tutti gli altri sono restati nella povertà materiale e spirituale. Vance è, in un certo senso, Dorothy in un mondo dove Oz non funziona più. Hillbilly Elegy è Il Mago di Oz senza magia, raccontato da qualcuno che è tornato a casa e non l’ha più riconosciuta: un MAGA.