Non c'è giorno in cui non si abbia notizia di incidenti sul lavoro, spesso molto gravi ed addirittura letali in casi purtroppo non rari. La cosa è intollerabile, non credo serva spiegarne il motivo, necessario perciò metterci mano quanto prima. Il bisogno non è nuovo, molto, infatti, già è stato fatto, anche se, visti i risultati, verrebbe da dire solo “tentato”. Che altro dire, infatti, su quello che troviamo pressoché ogni giorno sui quotidiani? Come definire la differenza tra il previsto e prescritto e quanto accade nel mondo reale? Parlare di semplici errori è troppo semplice e facile!
Sicuramente in molti casi vi è un vero e proprio trascurare il tema, ovviamente non per ignoranza ma per convenienza: non considerare che il lavoro deve avvenire in sicurezza comporta un minor esborso, quindi un maggiore utile dell’imprenditore, senza alcuno sforzo! Vi è, infatti, un risparmio diretto, perché si evitano delle spese non finalizzate alla produzione, ed indirette, dato che operare senza il rispetto delle norme e delle prassi a protezione dei lavoratori avviene più velocemente, quindi si ha un maggior risultato a parità di tempo.
Dobbiamo però comportarci diversamente da chi sputa sentenze senza cognizione di causa -spesso con secondi fini- e considerare alcuni aspetti del tutto in contrasto con questi proclami. La mancanza di controlli è di certo il primo, se però la ditta subappaltatrice manda in cantiere un proprio addetto alla sicurezza, allo scopo di vigilare, e pure l’appaltatore fa lo stesso, per cui una piccola squadra di operai è super controllata ma si verifica un incidente clamoroso, quale il venir investiti da un treno, il che ha dell’inverosimile, non possiamo più usare le solite categorie. In modo del tutto analogo, gli infortuni che occorrono spessissimo a chi lavora per sé, quindi senza l’assillo del guadagno, non possono di certo essere ascrivibili alla sete di profitto ma nemmeno alla mancanza di rispetto per la salute altrui.
Premesso che ho personalmente ricoperto importanti ruoli in materia di sicurezza nei cantieri edili, posso affermare di conoscere molto bene il tema, specialmente nello specifico settore in cui ho operato. Non sono quindi l’ennesimo leone da tastiera, ma nemmeno uno di quei teorici che mai nulla di concreto ha fatto, se non l’insegnare agli altri come si deve fare, cerco perciò di dare, senza alcuna pretesa, un modesto contributo al tema.
I cantieri edili sono luoghi ad alto rischio, perché qui la possibilità del verificarsi di un incidente, fortunatamente nella maggior parte dei casi non gravi, è particolarmente alta. Numerosissimi gli eventi nefasti che avvengono qui, anche dopo l’emanazione di norme specifiche assai severe e che comprendono anche l’istituzione di specifiche figure professionali, gravate di notevoli responsabilità per cui non possono essere spiegati con la tragica fatalità e nemmeno con la mancanza di controllo. Vero anche, e non potrebbe che essere così, che -purtroppo- non cesseranno mai i casi di corruzione ma nei casi più minuti ciò non può avvenire, non certo per motivi etici ma per la mancanza di convenienza da entrambe le parti! Da una parte non si può pagare molto per avere poco, dall’altra non vale la pena vendersi per quasi nulla!
Tutti, o quasi, gli occidentali danno molta importanza alle norme, il diritto è, infatti, uno dei cardini della nostra società, un vero e proprio elemento fondante. Queste, però, sono quello che sono, sembrano redatte da persone provenienti da un altro pianeta, probabilmente perché non conoscono affatto la materia su cui stanno legiferando, ma nemmeno quando le leggi hanno come primo firmatario qualcuno ritenuto un vero esperto le cose sembrano andare meglio.
Trattiamo solo un caso in modo da dimostrare l’assunto: le norme in materia di sicurezza nelle opere pubbliche impongono che lavorazioni e forniture possono essere soggette al ribasso del caso (per partecipare alla gara di appalto al miglior offerente), gli oneri di sicurezza no. Lo spirito ovviamente è quello di far sì che l’imprenditore non risparmi su questi aspetti, cosa però che solo uno sprovveduto può credere: come pensate che si comporti nei confronti degli oneri per la sicurezza chi propone ribassi del quaranta o cinquanta per cento se non oltre? Per inciso, chi può pensare che la qualità delle opere non risenta di una tale riduzione di prezzo? Traslando il concetto, faremo il rifornimento all’automobile in un distributore che proponga il carburante al prezzo dimezzato rispetto agli altri? Non credo, tutti penseremmo che ci sia sotto qualcosa, minimo sarà rubato, in alternativa sarà annacquato.
In edilizia invece succede, sicurezza compresa!, e abbiamo perfino chi si vanta di far risparmiare gli enti pubblici, quindi noi che li foraggiamo. Tutti vediamo i ponteggi allestiti nei fabbricati in corso di costruzione, restauro o manutenzione o le protezioni montate in copertura quando il lavoro è qui confinato e non possiamo non aver notato la straordinaria qualità di tutto ciò, cosa che in passato assolutamente non riscontravamo. Ciò malgrado di continuo assistiamo a cadute dall’alto in entrambi i casi. Qualcosa non ha funzionato, le cause possono essere dovute ad uno o più errori: progetto, montaggio o utilizzo. La fatalità non è ammessa!
Non è mia intenzione orientare il giudizio ma il passo successivo del ragionamento non può che condurci verso chi ha modificato gli attrezzi che utilizza, assolutamente pericolosi, allo scopo di facilitarsi le operazioni, assumendosi però un pericolo fortissimo. Ad esempio, moltissimi hanno rimosso le protezioni collocate sulla lama della sega circolare, certi che a loro un incidente non sarebbe potuto accadere, evidentemente presumendo di essere più furbi degli altri, infatti li troviamo sanguinanti al pronto soccorso. Si tratta di superbia o è colpa del karma?
Di sicuro la giurisprudenza è chiara nell’applicare la normativa di settore insieme a quella penale: la responsabilità ricade sul datore di lavoro ed in misura inferiore sui professionisti della sicurezza. Sostanzialmente qualsiasi cosa accada è causata da chi non lo ha impedito. La cosa presenta una logica apparentemente ineccepibile, la realtà è però un’altra. La formazione ha un ruolo determinante, già è difficile con persone di madre lingua, figurarsi parlare con gli stranieri appena giunti nel nostro paese di “tirante d’aria” o di “stress lavoro correlato”.
Personalmente ritengo che di fronte ai casi patologici degli inguaribili contrari a tutte le norme non resta che far chiudere loro l’azienda mediante sanzioni elevatissime. Ciò però rischia di non bastare, considerato quanto succede malgrado gli investimenti effettuati, possiamo affermare che manchi la consapevolezza di quanto si sta facendo ed in particolare la percezione del rischio.
Da tempo si parla dell’”analfabetismo funzionale”, fenomeno che caratterizza chi, pur avendo le capacità del caso, compreso studi anche di tipo elevato, non comprende davvero quello che legge. Semplicemente, ciò che viene letto o ascoltato risulta formalmente acquisito ma in realtà non è stato compreso il nesso, anche in casi elementari. Nello specifico significa che i lavoratori non comprendono quello che stanno facendo, pur mettendolo in atto, quasi automaticamente, senza esserne coscienti. Ovvio che un conto è rispondere ad un messaggio inviando il numero di telefono di qualcuno anziché la sua e-mail (“avevo capito così” ma era scritta chiaramente una cosa diversa!), ben altro lavorare in condizioni potenzialmente pericolose per sé e per gli altri.
Sicuramente non è un compito facile quello che spetta agli imprenditori ed ai professionisti incaricati di garantire che si operi in sicurezza. Già affrontare temi sulle modalità di svolgimento del lavoro appaiono generalmente indigeste a chi già lavora da tempo, per cui ritiene di saperne più del docente, ma soprattutto che trattare questi argomenti sia del tutto superfluo, figurarsi l’affrontare argomenti come quello prima indicato con questi superuomini, che non hanno paura di niente e disprezzano il pericolo, almeno fino a quando non ci cascano dentro (o sotto?). Dopo, i familiari chiedono i danni a chi non ha impedito l’incidente che li ha resi vedova ed orfani.
A chi non crede a una cosa apparentemente così semplice, anzi quasi banale, non resta che fare alcuni esempi presi dalla cronaca recente, non necessariamente relativi al lavoro in senso stretto ma sicuramente inerenti alla sicurezza trascurata per un sentire inspiegabile e soprattutto completamente errato. Non si conoscono tutti gli elementi però il leggere di un ascensore da cantiere sovraccaricato al punto da farlo crollare non rafforza quanto già indicato? Probabilmente sarebbe bastato dividere il carico in due per salvare diverse vite umane, troppo complesso? Cosa può aver pensato chi ha montato delle ganasce per impedire il funzionamento del freno di emergenza della funivia, che per un mal funzionamento si azionava senza motivo? Non certo che il suo intervento avrebbe causato la morte di diverse persone, cosa che però è successa e francamente appare del tutto logica! Negligenza, superbia o altro?
Evitando di esaminare il lavoro dei periti delle assicurazioni, che ha il solo scopo di non pagare ai superstiti il danno subito, quello che leggiamo sull’inabissamento del veliero inaffondabile lascia di stucco. Nemmeno quanto successo all’arcinoto transatlantico ha insegnato nulla ed anzi sembra che di fronte all’evento in corso non siano state messe in atto le più ovvie contromisure, il che è particolarmente grave se consideriamo come in questo caso non vi sia alcun problema economico. Sembra impossibile non parlare di errori di valutazione, supponenza e superficialità.
Ultimo caso qui riportato è quello della squadra di operai che, uno alla volta, si sono calati in una cisterna in cui erano presenti gas letali. Il primo si è sentito male, il secondo ha tentato di salvarlo ma ha subito la stessa sorte e così la cosa si è ripetuta per sette volte. Un record negativo, non c’è dubbio. Sicuro -nel senso di non opinabile- come non vi sia stato nulla di sicuro -nell’altro significato- così come sembra che la cosa più importante sia la velocità di intervento, per salvare un collega. Quando però succede il contrario dobbiamo comprendere l’accaduto perché non si ripeta mai più. Salta subito agli occhi la mancanza di analisi e progettualità, basta fare e risparmiare, costi quel che costi. A ruota emerge drammaticamente l’errore ripetuto, tanto da farci ritenere che manchi del tutto la capacità di gestire le emergenze, per carenze formative, senza dubbio, ma non sappiamo se per l’assenza o per il non funzionamento dei percorsi obbligatori.
I casi appena descritti sono assolutamente diversi ma hanno in comune proprio quello che si scriveva poco prima. Il problema consiste nella percezione del rischio, che, a seconda dei casi, manca o è sottovalutata. Se sono presenti figure professionali specifiche spetta a queste l’individuazione e lo stabilire le contromisure per mitigare la possibilità del verificarsi di infortuni, meglio se controllando pure le azioni in atto e la loro conformità con le indicazioni fornite. Tale importante attività non può però essere effettuata a tempo pieno, se non altro perché significherebbe essere forniti del dono dell’ubiquità, potendo per questo essere presenti contemporaneamente e sempre in tutti i punti a rischio.
Nei tribunali tutto ciò è ritenuto un atto dovuto, e quindi normale, ma, messo da parte il giudizio, nel mondo reale, quello in cui non basta attribuire colpe a destra e a sinistra, in alto e in basso, sopra e sotto, c’è qualcosa che davvero possiamo fare? La risposta è una ed una sola: aumentare la consapevolezza, con la scontata particolare attenzione sulla percezione del rischio, da parte di chi opera sul campo ed è quindi direttamente esposto al pericolo.
La cosa non è però semplice. I beneficiari, infatti, non sono di certo inclini alla formazione teorica, anzi spesso ne sono profondamente contrari, forti della loro bassa scolarizzazione, di cui si vantano anziché vergognarsi. Non lo dico per criticare, garantisco non ci sia alcun giudizio, ma solo per evidenziare la difficoltà nel mettere in pratica quanto serve. Da questo deriva la necessità di ripensare l’intero corpus.
Innanzitutto l’apparato repressivo, che colpisce solo i lavoratori autonomi ed i datori di lavoro, non può incidere in profondità, come dimostrato dal perpetrarsi degli infortuni. A seguire la formazione, che se effettuata ex cathedra risulta, nei fatti, avere il solo scopo di dotare i lavoratori di attestati di frequenza, che consentono l’accesso al cantiere ma anche il metterci l’anima in pace. Non è un caso se manca la verifica del reale apprendimento.















