La pace non alberga a Beirut. Tra i territori coinvolti nel conflitto in Medio Oriente, il Libano è probabilmente quello più martoriato. E non solo perché viene attaccato arbitrariamente nonostante si discuta di un cessate il fuoco. Il popolo libanese, e in particolar modo la comunità della capitale Beirut, da 50 anni fa i conti con il sangue. Da quando la guerra civile ha scaraventato l’inferno in terra.

Da quando il porto di Beirut è esploso. Da quando, soprattutto, le bombe israeliano hanno cominciato a scendere a grappoli sulle vie e sui palazzi della capitale. Gli ultimi, sanguinosi, bombardamenti risalgono all’8 aprile scorso. Israele li ha definiti come i raid più massicci sul Libano di tutto il 2026. Le bombe, secondo una stima del Ministero della Salute locale, hanno provocato almeno 250 morti e 700 feriti. Israele, contestando la presenza di Hezbollah in zone civili, ha attaccato indiscriminatamente aree centrale e densamente popolate. Gli attacchi aerei hanno colpito anche un cimitero che si trova nel villaggio di Shmester.

Le fonti locali hanno criticato la ricostruzione israeliana parlando di colonne di fumo alte in piena città, scene di panico, corpi carbonizzati e vittime in strada, con un via vai di ambulanze e mezzi di soccorso. La dialettica politica intorno all’attacco è stata fredda e implacabile. Il presidente americano Donald Trump, che era nel pieno delle discussioni per una tregua con l’Iran, ha sminuito i fatti dicendo che il Libano non era parte dell’accordo e che i bombardamenti erano una “scaramuccia”. Un gioco sulle vite che sta distruggendo un Paese e una società intera.

Ma perché Israele non molla la presa sul Libano e lo esclude dal tavolo delle contrattazioni? I primi scontri risalgono al 1948. Il popolo israeliano stava trovando il suo posto nel mondo, il Governo doveva fare i conti con lo schieramento arabo che mal digeriva l’insediamento di una nuova nazione. In quegli anni il Libano non era direttamente coinvolto negli scontri ma accolse un grande numero di rifugiati palestinesi in fuga dopo l’insediamento del popolo israeliano. Dodici campi profughi, oltre 600mila profughi dalla Palestina e diverse milizie nate in quella disperazione, tra cui Al-Fatah.

La questione, però, non è solo sociale ma anche territoriale. I due Stati, infatti, si contendono da anni un piccolo territorio strategico all’interno delle alture del Golan che Israele ha prima occupato e poi annesso nel 1981. Più in generale, Libano e Israele sono continuamente in conflitto anche per questioni di confini e per giacimenti di risorse energetiche. Schierare gli eserciti in territori libanese è una strategia che Israele non adotta da poco tempo.

Nel 1978, ad esempio, Israele lanciò l’operazione “Pace in Galilea” per rintracciare ed eliminare militanti dell’OLP che si erano rifugiati in Libano. In quell’occasione Beirut fu bombardata e circondata, un vero e proprio campo di battaglia in cui i palestinesi si trovarono sconfitti. Nonostante ciò, Israele continuò ad occupare terre nel sud del Libano per creare una sorta di zona cuscinetto. Fu in seguito a questa breve guerra che nacque Hezbollah, con il sostegno dell’Iran, che oggi è nemico giurato di Israele in Libano. Da quando è nata, la milizia ha dichiaratamente affermato di voler “distruggere lo Stato di Israele”.

Il conflitto continua da anni ma Israele non è riuscito a sconfiggere Hezbollah e usa la sua presenza per bombardare continuamente anche occupazioni civili, strategia simile utilizzata a Gaza con Hamas. Un periodo di tregua ha portato Hezbollah a partecipare anche alla vita politica libanese, senza però abbandonare la lotta armata. Le violenze si sono intensificate nel 2006 in seguito ad un attacco di Hezbollah e alla ritorsione israeliano che ha portato alla devastazione di interi quartieri. L’esito fu drammatico: in 33 giorni ci furono 1200 morti, perlopiù civili, e un milione di sfollati. Il conflitto libanese con Israele ha risentito anche delle recenti guerre in Siria e nella Striscia.

In entrambi i casi Hezbollah si è schierata contro Israele aprendo nuovi fronti di conflitto portando Netanyahu a minacciare di far “diventare Beirut e il Sud del Libano come Gaza”. Il fuoco che divampa in Libano, però, arriva anche dall’interno. La guerra civile che ha colpito il Paese a partire dal 1975 è una delle più tragiche del Medio Oriente. Il Paese era già pericolosamente diviso tra cristiani e musulmani, una segmentazione che minava non solo la società ma anche la componente politica.

A far deflagrare la situazione fu la presenza ingombrante dell’OLP che, espulsa dalla Giordania, contribuì a creare una situazione di instabilità locale tanto da far sembrare il Paese diviso in due blocchi, una sorta di “Stato nello Stato”. La guerra durò 15 anni e vide il coinvolgimento di attori esterni, tra cui soprattutto la Siria, che voleva controllare la politica locale, e Israele, che voleva continuare anche in Libano la sua guerra contro i miliziani rifugiati dell'OLP. Il risultato fu un quindicennio di scontri in strada, bombe, morti civili, distruzioni e divisioni che ancora oggi permangono. Celebre, tristemente, fu la cosiddetta "Battaglia degli Hotel di Beirut”.

Durante i primi momenti della guerra civile, le varie fazioni mirarono ad ottenere il possesso del quartiere residenziale di Minet El - Hosn, area ricca di hotel di lusso e fulcro turistico della città e del Paese. Gli scontri, che non furono scevri di episodi di violenza inaudita, continuarono per quasi un anno. Le varie milizie intendevano conquistare una posizione di prestigio, in quanto quella era l’area più ambita della città, ma anche strategica perché dai tetti la visuale dei cecchini era perfetta. Lo scontro, che provocò 1000 morti, trasformò radicalmente l’immagine del Paese e di edifici iconici come l'Holiday Inn. Il Libano è diventato ormai un immenso campo di battaglia.

Ad oggi versa in una condizione di grave crisi umanitaria ed economica, la più grave dalla fine del 1800. Si stima che oltre l’80% della popolazione possa essere già in regime di povertà e la moneta locale, la lira, ha praticamente perso tutto il suo valore. L’ONU, dal canto suo, già dal 1978 ha attivato una specifica missione, l’UNIFIL (United Nations Interim Force in Lebanon), che si schiera come “forza di interposizione” per garantire il ritiro delle truppe israeliane e, al contempo, assistere il governo libanese nel ristabilire l'autorità sul territorio. Il contingente, che conta circa 10.000 militari (tra cui 1.000 italiani), è stato preso di mira anche dagli attacchi israeliani.

A peggiorare ulteriormente lo stato di salute del Paese, e in particolare di Beirut, è stata la drammatica esplosione del porto della capitale nel 2020 che provocò oltre 200 morti, più di 7000 feriti e 5 miliardi di euro di danni. La causa fu l’esplosione di una grande quantità di nitrato di ammonio che era stata confiscata dalla nave russa Rhosus.

Conosciuto come “il Paese dei cedri”, il Libano è ormai in un limbo, in perenne galleggiamento tra la vita che scorre e che brama di essere vissuta e la paura di nuovo sangue che scorre tra le strade o una carestia che metta in ginocchio la popolazione. Una vita che è appesa a un filo. Una vita che pulsa, nonostante tutto. Il Libano è un puzzle di culture e storie (la sola capitale Beirut accoglie ben 18 fedi religiose), eppure oggi corre il rischio di non trovare mai più la strada per incastrare ogni suo pezzo. Beirut rischia di scomparire nel suo caos, quello stesso caos che ora la tiene in vita. E se Israele e USA non considerano il Libano neanche degno di essere inserito in un trattato di pace, allora il mondo dovrebbe preoccuparsi.