Qualche tempo fa ho fatto un sogno, a metà tra incubo ed estasi. Ce l’ho in mente, vivido, lucido, come se fosse attuale.
Ero di nuovo scolaro e marinavo la scuola per sollazzarmi un poco nel Paese dei Balocchi. Giunto a Bengodi, vedevo da lontano il tendone del Circo sempre aperto, con a lato l’ingesso per il teatrino delle marionette.
Entratovi, al posto di quell’antico palcoscenico di polvere e di legno, trovavo un gigantesco schermo TV, al plasma e in alta definizione, su cui venivano proiettati, tra le risate generali dei numerosi scolari presenti, i personaggi più buffi che uno si possa immaginare. E più che marionette mosse dai fili, questi personaggi erano in forma di pupazzi, dotati di una propria autonomia, che si muovevano e parlavano a scatti, come mossi dall’energia di una batteria o da una forza meccanica sprigionata e nascosta al loro interno.
Vi assicuro che le maschere della commedia dell’arte, al confronto, vi sembrerebbero dei dilettanti. Eppure, ve lo posso giurare, erano tutti, o quasi tutti, vestiti in maniera elegante, con abiti costosi, cravatte firmate e borsette griffate per le donne.
C’era Calsecchio, una specie di Angelo Branduardi (chiedo scusa al cantante della Fiera dell’Est ma è per descrivere il personaggio), con quel tipo di capigliatura, folta, lunga e crespa, intendo dire, e con gli occhiali dalle spesse lenti, alto e allampanato, che gira con un enorme secchio di latta, che definirei super tecnologico, perché dentro c’è di tutto.
Il buffo personaggio vi estraeva infatti I-pad, I-pod, Smartphone, PC portatili, d’ogni tipo e misura, tablets, e-books e altre diavolerie a me sconosciute. Ma gli altri spettatori commentavano a voce alta, e con grida di entusiastica meraviglia, i ritrovati tecnologici che la Maschera Calsecchio estraeva dal suo secchio magico e che utilizzava con estrema maestria.
Le risate arrivarono al soffitto quando Calsecchio tirò fuori dal secchio la buffissima figura di Crì-Crì. Immaginate un pupazzo tondo e goffo, con un filo di barba bianca e gli occhi sporgenti, che urla, con un buffo accento ligure, invettive contro tutto e contro tutti: Vigion, sei uno zombie! Brambiska, ti faccio arrestare! Montecchia, sei un affamatore del popolo! Bertoldo Mortadella, sei un pirla! Giorgione svegliati! Bindola, sei l’ottava nana! Neuro, vai fuori dalle balle! Little John vattene a scuola! Arrendetevi tutti, siete circondati!
Insomma, ce n’era per tutti.
Come evocati da Crì-Crì, ecco apparire nello schermo, in sequenza, tutti i personaggi della commedia dell’arte (quella politica, però), citati da Crì-Crì.
Ecco Brambiska, una specie di Eolo (chiedo scusa al simpatico “settenano”), ma senza barba e con capelli finti, così abile da riuscire a vendere pettini di ogni misura a dei figuranti calvi, che si aggiravano attorno a lui, all’evidenza incantati dal suo fascino ammaliatore.
Circondato da questi adoratori calvi, Brambiska non si scompone e piazza agli infelici pelati, i suoi pettinini colorati, con l’aiuto di un suo assistente dall’accento siciliano ma dalla faccia losca, che si chiama Dulcamara.
A qualcuno, che in uno sprazzo di lucidità, prova attonito a passarsi il pettine sulla testa calva, Dulcamara propone l’acquisto di una folta parrucca. Nel pronunciare l’offerta l’aiutante di Brambiska mostra prima tre dita della mano destra e poi, con enfasi, soltanto le due più lunghe della stessa mano.
In omaggio, con le splendide e variopinte parrucche, Dulcamara infatti consegna al contempo un flacone contenente una lozione magica per la ricrescita dei capelli. Tutti e tre i pezzi, cioè il pettinino, la parrucca e l’elisir, spiega l’abile aiutante, al prezzo speciale di tre per due, ovvero Ceppedue. Dulcamara ripete quei gesti con le dita. Sembra più un operatore di borsa che un millantatore da fiera paesana. Anche se nel sogno mi sfugge la differenza tra le due figure.
Neanche si sono spenti gli applausi e le grida di approvazione per Brambiska e Dulcamara che compare sullo schermo Vigion. Immaginatevi un bonaccione, vestito però in maniera elegante, dal marcato accento emiliano.
Dirige un Lavasecco ultramoderno: la pubblicità recita a caratteri cubitali che lui smacchia di tutto: volpi, renne siberiane, lupi maremmani, balene che ritornano bianche, agnelli e vitelli. Ma io riesco a vedere soltanto Vigion che estrae dalle sue macchine numerose pellicce di giaguaro più maculate che mai! Allora che cosa ti inventa Vigion tra le risate generali?
Si arma di vernice bianca e pennello e trasforma i diversi giaguari in bianco candido (che più bianco non si può, urla uno dei suoi assistenti di bottega).
Si torna seri con Montecchia: tipica maschera bergamasca (anche se io preferisco Arlecchino).
Al suo simpatico concittadino, dal vestito di losanghe colorate, contende una certa millanteria, anche se ben camuffata da lauree, attestati e master, con cui soltanto Little John e Bertoldo Mortadella possono sperare di competere. Montecchia infatti non fa una grinza: elegantissimo, robotico, imperturbabile; padroneggia italiano e inglese, con formule alchemico-economiche di sicura efficacia. Quello che però fa riscoppiare la bolgia in platea è il fatto che le formule sanitarie di Montecchia in realtà mantengono, è vero, le promesse di risolvere i problemi degli ammalati, ma le risolvono mandandoli dall’ospedale al cimitero! “Più risolti di così” commenta gelida la Maschera!
Nel frattempo, sullo sfondo, il nano Little John e Bertoldo Mortadella se le danno di santa ragione. Infine mi compare Fortunello Padano, un eterno disoccupato, che passa le sue giornate nei Resort, a tracannare bibite fresche, mentre espone a un gruppo di costruttori e palazzinari non meglio identificati, i suoi grandiosi progetti per costruire, naturalmente con i soldi dei contribuenti, carceri, palazzi e ponti inutili, vere e proprie cattedrali nel deserto. Evidentemente deve trattarsi di un pezzo grosso, perché a contendergli il posto, sotto l’ombrellone, arrivano degli altri giovani personaggi.
Tutti loro, aspirano a posti di prestigio nel teatrino della politica, dopo avere frequentato, senza mai laurearsi, diversi atenei. Riconosco Gigino Dispensa, inconfondibile, perché gira con una cartelletta piena di dispense universitarie sottobraccio e un’apri scatolette appesa al collo con una robusta catenella d’oro; Teo l’Inglese, uno che si spaccia per un anglofono, ma riesce, a malapena, a parlare la lingua nostrana; Tonina la Velina, eletta in un’assemblea per meriti speciali (tutti immaginano quali, ma nessuno ha il coraggio di enunciarli); e Giovanna la Spanna, così chiamata perché viaggia sempre su tacchi vertiginosi, fasciata di abiti di lusso e borsette griffate.
Ma sono molti di più. E tutti premono per prendere il posto al sole di Fortunello Padano. A questo punto, non ne posso più e decido di dire la mia.
Voglio urlare “Andatevene a lavorare e dimostrate prima di sapere svolgere un mestiere o una professione!”
Sul più bello, però, mi sono svegliato. Il sogno era svanito. Mi sono ritrovato sul divano con il telecomando in mano, e cercavo, con disperazione, ma inutilmente, di cambiare canale!















