Maria: “Immobile, immobile, devi stare immobile. I piedi, controlla le dita dei piedi dall’alluce al mignolo. Immobili, non si devono muovere. Le gambe immobili, le cosce immobili. Il bacino immobile. L’addome, lo stomaco, immobili. La schiena immobile, il petto immobile. Il respiro, il respiro non si deve percepire, devi stare ferma, non respirare, non ci sei più. Le braccia sono immobili, incrociate sul petto, la testa è immobile, il collo è immobile, Il viso è senza espressioni, il sangue è fermo. Il corpo è bianco. Freddo. Stai ferma, fermissima, solo così puoi sopravvivere. Il mondo fuori di te non c’è più… finalmente, ma devi stare assolutamente immobile, non reagire a nulla, come una salma. Solo se sei una salma puoi sopravvivere…”
Psichiatra: “Siamo di fronte ad un caso classico di catatonia, un caso così non si vedeva da tempo” “adesso osservate cosa succede quando cerco di muovere questa paziente” “Vedete posso muoverle le braccia, le gambe e queste restano ferme nella posizione in cui le metto, anche in posizioni strane, come fossero di cera”
“dottoressa provi a togliere il cuscino sul quale è adagiata la testa della paziente” “cosa succede, è pericoloso”? “Ma va, pensa che le direi di fare una cosa che potrebbe essere pericolosa”, ”ecco vede, questo è un segno tipico, la paziente potrebbe restare così con il capo sollevato, come se sotto ci fosse ancora il cuscino, per ore e ore” “avevo visto alcuni casi così all’inizio della mia carriera, ormai più di trent’anni fa, poi basta, non so perché non se ne sono più visti, forse per via dell’uso di nuovi farmaci, chi lo sa”
“Proseguiamo con il giro, la prossima paziente è la nostra Giuseppa” “buongiorno Giuseppa, come sta oggi, lei è proprio affezionata a noi eh, non ci vuole lasciare….”
Maria era nata il 24 giugno del 1950, la madre, la signora Cesira, aveva pensato o meglio dava per scontato di doverla chiamare Teresa, come la propria madre, scomparsa da poco, anche se a lei quel nome proprio non era mai piaciuto. Oltretutto, ogni volta che lo sentiva, non poteva fare a meno di risuonarle nella mente una sciocca, e un po’ sconcia, canzoncina popolare, con protagonisti una ragazzina e un prete. La santificazione di Maria Goretti proprio quel giorno permise alla sua coscienza di non sentirsi in colpa a non chiamare sua figlia, la sua prima figlia, Teresa. Quando la registrò restò per un attimo bloccata, incerta e poi disse d’un fiato “Maria Goretti”. “Scusi, volevo dire che la chiamo Maria proprio come la Goretti, che, come ben saprà, viene santificata oggi”.
Il padre di Maria non si era mai visto, ad essere del tutto sinceri, Cesira non era del tutto certa chi fosse. Cesira tante volte si era detta che avrebbe voluto avere almeno un po’ di quella forza straordinaria attribuita alla Goretti. Più e più volte, invece, cedette alle avances più o meno insistenti degli uomini. Chi era il padre di Maria? Cesira non lo sapeva. C’era il Tarcisio che era un po’ un’abitudine, arrivava a casa sua con un’aria sorniona, magari con un gelato o con una bottiglia di buon vino, persino con un fiore qualche rara volta, e così, finiva che si fermasse a dormire. Per qualche mese (Tarcisio non lo seppe mai), Cesira frequentò anche Ernesto, un impiegato di banca, bell’aspetto, grande sportivo e, come si diceva, con un buon portafoglio. Ma era sposato…
Cesira non era religiosa anche se andava quasi regolarmente a messa la domenica e, come si conviene, nelle feste “comandate”, più per consuetudine che altro. Certo, temeva anche il giudizio altrui e, secondo lei, una donna della sua età, sola, era preferibile apparisse timorata di Dio. In realtà era lei che si giudicava male. Non avere la forza di resistere alle tentazioni, questo sì rimproverava la Cesira. Cedeva, alla fine cedeva, non solo al sesso ma anche ad altri piaceri, il cibo, l’alcool. Intendiamoci, normalmente riusciva a resistere ma quando cedeva si sentiva così in colpa che stava male per giorni e si deprimeva. A dire il vero, ci fu un incontro fatale, fantasticato in modo subliminale, temuto e desiderato, sognato e scacciato dalla mente nel medesimo tempo.
Lui era don Giuliano, giovane sacerdote appena approdato in parrocchia come ausiliario del vecchio parroco. Avvenne qualcosa di coinvolgente che suscitò in lei tempeste di sentimenti contrastanti, struggimenti e rabbia. Per quanto giovane, lui era comunque un adulto e lei aveva poco più di sedici anni. Si sentiva, contemporaneamente in colpa e tradita. Non lo vide più, non lo volle vedere più, e smise di frequentare l’oratorio ed anche la chiesa.
Maria crebbe senza padre e di questo non si fece troppe domande finché, dodicenne, non le venne chiesto a bruciapelo dall’amica del cuore del momento il motivo dell’assenza del padre. Fu come se solo in quel momento avesse realizzato veramente di non saperne nulla. Interrogò allora la madre e anche una zia, sorella maggiore della madre stessa, ricevendone risposte vaghe circa un trasferimento all’estero e un incidente sul lavoro in un paese straniero. Quando crebbe, Maria si convinse che il padre fosse ignoto ma non si fece troppi scrupoli. Considerava la madre debole, come appunto Cesira si sentiva e, più o meno inconsapevolmente, trasmetteva alla figlia. Non volle infierire e non le chiese più niente, anche se ogni tanto il pensiero la investiva improvvisamente, senza apparente motivo. Ne parlò anche con suo marito José.
José, il ragazzo che sposò con slancio dopo una breve ma intensa relazione, lo conobbe in un albergo, dove lui, spagnolo, originario di un villaggio vicino a Siviglia, lavorava come cameriere con l’aspirazione, o meglio la fantasia, di far carriera in Italia. Maria conobbe José durante una vacanza al mare insieme ad un’amica, Manuela, rimasta da poco sola, abbandonata dal ragazzo con il quale stava per andare a convivere. Lo fece per lei, sentiva di doverlo fare. D’altronde il senso del dovere aveva contrassegnato tutta la sua vita, trasmesso dalla madre che, incapace di imporlo a sé stessa, lo aveva trasmesso a lei. Da José fu subito coinvolta fisicamente in modo così intenso che ne fu quasi spaventata. Anche José aveva un grande senso del dovere e lei, forse anche per questo, lo sentiva affidabile, intuì subito che avrebbe potuto darle la sicurezza che non ebbe mai dalla propria madre percepita sempre più fragile.
José proveniva da una famiglia povera, era terzogenito di cinque fratelli, iniziò a lavorare, molto giovane, nel ristorante di uno zio materno. All’inizio, come tutti i suoi amici, faceva il lavapiatti durante i fine settimana e nelle occasioni particolari. Fu proprio in queste occasioni, soprattutto durante i pranzi di matrimonio, che rimase affascinato dal lavoro dei camerieri, quel loro volteggiare con più piatti in mano, destreggiarsi tra molte persone diverse e avere sempre un sorriso per tutti. Un giorno si decise e chiese allo zio Pablo che gestiva il ristorante come avrebbe potuto diventare cameriere.
Dopo quella vacanza al mare, José e Maria, iniziarono a frequentarsi nei rari momenti liberi di lui, che continuava lavorare nell’albergo “galeotto” e di lei che, dopo aver terminato gli studi di ragioneria, lavorava come contabile per uno studio professionale. Due anni dopo si sposarono, con una cerimonia sobria, nel paese di lei avendo come testimoni l’amica di lei, compagna in quella vacanza, e lo zio Pablo, che si sentì particolarmente onorato nello svolgere quel compito. Cesira dette un sincero benestare a questa relazione. Considerava José affidabile, onesto gran lavoratore, adatto alla figlia. Tutto ciò dava sicurezza anche a lei.
Pochi mesi dopo nacque Francesco Pablo per la gioia di tutti, Maria però dovette lasciare il posto di lavoro al sesto mese di gravidanza. José nel frattempo si era diplomato alla Scuola Alberghiera, realizzando un suo sogno. Aveva trovato un buon posto di lavoro, che però, lo impegnava molto ed era ad un paio d’ore di distanza da casa. Francesco Pablo, come volle chiamarlo lui in omaggio al proprio padre e anche allo zio a cui si sentiva molto riconoscente, dava loro grosse soddisfazioni e li legava molto. Anche Cesira aveva trovato un suo ruolo che la faceva sentire utile e riconosciuta. Dopo poco più di un anno Maria restò nuovamente incinta. Questo le procurò sentimenti controversi. Era infatti entusiasta del suo lavoro di madre, mai avrebbe pensato di esserne così coinvolta.
A volte aveva pensato che sarebbe stato bello dare a Pablo una sorellina. Ma adesso bisognava decidere. Ce la farò? Potrò contare su mia madre che so avere problemi fisici? e su José sempre più impegnato al lavoro, che per di più sta per diventare direttore di una filiale dell’albergo? E Pablo? Si sa che la nascita di un fratellino è sempre un trauma per un primogenito poi… io sarò all’altezza? Già non mi ritenevo all’altezza per fare la madre di un bambino, figuriamoci con due. Quando lo disse a José notò in lui un certo disagio. Anche se concluse con un “ce la faremo”, Maria non ne era convinta. Passò momenti difficili. Che fare?
Sei mesi dopo, a quel punto desiderato e atteso da tutti, nacque Alejandro. Un po’ minuto, ma molto vispo e desideroso di avere l’attenzione di tutti. Impossibile non dargliela, sapeva sempre come ottenerla. Francesco per contro, iniziò a fare i capricci e ad avere problemi con il cibo. Maria, in un primo tempo, sembrò in grado di affrontare la situazione. Poi però José sempre più impegnato nel suo lavoro, era assente sia fisicamente che mentalmente. Anche Cesira per problemi fisici invalidanti, non riusciva più ad aiutare Maria quanto avrebbe voluto.
Manuela, l’amica “storica”, nel frattempo aveva avuto anche lei un figlio ma il padre del bambino se ne era andato subito dopo la nascita. Manuela non si era disperata ed aveva trovato appoggio in un gruppo di donne che erano legate alla parrocchia e che facevano interventi vari di volontariato. Convinse Maria a partecipare anche lei alle numerose attività che queste persone organizzavano. Dopo un po’ di riluttanza, Maria accettò di andare con Manuela ad un incontro. Si trovò subito bene anche se le pesava l’idea di chiedere aiuto. Il gruppo si mostrò subito molto accogliente e desideroso di dare a Maria sia aiuti pratici che sostegno emotivo.
La vita di questa famiglia proseguì con i normali alti e bassi. José faceva carriera, i figli crescevano bene, Maria aveva l’aiuto del gruppo di volontarie. E questo le consenti di non mandare Francesco all’asilo nido. A tre anni iniziò la scuola materna, connessa con il gruppo religioso, non manifestò particolari problemi o difficoltà, anche perché conosceva già altri bambini e un paio di maestre. Maria non aveva un lavoro e, sinceramente, non lo ricercava, accudiva Alejandro con piacere. Maria dopo aver investito così tanto nei figli, ora che comunque la parte più impegnativa la riteneva superata, iniziava a sentirsi un po’ insoddisfatta, smarrita, trascurata da José sempre più in carriera, cominciò a considerare la possibilità di un suo lavoro. Il lavoro però non c’era. Cominciò a chiudersi, non aveva più voglia di andare ai gruppi in parrocchia. Sentiva Manuela interessata ad altro. Cesira aveva poco tempo di vita ancora ed era sempre più ripiegata su sé stessa.
Chiese al proprio medico di famiglia un aiuto farmacologico avendo in mente ricostituenti, vitamine, per sentirsi nuovamente in forze. Le furono prescritte le solite cose, anche se il medico intuendo la situazione le consigliò un colloquio con uno psicologo. Dentro di sé prese molto male questa indicazione, iniziò comunque a chiedersi se avesse fatto qualcosa di sbagliato. Continuava a pensarci non riuscendo a trovare risposte. Si rivolse a quella persona del gruppo che le aveva dato più fiducia e le spiegò la propria situazione.
Antonietta, questo il suo nome, fu molto accogliente e comprensiva. Come suggerimento le disse che per contrastare questo stato d’animo avrebbe potuto iniziare a fare qualcosa lei per gli altri. Maria inizialmente rimase un po’ spiazzata ma poi, di fronte alla proposta di Antonietta di affiancarla nella tenuta dei conti della Parrocchia, iniziò a considerare la propria formazione scolastica come ragioniera e la pregressa esperienza lavorativa in modo positivo ed accettò. L’impegno non era, in termini di tempo, particolarmente gravoso ma la faceva comunque sentire utile. Pensò che la proposta di Antonietta avesse proprio avuto senso. Da aiutata ad aiutante, questo cambio di prospettiva l’aveva galvanizzata, il mondo era diverso con questa nuova prospettiva!
Maria era contenta della nuova attività. Soprattutto le piaceva l’idea di fare qualcosa non in cambio di soldi ma per essere utile a qualcuno, in realtà per sentirsi riconosciuta, considerata. Appartenere ad un gruppo, sentirsi accettata, accolta, la faceva stare bene. Quando in precedenza lavorava nello studio professionale, le capitava di frequente di sentirsi in difetto, non dico di “rubare lo stipendio”, ma neppure di meritarselo del tutto. Il lavoro, per di più, le dava poca soddisfazione. Quando, non senza imbarazzo bisogna dire, il responsabile dello studio le disse che non avrebbe potuto mantenerle il posto per via della gravidanza, non solo non si stupì ma tantomeno si arrabbiò, fu quasi sollevata, alleggerita di un peso del quale si sentiva gravata.
Ora, non solo poteva decidere lei tempi e modi del suo impegno, compatibilmente con alcune scadenze esterne, ma cominciava velocemente ad essere investita di responsabilità decisionali sempre più complesse. Era considerata in tutto e per tutto parte del gruppo che prendeva le decisioni amministrative della Parrocchia insieme al parroco, anche se non vi era alcun riconoscimento formale del gruppo. Questo la gratificava molto, e in un certo senso, andava di pari passo con l’avanzamento di carriera di José. Le sembrava di capirlo di più. Si vedevano, è vero, molto meno. Lui usciva sempre prima e tornava sempre dopo di lei. Ogni giorno più stanco ed impegnato, non mancava mai di comportarsi come padre amorevole e di essere anche un marito attento. Lei avrebbe voluto parlargli ma le era difficile pensare di avere uno spazio per sé stessa perché per lei questo equivaleva a togliere spazio a José. Lo guardava e vedeva il ragazzino, che aveva immaginato fosse stato, quando sognava un futuro da cameriere in Italia. Perché mai in Italia? Neppure lei lo sapeva.
Ora era in Italia, felicemente sposato, con due figli, belli, bravi, sani, simpatici, era appena stato nominato direttore di un’importante sede di una nota catena alberghiera internazionale, cosa mai avrebbe potuto desiderare di più? È vero, la sede era abbastanza disagevole da raggiungere dalla loro abitazione ma poteva sicuramente valere qualche sacrificio. Vagliarono anche la possibilità di un trasferimento dell’intera famiglia ma sarebbe stato troppo complicato e comunque sicuramente prematuro. Ma perché mai temere di parlargli del suo nuovo lavoro? Era quasi come se pensasse che una sua autonomizzazione potesse rovinare quel quadro idilliaco che, per restare tale, non poteva contemplare alcun cambiamento. Capiva di essere parte di questo quadro ma anche che non le era possibile cambiare senza rompere questo insieme. Insieme che credeva fosse perfetto per suo marito così come era. Questa era la sua idea, probabilmente non del tutto consapevole.
In parrocchia il suo rapporto con Antonietta diveniva sempre più amichevole e stretto, anche se limitato a quel contesto. C’era anche Anna Laura, sua coetanea, con la quale si trovava bene. Anche lei era sposata e aveva due figli, di età simile ai suoi. Era separata da un paio d’anni, anche se questo avrebbe dovuto essere un segreto. I segreti, come aveva imparato, sono di due tipi, quelli di cui sono a conoscenza solo i diretti interessati, e quelli che tutti conoscono ma dei quali non si può parlare, certamente i più diffusi. Questo era uno di quelli. Non ne parlò neppure con lei, perlomeno non nel primo anno della loro frequentazione. Quando Anna Laura, o meglio Laura come chiedeva di essere chiamata, glielo confessò, Maria dovette far finta di non saperlo, anche se le era stato riferito molti mesi prima. Questo “far finta” la turbò un po’, non le si confaceva. La confessione di Laura, al contrario, le fece piacere, significava per lei essere accettata, accolta.
Nei mesi successivi notò, da parte di Laura, una ricerca di maggior complicità. Antonietta era considerata da entrambe persona seria e rispettabile ma un po’ troppo giudicante. Ma forse Maria l’aveva scelta anche per questo. Una presenza giudicante ma autorevole, era indubbiamente rassicurante, per lei così timorosa di sbagliare. Laura cercava vicinanza affettiva con Maria e una delle strategie che utilizzò, forse inconsapevolmente, fu quella di coinvolgerla emotivamente nelle le proprie vicende familiari. Maria pensò che cercasse un’alleanza con lei, un sostegno alla sua decisione di separarsi. Sì perché la decisione di Laura fu contro il parere di tutti, o meglio di entrambe le famiglie e della parrocchia, del Don, come usava dirsi in quel ambiente. Laura iniziò a raccontarle tutta la propria storia matrimoniale. Maria ne fu molto gratificata anche se gradualmente iniziò ad identificarsi con Laura, a capire e condividere molti dei suoi sentimenti. Trovava continuamente similitudini con la propria situazione. Questa identificazione iniziò a essere per lei eccessiva. Ne ebbe persino un po’ paura.
Si rese conto di non aver mai, ma proprio mai, pensato consapevolmente di separarsi da José. Non per motivi ideologici, religiosi, di convenienza, di opportunità o altro. Ma allora perché temere questa vicinanza emotiva con Laura? Realizzò che il solo motivo è che aveva sempre pensato di poter, o addirittura, dover, eventualmente, essere lei ad essere lasciata. Si era sempre ritenuta inadeguata, non all’altezza degli altri. Si era sempre chiesta come mai un uomo potesse stare con lei, un datore di lavoro apprezzarla, degli amici volerle bene. Questi pensieri erano così connaturati a lei che non ne aveva consapevolezza. Iniziava ora, ascoltando Laura ed immedesimandosi in lei, cosa che tra l’altro le riusciva facilmente, a realizzare questo suo modo di vedere e di vedersi nel mondo. Cominciò a fantasticare un futuro diverso ma questi pensieri la turbarono. José non lo avrebbe cambiato con nessun altro uomo al mondo, non era questo il problema, ma è come se sentisse di non appartenergli. Vedeva e sentiva José innamorato più che di lei e dei figli o del lavoro, di sé stesso o meglio di sé in quanto artefice di questo bel quadro.
Il non appartenere a nessuno, questo era il pensiero prevalente, più ci pensava e più le si chiariva. Non si era mai sentita appartenere ad una famiglia, aveva una madre ma non un padre, né sorelle né fratelli, una zia e nulla più. José sì che aveva una famiglia, non solo perché numerosa ma perché sentiva che per lui era un’appartenenza importante. Ogni tanto si chiedeva “Se fossimo andati a vivere in Spagna, come sarebbe stata la mia, la nostra vita?”
Aveva sempre avuto poche amicizie, partecipato poco ad associazioni, gruppi, compagnie. In realtà avrebbe voluto molto “appartenere” ma riteneva sempre di non essere ben accetta o in certi casi, all’altezza e si proponeva in un modo che veniva giudicato per lo meno sfuggente. Quello di cui aveva bisogno era che gli altri la invitassero esplicitamente. Tutti questi pensieri su di sé da un lato la intrigavano, sentiva di capire molto della sua vita, molte cose avevano adesso per lei una spiegazione plausibile, ma dall’altro la deprimevano. La deprimevano perché aveva l’impressione non solo di non appartenere a nessuno ma anche che nessuno appartenesse a lei. Si sentiva in colpa di tutto. Parlare con Laura, che all’inizio le fu di grande aiuto, ora le sembrava quasi controproducente. Come si diceva, aveva la sensazione che Laura cercasse approvazione da lei per le scelte che aveva fatto e che la spingesse a fare anche lei le sue stesse scelte, questa, almeno, era la sua impressione. Impressione che la poneva al riparo da un conflitto interno tutto suo tra mantenere lo status quo insoddisfacente o andare verso una scelta simile a quella di Laura.
La consueta riunione del giovedì in parrocchia una sera si protrasse molto più del solito per via di alcuni conteggi che non tornavano e di scadenze amministrative da rispettare. Maria quella sera non aveva problemi di orario, José non sarebbe tornato a casa a dormire, in albergo c’era un evento al quale avrebbe dovuto assolutamente presenziare. Cesira, come succedeva altre volte il giovedì, si era offerta, con piacere, di occuparsi dei nipoti.
Antonietta, Laura, Francesca e Roberta, le componenti del gruppo oltre a Maria e a Don Arialdo, fuggirono letteralmente a casa dopo che si era superata, di molto, la canonica ora di fine riunione. Don Arialdo, ancora immerso nei conteggi, salutò e ringraziò le sue aiutanti. Maria che non aveva motivo per correre a casa, restò lì, in silenzio, senza porsi alcuna domanda, né provare imbarazzo. Don Arialdo continuò imperterrito a controllare i conti con una certa preoccupazione, poi finalmente riuscì, con soddisfazione, a far quadrare tutto e firmò le carte sistemate. Fu allora che realizzò di essere solo con Maria.
Oramai per consuetudine, le quattro donne più il sacerdote si sedevano ciascuno al “proprio” posto: Antonietta, la più anziana su una comoda poltrona, Francesca, la più giovane su di una sedia con braccioli, Laura e Roberta su di un divanetto non troppo comodo, Maria e il don, su un altro divanetto. Tutto l’arredo era stato, nel tempo, donato dai parrocchiani, che volevano disfarsi di brutti e/o vecchi arredi. Dopo un momento di silenzio che avrebbe potuto diventare quasi imbarazzante, don Arialdo disse a Maria “c’è qualcosa della quale vuoi parlarmi? È da un po’ che ti vedo tesa, o assente, preoccupata, triste, insomma faccio fatica a ritrovare la Maria sempre propositiva, vogliosa di fare cose nuove…”. Maria lo guardò con uno sguardo assente, come “da dietro un vetro” Lo fissò negli occhi, ma il fuoco del suo sguardo era aldilà del viso di lui. Si chiese, chi sono, che ci faccio qui?
Poi improvvisamente senza aver ancora detto una parola, scoppiò a piangere a dirotto, in modo irrefrenabile, più il pianto si faceva intenso e più le veniva da piangere, pensando a sé stessa, osservandosi dall’esterno. Don Arialdo restò immobile, interdetto, incapace di dirle alcunché ne di fare qualcosa. Fu Maria che, con naturalezza si appoggiò sulla sua spalla e poi sul suo petto, continuando a piangere e a non dire nulla. A questo punto Arialdo la strinse a sé e cominciò ad accarezzarla nell’intento di consolarla.
Non potremo mai sapere cosa successe dentro ciascuno di loro, quali emozioni, sensazioni e neppure quali pensieri attraversarono le loro menti, cosa ciascuno di loro attribuì a sé e cosa all’altro, sta di fatto che finirono a letto insieme. Don Arialdo ne fu sconvolto. Pur non condividendo razionalmente il voto di castità, lo aveva comunque sempre osservato. Pensava che questa fatica lo avesse temprato e reso più spirituale. Maria reagì inizialmente come se non fosse successo a lei e nei giorni seguenti iniziò ad avere sentimenti contrastanti. Di odio verso sé stessa e di rabbia verso il sacerdote.
Guardava José e si sentiva una nullità. Cominciò ad odiare anche lui e trovargli un mucchio di difetti. Si chiuse sempre di più, mangiava sempre meno, accudiva i figli con una fatica sempre maggiore. Ogni impegno le appariva insormontabile. Non si curava più, passava ore senza fare nulla. José era preoccupatissimo e insistette con il loro medico curante che facesse qualcosa. Il medico venne a casa, Maria non sarebbe mai andata in ambulatorio, pensava non ci fosse nulla da fare per lei. Alla fine il medico le prescrisse una visita psichiatrica per valutare una terapia. Maria acconsentì solo per trovare un aiuto lontano dal marito, dalla propria madre e da tutte le “pie donne” della parrocchia che non la lasciavano un momento. Le dispiaceva sinceramente per i propri figli anche perché la sua difficoltà ad occuparsene testimoniava, magari anche ai loro occhi, la propria inadeguatezza, il proprio fallimento.
Cesira, nel frattempo si aggravò. Fu più chiara quale fosse la sua problematica fisica. Soffriva di cirrosi epatica legata, quasi certamente, ad una lunga esposizione ai veleni presenti nella fabbrica chimica dove trascorse quasi vent’anni e da dove venne “licenziata” con una buona uscita dopo che ad un controllo le fu riscontrato un danno epatico suggestivo di un’ esposizione ad una sostanza largamente utilizzata in quell’azienda. Non aveva nessuno con cui parlarne e accettò la proposta, in cambio di una quantità di denaro che a lei parve più che congrua.
Volle confidarsi con Maria, fu un incontro particolarmente commovente per entrambe. Cesira le parlò delle proprie debolezze e tra queste dell’ingravescente abuso alcolico che l’accompagnava da anni, a partire proprio dalla nascita di Maria e dalla scomparsa dalla sua vita, non dal mondo, di Tarcisio. Così com’era comparso, improvvisamente scomparve, forse spaventato dalla condizione fisica di lei o dalla gravidanza di Cesira. Maria fu contenta delle confidenze della madre ma, nello stesso tempo, si angosciò pensando alla prossima sua dipartita e chiedendosi anche cosa avrebbe potuto comportare questo per i propri figli. Si chiuse sempre di più e sempre di più le parrocchiane da un lato, le infermiere della Psichiatria dall’altro, i medici la psicologa che le fu assegnata, i volontari, i tirocinanti, le assistenti sociali e tutto il mondo che gira intorno ad un servizio psichiatrico rispondevano cercando di fare di tutto per aiutarla, stimolarla, occuparsi dei suoi figli, sostenere José. In assenza di una qualsiasi reazione, a questo punto il ricovero fu inevitabile.
La psichiatra, responsabile del servizio, si prese molto a cuore questo caso e si rese reperibile e disponibile anche durante le festività natalizie. Più tutti si muovevano e si animavano, si davano insomma da fare per spronare questa donna, più Maria si chiudeva in sé stessa. Don Arialdo, preso da sensi di colpa ed in piena confusione raccontò tutto al proprio confessore che, cercando di rassicurarlo, gli diede delle penitenze da fare e lo invitò anche ad andare a parlare alla psichiatra responsabile del servizio. La dottoressa lo rassicurò dicendogli in sostanza che erano ben altre le cause della “malattia” di Maria anche se, certo, quello che era successo non l’aveva aiutata. Non si sa se disse questo per rassicurare il sacerdote o per propria convinzione.
Arialdo, comunque, si tranquillizzò, almeno in parte. Diventò molto attivo nello spingere le sue parrocchiane ad intervenire in questa complessa catena umana di aiuti. Maria non reagiva in alcun modo, sempre più chiusa fino a bloccarsi quasi completamente. Innumerevoli riunioni tra medici, consulenze esterne all’ospedale, pareri neurologici, internistici, persino endocrinologici, non risolvevano il caso. José volle anche consultare una chiromante spagnola. Nulla. Maria ormai mutacica da tempo, non si alzava più dal letto, doveva essere nutrita tramite sondino naso gastrico, assumeva dosaggi elevatissimi di farmaci. Qualcuno avanzò anche l’ipotesi di ricorrere all’elettroshock.
Sumaya era una bellissima ragazza (signora direi) somala, appartenente ad una famiglia ritenuta nobile, di abbienti mercanti di Mogadiscio, specializzati in import export di tessuti di ottimo livello, provenienti da tutta l’Africa e da tutto l’Oriente. Arrivata in Italia, con i propri soldi e con il progetto di studiare scienze della comunicazione o lingue, o comunque di restare per un po’ in Italia, paese idealizzato che le forniva anche una congrua borsa di studio, (in moneta somala), nell’ambito degli accordi di cooperazione vigenti che legavano i due paesi. Nel giro di pochissimo tempo la situazione politica a Mogadiscio cambiò totalmente. Da privilegiata ricca e “italiana” come in parte si sentiva, precipitò nella totale povertà. La realtà con la quale dovette confrontarsi fu molto ma molto diversa da quella che aveva sognato.
La sua famiglia fu considerata oppositrice del nuovo regime e finì in un modo che Sumaya non seppe mai bene del tutto. Lei fu costretta a rivolgersi ai Servizi sociali, trovandosi insieme ai disperati che arrivavano in Italia sui barconi, lei che era stata una “gran signora”. Che umiliazione! Cadde in depressione, si sentiva senza vie d’uscita. Non aveva più contatti con la famiglia d’origine, con ogni probabilità erano stati uccisi o incarcerati. Qui non conosceva nessuno, era considerata un’immigrata come gli altri. Era disperata.
Tramite i Servizi che avevano capito la diversità rispetto alle persone di cui si occupavano di solito, ebbe un contatto con il Servizio Psichiatrico territoriale. Per Sumaya questa era una ulteriore ferita. Qui però trovò un medico molto comprensivo che si fece carico della sua condizione. Con l’aiuto dei farmaci e di personale che si prese a cuore il suo caso, cominciò ad accettare la propria condizione e ad impegnarsi per trovare un lavoro. Anche grazie all’aiuto dei servizi trovò un lavoro come donna delle pulizie in una piccola clinica privata che si occupava di pazienti psichiatrici e neurologici cronici. Iniziò questo lavoro, senza entusiasmo ma comunque con realismo; questo lavoro le avrebbe permesso una dignitosa autonomia.
Per Maria nessuno sapeva più cosa fare, l’unica possibilità che il Servizio riuscì ad individuare fu quella di un ricovero di lunga durata ove tentare con cure farmacologiche intensive ed anche eventualmente con l’elettroshock di smuovere qualcosa. Tutte le risorse del Servizio e che il Servizio era riuscito a mettere in campo, non potevano più fare nulla. Come un pacco postale Maria fu portata a Villa Serena una mattina di marzo, dopo sei mesi circa di ricovero nel reparto psichiatrico ospedaliero. Le stanze di degenza prevedevano quattro letti. Nel caso di Maria riuscirono a contrattare con la dirigenza medica la presenza di solo un’altra paziente, almeno per i primi tempi. In camera con lei c’era una paziente di lunga data che sembrava non volersi far mai dimettere, difatti dopo ogni dimissione succedeva qualcosa per cui si rendeva necessario un altro ricovero. Giuseppa, questo il suo nome. Maria fu messa a letto, di fronte a Giuseppa, e a questo punto non si muoveva più autonomamente. Come venne adagiata sul letto così restò.
Le portarono il cibo, l’acqua, come a qualsiasi altro paziente, ma Maria non si mosse. Intervennero allora i medici per predisporre l’alimentazione forzata, le furono fatti i prelievi per monitorare la situazione. Maria, immobile. La mattina seguente entrò nella stanza, l’addetta alle pulizie così come previsto dall’organizzazione, dopo i controlli infermieristici e prima del “giro” dei medici. Entrò e disse ad entrambe “alzatevi è l’ora delle pulizie”. Giuseppa oramai veterana del posto era già sulla porta. Maria non mosse un muscolo. Sumaya, questo il nome della donna, rimase perplessa, non disse più nulla e fece comunque le pulizie come poteva. Sumaya però voleva capire. Dopo aver provato inutilmente ad interloquire con Maria, chiese alla dottoressa, responsabile del reparto, che problemi avesse Maria. Non ottenne molte informazioni ma capì chiaramente che Maria non aveva problemi fisici che le impedissero di alzarsi e che tutto era nella sua testa.
“Io ho problemi enormi, sono in un paese straniero e non posso tornare nel mio, ho perso tutto. Tu non vuoi, non è che non puoi!”. Questo aveva ora in testa Sumaya ed il giorno successivo entrò decisa nella stanza e disse a Maria “ora basta, io devo fare il mio lavoro, tu puoi camminare, puoi alzarti, non hai nulla che te lo impedisca quindi, per favore io devo pulire questa stanza, basta capricci, alzati e cammina!
Disse proprio “capricci”.
Maria aprì gli occhi e, per la prima volta da tempo, aveva un’espressione viva, presente. Lo sguardo un po’ interrogativo. Perplessa ma vigile, si sedette lentamente sul letto e poi lentamente si alzò e uscì a piccoli passi dalla stanza…















