Se ne parla poco, ma l’idea dello spazioplano — per molti anni considerata utopica, antieconomica o relegata ai sogni della Guerra Fredda — sta tornando in auge. Il concetto di un veicolo in grado di volare come un aereo, ma di attraversare i confini dello spazio e poi tornare planando sulla pista di un aeroporto, ha riacceso l’immaginazione di ingegneri, militari e investitori. Nuove tecnologie, materiali ultraleggeri, motori ibridi e un rinnovato interesse commerciale stanno riportando in vita un sogno mai del tutto sopito.
Dopo i tentativi mancati di Hermes, HOTOL e altri progetti rimasti sulla carta, oggi nomi come Dream Chaser, X-37B, Skylon o Invictus potrebbero cambiare per sempre il modo in cui accediamo all’orbita e torniamo a Terra. Il futuro degli spazioplani è ancora tutto da scrivere, ma questa volta le loro ali potrebbero davvero spiccare il volo nello spazio per restarvi. Negli ultimi anni, il concetto di spazioplano è tornato improvvisamente attuale. Dopo decenni dominati dai razzi riutilizzabili — come i Falcon 9 di SpaceX — si fa strada una nuova generazione di veicoli alari, capaci di rientrare planando e atterrare su una pista convenzionale. È un ritorno alle origini, ma anche un salto tecnologico possibile dall’evoluzione di materiali ed elettronica. Oggi nuovi materiali compositi, sistemi di guida automatica e motori a ciclo combinato rendono possibile ciò che, fino a poco tempo fa, era solo un sogno.
Il simbolo di questa recente rinascita dopo i fasti dello Space Shuttle è (forse) lo X-37B, lo spazioplano segreto dell’U.S. Space Force. Piccolo, compatto e privo di equipaggio, è stato sviluppato dalla Boeing e lanciato per la prima volta per conto della NASA nel 2010. Questo volo ha segnato l’inizio delle operazioni del X-37, che è stato successivamente trasferito al U.S. Air Force Rapid Capabilities Office (RCO) nel 2010 come X37B. Da allora ha trascorso anni in orbita, svolgendo missioni la cui natura resta in gran parte classificata. Si sa solo che trasporta esperimenti, test tecnologici e probabilmente componenti di sorveglianza. Nel 2022 è rientrato dopo 908 giorni consecutivi nello spazio, un record assoluto per un veicolo riutilizzabile. Ma non è l’unico. Anche la Cina ha il suo spazioplano, sviluppato in segreto dall’industria aerospaziale militare. Pochissime le informazioni disponibili: dopo un primo volo nel 2020, il veicolo è stato nuovamente lanciato nel 2022, restando in orbita per mesi prima di rientrare con successo. Le immagini satellitari mostrano una sagoma simile allo X-37B, suggerendo che Pechino abbia raggiunto un livello tecnologico comparabile a quello americano. È una nuova corsa allo spazio, questa volta silenziosa, orbitale e strategica.
Parallelamente alla competizione militare, anche il settore privato guarda con crescente interesse ai veicoli riutilizzabili a decollo e atterraggio orizzontale. Il più promettente è il Dream Chaser, sviluppato dalla Sierra Nevada Corporation. Un piccolo spazioplano con l’aspetto di uno Shuttle in miniatura, progettato per trasportare rifornimenti (e in futuro astronauti) verso la Stazione Spaziale Internazionale. La sua caratteristica più affascinante è la versatilità: può atterrare su qualsiasi pista commerciale lunga almeno 3 km, permettendo un ritorno rapido e flessibile del carico a Terra — un vantaggio strategico rispetto alle capsule che rientrano in mare o nel deserto. Tuttavia, nonostante le aspettative, il Dream Chaser non volerà nel 2025 come inizialmente previsto. Le prove di integrazione e i collaudi dei sistemi di bordo hanno richiesto tempi più lunghi del previsto. Il primo volo orbitale è stato rinviato, ma il veicolo esiste, è completo e ha già effettuato test atmosferici di planata, e se tutto andrà come previsto, potrebbe inaugurare una nuova stagione del trasporto spaziale riutilizzabile.
Fino a qui sembrerebbe un sogno tutto americano ma, fortunatamente, anche l’Europa ha i suoi progetti. Dopo i sogni incompiuti del programma di uno spazioplano europeo, ma di progettazione tutta francese, chiamato Hermes, l’Agenzia Spaziale Europea sta sostenendo Invictus, uno nuovo progetto di spazioplano compatto adatto ad essere lanciato dal razzo Ariane 6. Il suo obiettivo è chiaro: garantire un accesso indipendente allo spazio e un ritorno controllato, senza dipendere da partner esterni. Nel Regno Unito, invece, la società Reaction Engines continua a portare avanti il progetto Skylon, un ambizioso spazioplano monostadio in grado di decollare orizzontalmente, raggiungere l’orbita e rientrare senza razzi separabili. Il suo cuore è il motore SABRE, un propulsore ibrido in grado di funzionare come un jet nell’atmosfera e come un razzo oltre i 25 km di quota. Il progetto, sostenuto da ESA, dal governo britannico e persino dalla U.S. Air Force, è un’impresa ingegneristica monumentale. I test sui motori procedono, ma sono molto complessi e la data del primo volo resta da definire.
In Oriente, oltre alla Cina, anche l’India, si presenta in ambito militare con il suo RLV-TD, che nel 2016 ha completato con successo il primo test di volo suborbitale con atterraggio planato. Pur essendo solo un dimostratore tecnologico, il velivolo, molto simile all’X37B americano, rappresenta un passo concreto verso un futuro sistema orbitale riutilizzabile e la chiara intenzione per l’India di non voler restare indietro nella nuova corsa allo spazio che si va delineando fra Stati Uniti e Cina.
Da non dimenticare, inoltre, i successi ottenuti dallo spazioplano della Virgin Galactic. Sebbene si tratti di un velivolo suborbitale, la SpaceShipTwo, oltre a offrire costosi voli turistici, possiede tutte le potenzialità per raggiungere l’orbita—anche se al momento non è prevista una simile evoluzione. Questo rinnovato interesse, unito ai nuovi progetti presentati da giapponesi e coreani—ancora piuttosto “fumosi”— invia agli analisti un messaggio chiaro: le ali stanno tornando nello spazio, e questa volta non per ispirare romanzi di fantascienza, ma per trasportare uomini e materiali con efficienza e sostenibilità.
Ma da dove nasce davvero questo sogno alato? Per capirlo bisogna tornare indietro di quasi un secolo, quando l’idea di un aereo spaziale era pura fantascienza. La prima idea concreta si sviluppò negli anni Trenta del secolo scorso, quando l’austriaco Eugen Sänger e la matematica Irene Bredt, sua moglie e collaboratrice, concepirono un progetto visionario: il Silbervogel, “Uccello d’argento”. Si trattava di un bombardiere suborbitale capace di raggiungere lo spazio, attraversare metà del globo e rientrare planando grazie al cosiddetto “rimbalzo atmosferico”, una manovra in cui il velivolo sfruttava la densità dell’aria alle alte quote per prolungare la traiettoria. Era un’idea incredibile per l’epoca, troppo complessa per le tecnologie disponibili, ma teoricamente plausibile, soprattutto, Sänger e Bredt avevano intuito il principio del volo ipersonico e del corpo portante, concetti che sarebbero diventati realtà solo molti decenni dopo. La guerra bloccò lo sviluppo del progetto, ma i documenti tecnici sopravvissero, influenzando direttamente le ricerche americane e sovietiche del dopoguerra.
Con l’inizio della Guerra Fredda, l’idea di uno spazioplano riprese vigore diventando un obiettivo militare. Negli anni Cinquanta gli Stati Uniti sperimentarono l’X-15, un aereo-razzo capace di superare Mach 6 e raggiungere i 100 km di quota. Non era un veicolo orbitale, ma dimostrò che un mezzo con ali poteva sopravvivere al rientro atmosferico. Tra i suoi piloti figurava un giovane Neil Armstrong, che proprio in quelle missioni maturò l’esperienza che lo avrebbe portato sulla Luna. Il programma era gestito dalla NASA ma ai militari serviva qualcosa di più adatto e che potesse entrare in orbita. Il passo successivo all’X 15 fu il programma X-20 Dyna-Soar, concepito come un vero spazioplano orbitale, lanciato su razzo Titan e pilotabile. L’obiettivo era disporre di un velivolo riutilizzabile per missioni di ricognizione o attacco. Ma nel 1963 il progetto fu cancellato: ufficialmente per motivi di bilancio, in realtà perché la corsa allo spazio puntava ormai ai razzi tradizionali e alle missioni lunari.
L’età d’oro degli spazioplani inizia nel 1981, con il debutto dello Space Shuttle della NASA Columbia. Un volo nel quale il sogno si fece realtà quando per la prima volta un veicolo alato raggiunse l’orbita terrestre e tornò a terra planando. Lo Space Shuttle era una meraviglia di ingegneria: decollava con un enorme serbatoio esterno e due booster laterali, poi rientrava come un aliante. Sulla “carta” prometteva voli frequenti ed economici, ma nella realtà i costi di manutenzione e i rischi connessi a lanci troppo frequenti rivelarono presto i suoi limiti. Ciononostante, rimase per trent’anni il simbolo dell’astronautica americana, portando in orbita telescopi, satelliti e moduli della Stazione Spaziale Internazionale.
Anche l’Unione Sovietica esplorò la stessa via con spazioplani come il programma Spiral e il piccolo MiG-105, testato in varie versioni suborbitali. I modelli senza equipaggio BOR-4 e BOR-5, lanciati negli anni Settanta, permisero ai tecnici sovietici di perfezionare le forme aerodinamiche che sarebbero poi state riprese nel progetto Buran. Simile allo Space Shuttle statunitense, ma più avanzato sotto molti aspetti, il Buran dimostrò le sue capacità già nel primo volo del 1988: completamente automatico, senza equipaggio, si concluse con un atterraggio perfetto. Era una meraviglia tecnologica, ma il crollo dell’URSS decretò la fine del programma. Il Buran rimase un monumento sia a ciò che l’ingegno umano può realizzare, sia a ciò che la politica può distruggere.
Oggi, dopo un secolo di esperimenti, fallimenti e rinascite, lo spazioplano non è più solo un simbolo del passato, tornando ad essere una promessa concreta del futuro come un mezzo sostenibile, riutilizzabile e strategico, capace di ridurre i costi e aprire nuove frontiere di autonomia nazionale. Dallo X-37B americano al misterioso velivolo cinese, dai sogni europei di Invictus al realismo industriale del Dream Chaser, le ali stanno tornando, e questa volta, forse, non per planare e tornare a terra, ma per restare lassù — dove il sogno umano di volare tra le stelle trova la sua forma più elegante.















