Ad oggi, anche se ci sono poche prove che il SARS-CoV-2 infetti direttamente il sistema nervoso centrale, il deterioramento cognitivo è diventato una delle conseguenze più frequenti e rilevanti tra le persone contagiate e guarite dal COVID-19. Inizialmente si pensava che esistesse un legame tra la gravità della malattia nella fase acuta e l’intensità dei problemi cognitivi successivi: chi aveva avuto sintomi respiratori gravi o era stato ricoverato sembrava più a rischio. Tuttavia, studi più recenti hanno ridimensionato questa idea, mostrando che i sintomi post-COVID possono comparire indipendentemente dalla gravità iniziale, dall’età, dal ricovero o da eventuali malattie pregresse. Anche persone con infezione lieve o addirittura asintomatica possono sviluppare difficoltà cognitive importanti, talvolta tali da compromettere la vita quotidiana, il lavoro e il benessere generale.
Capire quanto siano diffusi questi sintomi, quanto durino e come evolvano nel tempo non è semplice. I risultati degli studi variano molto a causa di differenze nei metodi di ricerca, della mancanza di protocolli standardizzati e della durata spesso limitata dei follow-up. Per questo motivo, la conoscenza attuale del deterioramento cognitivo post-COVID è ancora in evoluzione.
Negli ultimi anni, molti studi hanno iniziato a considerare questi sintomi come parte di una condizione clinica specifica, spesso chiamata “long-COVID” o “neuro-COVID”. Riconoscerla come un’entità a sé è importante, perché permette di definire meglio i criteri diagnostici e di sviluppare interventi più mirati. Avere un quadro chiaro dei sintomi è fondamentale sia per la pratica clinica sia per la ricerca.
I disturbi osservati dopo il COVID-19 vengono spesso divisi in neurologici o psichiatrici, ma questa distinzione è un po’ limitante. In realtà, si tratta più correttamente di manifestazioni neuropsicologiche, che includono cambiamenti cognitivi, emotivi, sensoriali e comportamentali legati, direttamente o indirettamente, al funzionamento del cervello.
Tutti questi sintomi, sempre più comuni, sono difficoltà ascrivibili a deficit delle cosiddette funzioni esecutive. Le funzioni esecutive sono un complesso sistema che regola i processi di pianificazione, controllo e coordinazione del sistema cognitivo e che governa l’attivazione e la modulazione di schemi e processi cognitivi. Da esse dipendono l’organizzazione delle azioni in sequenze gerarchiche di mete e obiettivi, lo spostamento flessibile dell’attenzione sulle informazioni rilevate, l’attivazione di strategie appropriate e l’inibizione di risposte non adeguate, il problem solving e l’acquisizione e la gestione delle abilità sociali. Per fare tutto questo devono necessariamente attingere, coordinare, confrontare e integrare tra di loro tutte le altre funzioni cognitive (memoria, attenzione, linguaggio, abilità visuo-spaziali). Le funzioni esecutive sono controllate principalmente dai lobi frontali con alcune strutture cerebrali situate più in basso rispetto ai lobi chiamate “strutture sottocorticali”.
L’esperienza soggettiva conseguente a una disfuzione delle funzioni esecutive è la cosiddetta brain fog, un termine informale, coniato di fatto inizialmente dagli stessi pazienti per descrivere la loro sensazione di confusione mentale e di ridotta efficienza cognitiva. Un termine clinicamente preciso e rilevante perché descrive un insieme di sintomi che incidono in modo concreto sulla vita quotidiana.
Per spiegare questi disturbi sono state avanzate diverse ipotesi. Una delle principali riguarda i processi infiammatori: da un lato il virus può invadere direttamente il cervello attraversando la cosiddetta “barriera emato-encefalica”, una sorta di linea di confine biologica tra corpo e cervello, dall’altro l’infiammazione sistemica può agire indirettamente. Entrambe queste azioni provocano alterazioni nel tessuto nervoso, con particolare coinvolgimento di aree cerebrali fondamentali per la cognizione. Il meccanismo è per alcuni versi simile a quello osservato in alcune malattie neurodegenerative.
Accanto agli aspetti cognitivi descritti, anche quelli psicologici ed emotivi hanno un peso importante. Molte persone riportano ansia, depressione, stress e disturbi del sonno direttamente conseguenti alla patologia, ma anche conseguenti all’esperienza di isolamento e di incertezza sul futuro che comporta. La presenza simultanea di sintomi fisici e psicologici rende il quadro complesso e fa sì che le diverse componenti si influenzino a vicenda.
In ambito comportamentale grande rilevanza assume l’apatia, spesso confusa con la depressione, ma che si differenzia da essa in quanto caratterizzata da una marcata riduzione o assenza di motivazione, interessi ed emozioni.
L’impatto sulla qualità della vita di tutto questo cluster di sintomi cognitivi e comportamentali è significativo. Molti pazienti faticano a tornare ai livelli di funzionamento precedenti, con conseguenze sul lavoro, sulle relazioni sociali e sulle attività quotidiane. Considerata l’ampia diffusione della pandemia, si tratta di un problema di salute pubblica di grande rilevanza.
In questo scenario, la valutazione neuropsicologica è fondamentale. Non si tratta solo di somministrare test, ma di comprendere in modo approfondito quali funzioni sono conservate, quali risultano compromesse e come potrebbero evolvere nel tempo. Per questo, è importante non limitarsi a strumenti di screening generale, ma analizzare in modo dettagliato i diversi domini cognitivi, soprattutto le citate funzioni esecutive, con test adatti a una popolazione generalmente più giovane e con caratteristiche personologiche diverse da quella che si è solito approcciare nel mondo della neuropsicologia dell’adulto che principalmente riguarda la Demenza.
Non essendoci chiarezza dal punto di vista fisiopatologico, eventuali terapie farmacologiche mirate sono ancora lontane. Per questo motivo la riabilitazione cognitiva ha un ruolo centrale. Gli obiettivi principali includono prevenire il peggioramento, recuperare le abilità compromesse, sviluppare strategie alternative e mantenere le capacità residue. Programmi di riabilitazione cognitiva personalizzati possono aiutare a migliorare le funzioni colpite e facilitare il ritorno alla vita di prima.
I risultati finora disponibili sono incoraggianti. L’uso di tecnologie innovative, come la realtà virtuale e la robotica, sta aprendo ulteriori nuove possibilità, offrendo ambienti di allenamento più coinvolgenti e adattabili alle esigenze di questi pazienti.
In conclusione, le conseguenze neuropsicologiche del COVID-19 rappresentano un fenomeno complesso, che richiede un approccio integrato. Una valutazione accurata, interventi riabilitativi mirati e il continuo sviluppo della ricerca sono elementi fondamentali per gestire al meglio questa condizione e migliorare la qualità di vita delle persone coinvolte.
Il compito più difficile nella vita è quello di cambiare se stessi.
(Nelson Mandela)
Nessun uomo entra mai due volte nello stesso fiume, perché il fiume non è mai lo stesso, ed egli non è lo stesso uomo.
(Eraclito)















