È opinione molto diffusa, soprattutto tra la gente comune, ma anche presso alcuni filosofi noti e importanti, che gli animali, in generale, non possiedono dei poteri che possono creare degli obblighi, dei divieti, delle regole relazionali, più complessivamente sociali. Questi poteri i filosofi li chiamano deontici. Come sappiamo in modo particolare dalla filosofia, i poteri deontici non dipendono dai desideri, dalle speranze e dalle percezioni di chi li manifesta e di chi li subisce e li acquisisce, bensì da un'intenzionalità collettiva e quindi da fattori sociali e istituzionali, se stiamo parlando di uomini.
E se parlassimo di animali? Se parlassimo di animali, dovremmo fare molta attenzione. Se ci stiamo chiedendo se le formiche abbiano dei poteri deontici, possiamo facilmente affermare che non ne hanno, ma se stiamo parlando di altri animali, di mammiferi superiori e soprattutto di scimmie, dobbiamo essere molto prudenti.
Prendiamo il caso specifico degli scimpanzé comuni (Pan troglodytes). Chi conosce il comportamento sociale di questi animali sa bene che essi hanno, eccome, degli obblighi e dei divieti, che concedono permessi ad altri soggetti, in sostanza che hanno delle regole sociali nei confronti delle quali spesso sono molto più onesti degli uomini, i quali facilmente mentono, spesso anche a sé stessi, e sovvertono la realtà. Prendiamo l’esempio degli obblighi negli scimpanzé, ma potremmo prendere a modello molte altre specie di scimmie e altri animali.
Uno scimpanzé ha l’obbligo di rispettare il ruolo che gli compete nel suo gruppo di appartenenza. Se lottando ha guadagnato il ruolo di dominante, non è che di punto in bianco lo possa abbandonare per dedicarsi ad altro o allontanarsi dal suo gruppo. Non lo fa e non lo farebbe mai. Rimane all’interno del suo gruppo e protegge tutti i suoi membri, almeno fino a quando non subentrerà un altro individuo al suo posto con la forza, ma anche con astuzia e intelligenza. Gli scimpanzé hanno dei divieti dovuti per esempio al fatto che non devono sottrarre scorrettamente del cibo a un altro individuo che, per esempio, ha partecipato paritariamente a una caccia.
Gli scimpanzé sono cacciatori molto abili, forti e veloci; non si lasciano scappare quasi mai una preda che hanno individuato e che agguantano di cui poi ripartiscono democraticamente la carne con gli altri senza prevaricazioni o violenze (infatti molte scimmie sono carnivore). Ritroviamo queste operazioni collettive anche nel caso in cui un gruppo di scimpanzé entra in lotta con un altro per il possesso di un territorio e i meriti vengono poi riconosciuti a tutti coloro che hanno dato un contributo.
Gli scimpanzé concedono permessi nel senso che qualche volta permettono ad altri individui di fare cose che nella normalità non è consentito fare. Per esempio a una femmina sottomessa e senza prole a volte viene concesso di avvicinarsi al centro del gruppo e di fare la pulizia del pelo a un figlio o una figlia di una madre dominante. Il rispetto delle regole, soprattutto negli animali che vivono in società complesse, è e deve essere la norma. Senza regole sociali un gruppo di animali non può certamente andare avanti, diffondersi e propagarsi nel territorio.
Questo è molto vero nelle società in cui le aggregazioni sociali sono importanti per il mantenimento del gruppo, per esempio quando si stabilisce quali maschi forti e intelligenti devono essere scelti per la caccia (i cacciatori non possono aggregarsi caoticamente, soprattutto quando le prede possono essere molto pericolose) e quali invece si devono dedicare alla raccolta delle granaglie, compito generalmente affidato alle femmine, non per una forma di discriminazione sessuale (noi uomini diremmo di genere), ma semplicemente perché le femmine sono molto più preziose dei maschi per la diffusione e la continuità generazionale e devono quindi essere tenute lontane dai pericoli.
Passando agli uomini, certo, il dovere deontologico di un cittadino è pagare le tasse. Come abbiamo visto, gli animali non hanno questi obblighi; ovviamente, però ne hanno altri. Hanno altre ragioni sociali per agire che a volte sono contrarie ai loro desideri, proprio come succede agli uomini. Infatti nessuno vorrebbe pagare le tasse e gli animali non vorrebbero mai sprecare energie per cose inutili. Gli animali non si mettono mai nelle condizioni di assolvere dei compiti che vanno contro i loro interessi. Prendiamo per esempio il diritto di proprietà che dovrebbe valere per tutti gli uomini che hanno dei possedimenti, delle case, delle auto eccetera, sui quali si devono pagare le imposte.
A questo riguardo dobbiamo dire che anche gli animali possiedono dei territori, degli alberi su cui nidificano, sui quali prendono della frutta da mangiare e che devono difendere dagli intrusi con le unghie e con i denti. Devono far intendere agli estranei che loro hanno un diritto di proprietà. Per questa fatica che devono fare per difendere il territorio e per avere le garanzie che venga rispettata la proprietà, devono spendere energie, stare sempre in allerta, mai distrarsi, anche se questo non è esattamente come pagare le tasse.
La differenza più grande che in tutto questo noi esseri umani abbiamo rispetto agli animali, gli scimpanzé in particolare, è che utilizziamo il linguaggio articolato con tutti i suoi contenuti semantici e simbolici, soprattutto quello scritto quando ce ne serviamo per rappresentare delle realtà istituzionali, delle leggi, delle disposizioni e dei doveri, mentre gli animali non ne hanno bisogno. Loro non possono riconoscere questi poteri deontici, non possono nemmeno rappresentarseli, così come facciamo noi con il linguaggio e con i documenti, ma non per questo si deve pensare che non li posseggano affatto, hanno solo strumenti diversi per riconoscerli, ma i loro, non quelli degli uomini. Molti animali possono creare una loro realtà sociale, manifestare un riconoscimento collettivo e lo fanno molto bene. Il linguaggio non deve essere il presupposto dell’esistenza delle istituzioni sociali e della rappresentazione di uno status come accettazione di un riconoscimento.
Il linguaggio, il nostro linguaggio, di per sé non garantisce la presenza di un pensiero e se vogliamo anche di una coscienza (pensiamo a tutti coloro che parlano a vanvera). Molti animali hanno la capacità intellettiva di capire certe regole e di riconoscerle nonostante non siano scritte da nessuna parte, in nessun documento. Sono scritte nella loro neurobiologia del cervello che ha il potere causale di produrre tutti questi stati incluso quello della coscienza anche se non sappiamo esattamente come il cervello possa creare degli stati di coscienza. In questi casi si tratterebbe di avere una forma di coscienza collettiva con la quale fare e poter fare tutte le cose di cui abbiamo parlato, incluso l’accudimento di un individuo debole e indifeso, la capacità di proteggerlo, di riconoscere il suo ruolo e la sua funzione nella società.
Le scimmie, così molti altri animali, hanno la capacità rappresentazionale del proprio status, della propria posizione sociale, del proprio ruolo, altrimenti non potrebbero organizzare, strutturare e difendere adeguatamente le loro società. Come facciano non è poi tanto difficile intuirlo, lo fanno come noi uomini, che ci rappresentiamo mentalmente i nostri ruoli e la nostra posizione sociale nel mondo in cui viviamo in un certo contesto culturale e politico.
In ultimo, al contrario di quanto si è sempre pensato e scritto, per fare tutto questo non abbiamo bisogno di una memoria come comunemente si intende, una funzione psicologica estremamente importante, unicamente come processo di recupero di informazioni dal passato, altrimenti non esisterebbe niente di tutto quello che abbiamo sostenuto fino a ora, ma di una memoria più che altro creativa e capace di produrre idee nuove che coniughino intelligenza, intelletto e immaginazione in ogni individuo, animale o umano che sia.














