Petrolio è un romanzo incompiuto di Pier Paolo Pasolini, scritto tra il 1972 e il 1975 e pubblicato postumo nel 1992. Si tratta di un’opera ambiziosa, stratificata e complessa, che mescola narrativa, saggio, autobiografia, poesia e denuncia civile. Al centro del romanzo c’è Carlo, un ingegnere dell'ENI (Ente Nazionale Idrocarburi), che incarna due personalità distinte e contrapposte, il Carlo diurno, borghese, conformista, ambizioso, colluso con il potere; il Carlo notturno, omosessuale, anarchico, trasgressivo, alla ricerca di un’autenticità perduta.

L’intreccio ruota attorno a una trasformazione interiore e a una discesa negli abissi del potere, del desiderio, della corruzione e della politica italiana degli anni Settanta. Il titolo, Petrolio, rimanda sia al mondo dell’energia e dell’economia (per l’appunto il protagonista lavora nell’ENI), sia a una metafora della sporcizia morale e politica del Paese.

Pasolini descrive i legami oscuri tra ENI, politica, Vaticano e criminalità. Alcuni critici hanno visto in Petrolio una denuncia implicita degli omicidi eccellenti dell’epoca, come quello di Enrico Mattei o di Aldo Moro. Il romanzo è anche una discesa nella psiche, in cui Carlo esplora la propria sessualità come forma di ribellione o verità interiore. Pasolini attacca il consumismo, il capitalismo e l'omologazione culturale della società italiana.

L’opera è un laboratorio narrativo, frammentato, incompleto, volutamente antiromanzo, in cui l’artista sperimenta forme nuove per dire ciò che la società non vuole sentire. L’opera è composta da appunti, blocchi narrativi, bozze, abbozzi di capitoli. Alcuni sono completamente sviluppati, altri solo accennati. Doveva essere articolato in nove parti, ma ne conosciamo solo uno sviluppo parziale (circa 500 pagine). Alcuni studiosi (come Carla Benedetti) hanno ipotizzato che Petrolio contenesse rivelazioni scomode sui poteri forti italiani, al punto da ipotizzare che la sua stesura possa aver avuto un ruolo nell’assassinio di Pasolini nel 1975. Il "capitolo 21" – noto come “L’appunto 21” – parla di un misterioso delitto rituale ed è stato al centro di molte speculazioni.

Petrolio è rimasto incompleto perché Pier Paolo Pasolini fu assassinato il 2 novembre 1975 mentre stava ancora lavorando all’opera. Al momento della sua morte, il romanzo era in una fase avanzata ma ancora in lavorazione; Pasolini aveva scritto moltissimo, ma molti capitoli erano solo abbozzati o progettati. Pasolini fu ucciso in circostanze ancora oggi controverse. Stava lavorando intensamente a Petrolio e lo considerava il suo capolavoro in fieri, un’opera che avrebbe “detto tutto”.

La sua morte ha interrotto bruscamente il processo di scrittura. Pasolini non stava scrivendo un romanzo lineare, Petrolio era pensato come un'opera modulare, ibrida, non conclusa nel senso tradizionale. Alcuni “capitoli” sono in forma di appunti, altri completamente narrati, altri ancora progettati solo come titoli o riassunti. Quindi, anche se fosse vissuto più a lungo, l’opera avrebbe potuto restare formalmente “incompleta”, per scelta stilistica.

Pasolini aveva progettato un romanzo-mondo, un’opera che intrecciasse sesso, potere, religione, economia, critica sociale, simbolismo, mitologia. Un progetto immenso, che richiedeva tempo, studio, limatura. Alcune sezioni fanno riferimento a documenti politici veri, altre a mitologie personali, altre ancora a esperienze oniriche. Era un lavoro titanico.

È possibile che Pasolini stesse affrontando temi troppo scottanti, che i legami tra ENI, servizi segreti, Vaticano e criminalità organizzata fossero descritti con troppi dettagli perché chi scriveva non sapesse come erano andate realmente le cose in quel periodo. Lui stesso temeva di non riuscire a pubblicarlo integralmente. Questo potrebbe averlo spinto a rallentare la pubblicazione o a proteggerne parti, proprio come l’“Appunto 21”, che secondo alcuni si era tentato di togliere dal manoscritto originale per farlo sparire.

Petrolio può — e forse deve — essere considerato un romanzo definitivo, grande anche nella sua incompletezza, e per certi versi proprio grazie a essa. Pasolini stesso, nei suoi appunti, parlava di Petrolio come di un’opera totale, definitiva, capace di unire tutte le sue anime, quella del poeta, del saggista, del regista, del polemista. Voleva arrivare a un romanzo che raccontasse tutto il potere e tutta l'anima, in modo impietoso.

Non c'è altro testo in cui Pasolini si metta così a nudo, in modo così radicale. Petrolio parla del caos, del potere che sfugge, della schizofrenia dell’identità, della verità che non si può afferrare del tutto. È un’opera sul crollo dell’unità, sul fatto che l’uomo moderno è scisso, in lotta con se stesso. Il fatto che il romanzo non abbia una forma chiusa, un finale, un ordine perfetto, non è una mancanza, ma una coerenza formale profonda.

Un romanzo come Petrolio costringe il lettore a completarlo con il pensiero. A prendere dalla posizione. A interpretare. È un’opera che non ti dà risposte, ma ti obbliga a porre domande. Come accade con le grandi opere moderne — pensiamo a Joyce, a Proust, a Musil — in cui il lettore non è più uno spettatore passivo, ma parte attiva nella costruzione del senso.

Anche incompiuto, Petrolio ha influenzato scrittori, filosofi, critici, registi. È diventato una chiave per leggere l’Italia degli anni Settanta e per capire il pensiero pasoliniano. È un testo che ha aperto domande, fatto paura, suscitato interpretazioni infinite. Questo è ciò che fa una grande opera: genera mondo, anche dopo la fine dell’autore. Pasolini ha sempre avuto un rapporto conflittuale con la borghesia, in Petrolio, questa classe sociale è vista come corrotta, ipocrita, decadente, ma soprattutto come la vera responsabile del degrado etico della società. Il protagonista incarna una borghesia che ha perso ogni spiritualità e si è venduta al potere economico.

La borghesia di Petrolio è materialista, cinica, affetta da una doppia morale. Pasolini non la critica solo da un punto di vista politico, ma anche antropologico e culturale: è una classe che ha distrutto le culture popolari e ha globalizzato il desiderio in funzione del consumo. Come diceva Calvino, “un classico è un libro che non ha mai finito di dire quello che ha da dire”. Petrolio lo è. Anche, e forse soprattutto, perché incompiuto.

Petrolio è un’opera multiforme e densissima, un concentrato di temi, immagini e riflessioni che vanno a comporre una vera e propria enciclopedia dell’Italia e dell’uomo moderno, nella visione tragica e lucida di Pasolini. Per questo dovrebbe ancora essere letto oggi. Il romanzo è ambientato negli anni del boom economico, ma non ne celebra il progresso, lo racconta come una mutazione genetica dell’Italia, una mutazione mostruosa.

La modernizzazione industriale – in particolare attraverso il petrolio, simbolo del nuovo potere energetico – viene mostrata come una nuova forma di fascismo, più sottile, più pervasiva, che omologa i desideri, cancella la diversità, e corrompe l’anima. L’ENI, con il suo potere semidivino, diventa il cuore occulto di questa nuova religione del profitto. Pasolini smaschera l’illusione del progresso, l’Italia è cresciuta economicamente, ma è regredita spiritualmente.

In Petrolio, la sessualità non è solo un tema, è una chiave di lettura del potere, dell’identità, del desiderio e della scissione dell’io. Il protagonista, Carlo, si sdoppia, da un lato è un borghese rispettabile, dall’altro un essere dissoluto, che vive esperienze degradanti, spesso violente, ai margini della società. Pasolini usa la sessualità come metafora della crisi dell’identità contemporanea, l’io è spezzato, schizofrenico, incapace di integrarsi. Le scene esplicite (e spesso disturbanti) non sono pornografia, ma una ricerca spirituale nella carne, nel fondo oscuro dell’essere umano.

L’ENI, la Chiesa, lo Stato, i servizi segreti, in Petrolio tutto si intreccia in un sistema di potere opaco e criminale. Pasolini accusa in modo radicale l’élite italiana di essere responsabile di ogni degenerazione. Il potere economico e quello spirituale collaborano nel mantenere il popolo nell’ignoranza, nella colpa, nella dipendenza. Si tratta senza dubbio di uno dei testi più audaci che ha denunciato la saldatura tra capitalismo, religione e manipolazione mediatica. In questo senso è ancora oggi profetico.

Un tema cruciale è la morte del sacro. Pasolini avverte la scomparsa del sacro dalla vita moderna, e la vive come un lutto. Il sacro, per lui, non è religione in senso stretto, ma senso della poesia, della purezza, della diversità, del mistero. La società dei consumi ha ridotto tutto a oggetto di scambio, distruggendo ciò che non serve, ciò che non produce. Petrolio è la cronaca della profanazione del mondo. Le culture popolari, il contatto con la natura, i riti e i miti antichi, sono ormai marginali, schiacciati da un razionalismo volgare e violento. L’anima, senza sacro, si perde.

È anche un’opera intimamente autobiografica. Pasolini parla della propria angoscia esistenziale, della sua solitudine, della sua omosessualità, della sua crisi morale e politica. Il protagonista, Carlo, è anche lui un uomo che cerca di ricomporsi, ma si frantuma. Un uomo che vuole capire, ma si perde. Il tono è spesso disperato, lirico, tormentato. C’è una dimensione di agonia privata che attraversa tutto il libro, come se Pasolini sapesse di essere arrivato al limite.

È necessario cogliere appieno la portata generativa del libro, un’opera incompiuta che ha avuto — e continua ad avere — una forza attiva nel pensiero, nella critica e nella creazione artistica. Proprio questa apertura, questa mancanza di chiusura narrativa, è diventata potenza creatrice. Se approfondiamo il perché quest’opera è una grande creatura vivente, scopriamo che la sua incompiutezza è, paradossalmente, una delle sue forze più straordinarie.

Si tratta di un testo-fiume, una fonte a cui attingere per comprendere la crisi della modernità e il pensiero pasoliniano nella sua forma più radicale. Pier Aldo Rovatti e Massimo Cacciari lo hanno letto come un testo filosofico sul potere, sull’identità e sul dissenso. Carlo Sini ne ha colto la tensione tra parola poetica e parola scientifica, tipica di chi cerca verità nel linguaggio. Gianni Vattimo lo ha considerato un romanzo postmoderno, un’opera che non racconta, ma smonta, frammenta, ricompone.

Scrittori come Antonio Moresco, Walter Siti, Edoardo Albinati, Nicola Lagioia e Emanuele Trevi, hanno visto in Petrolio un modello di scrittura "sporca", visionaria, coraggiosa. Registi come Marco Tullio Giordana o Abel Ferrara lo hanno citato come riferimento per raccontare l’Italia oscura del potere e delle trame invisibili. Petrolio è anche un archivio segreto dell’Italia più ambigua e violenta. L’ENI è il simbolo del potere economico e politico-energetico; la figura enigmatica di Eugenio Cefis è allusivamente presente nel romanzo, che apre interrogativi sui rapporti tra Stato, industria, massoneria e criminalità; l’ombra oscura del caso Mattei, aleggia, il golpe bianco, la strategia della tensione, il potere clericale come struttura di controllo morale e sociale.

L’opera è un vero e proprio romanzo-verità mascherato da allegoria. In un’epoca in cui verità e menzogna erano mischiate nel sangue e nei media, Pasolini costruisce un labirinto in cui il lettore è chiamato a cercare indizi. Non offre soluzioni, ma apre domande scomode, è questo che lo rende così vivo, ancora oggi.

Perché Petrolio è un testo che ha inquietato le coscienze degli italiani, smuovendo gli animi scuri del potere in Italia? Perché osa dire l’indicibile sul sesso, sul potere, sulla Chiesa, sull’identità. Perché mette in crisi ogni certezza, compresa quella del romanzo come forma chiusa. Perché non è classificabile, né narrativa, né saggio, né diario, né teoria — è tutte queste cose e nessuna. L’aura di mistero, quasi "sacrilega", contribuisce a renderlo testo-mito, oggetto iniziatico, opera-tabù. Come i testi sacri o quelli dei grandi autori (Dante, Joyce, Kafka), Petrolio è un organismo aperto, ogni lettore, ogni generazione, può leggerlo in modo diverso, trovando nuovi sensi.

Ogni frammento può essere analizzato da un punto di vista storico, politico, psicoanalitico, semiotico, narratologico. Non è un romanzo da interpretare una volta per tutte, ma da abitare, come si fa con i testi che non si esauriscono mai. In questo senso, è una mappa del reale che si piega continuamente, che si adatta, che ricrea il mondo ogni volta che la si legge.

Come detto con efficacia, Petrolio genera il mondo. Che cosa significa questo? Significa che dà vita a pensieri, opere, reazioni, anche molto dopo la morte del suo autore. Significa che mette in crisi, e quindi muove qualcosa nel lettore. Significa che non ha bisogno di una conclusione per essere piena, la sua grandezza è nella sua tensione, nella sua esplosività interna, nella sua capacità di moltiplicare senso.

Un’opera che non si chiude, ma apre. Non spiega, ma interroga. Non consola, ma inquieta. E per questo il romanzo è diventato un classico assoluto del pensiero del Novecento. Leggere Petrolio oggi è non solo attuale, ma necessario. Non perché ci dica cosa pensare, ma perché ci insegna a pensare in modo radicale, scomodo, libero. Pasolini ha scritto Petrolio nel cuore degli anni Settanta, ma il suo sguardo buca il tempo.

Ecco cinque motivi fondamentali per leggerlo oggi:

  • Petrolio è una radiografia del potere economico, mediatico, clericale e politico. Pasolini racconta un mondo dominato, dai colossi industriali, che oggi si spartiscono capitali, ricchezza e potere, da figure ambigue tra Stato e criminalità, oggi ce ne sono parecchie travestite da portatori di progresso. Oggi, tra crisi ambientali, capitalismo finanziario, guerre energetiche e propaganda, Petrolio ci mostra come il potere si riorganizza dietro maschere moderne, ma secondo logiche antiche, cioè controllo, menzogna, convenienza.

  • Secondo motivo, è necessario leggerlo perché è un manuale per smontare le narrazioni ufficiali. Carlo, il protagonista, è in anticipo rispetto all’idea contemporanea. L’identità non è un’essenza stabile, ma un flusso, un campo di tensioni. Oggi che parliamo di fluidità di genere, di corpo politico, di desiderio come resistenza, Petrolio ci mostra una via poetica e disperata per cercare se stessi nel caos.

  • Pasolini temeva che l’Italia, nel nome del progresso, stesse perdendo la propria anima culturale e spirituale. La sua “mutazione antropologica” è diventata realtà, omologazione culturale, consumismo aggressivo, scomparsa della coscienza critica, mercificazione di tutto (anche dell’intimità). Petrolio ci parla di questo processo come una tragedia già in corso, e ci aiuta a leggere il presente con occhi più lucidi.

  • Quarto motivo, leggerlo oggi è una forma di resistenza intellettuale. Ma è anche una confessione. L’angoscia di vivere in un mondo senza Dio né giustizia ci fa paura, ci atterrisce, ma ancora in questi giorni, i nostri giorni, con la guerra tra Ucraina e Russia, la distruzione di Siria, Iran, Libano, la crisi del continente africano, il genocidio perpetrato da Israele, abbiamo il terrore di dirci la verità.

  • Leggiamo l’opera perché si tratta di un capolavoro che non teme il dolore, non cerca consolazione, perché Pasolini ci dà un’idea di letteratura come indagine, rischio, corpo a corpo con il reale. In un’epoca di narrazioni levigate e algoritmi emotivi, Petrolio è uno strappo, un grido, un abisso. L’opera ha una visione. Non ha personaggi classici, ma fantasmi e idee incarnate.

Leggere Petrolio oggi significa entrare in un testo che ci coinvolge, ci mette in crisi, ci risveglia. È una lettura difficile, ma necessaria per chi non si accontenta di semplificazioni.