Un dibattito ricorrente negli ultimi due secoli riguarda le radici cristiane dell’Europa. Il tema è riemerso con forza negli ultimi 10-15 anni, a partire dal 2012, con la presentazione di una proposta – la cosiddetta risoluzione B7-0458/2012 – per riconoscere ufficialmente le “radici giudaico-cristiane” dell’Europa da parte del Parlamento Europeo. In questa fase, caratterizzata da post-crisi economica, migrazioni crescenti e trasformazioni sociali, il tema emergeva come elemento di identità culturale e come argomentazione nelle discussioni su coesione, identità europea e valori condivisi.

Dopo la pandemia e con le conseguenze della guerra in Ucraina, la tensione verso valori identitari e radici culturali ha riattivato il discorso: alcuni leader religiosi e politici hanno richiamato la necessità di “non dimenticare le radici” in un’Europa attraversata da crisi. Questo decennio mostra una dinamica importante: il tema non è solo dominato dal mondo cattolico, ma viene ripreso anche da tradizioni protestanti e da partiti conservatori di stampo religioso o cultural-identitario. Il contesto globale di crisi – guerre, migrazioni, sfide sociali – ha spinto vari gruppi religiosi e intellettuali a rivendicare un ruolo del cristianesimo nella definizione del “futuro dell’Europa”.

Nel dicembre 2025, Papa Leone XIV, continuando una linea che da Pio XII prosegue fino ai suoi successori più vicini a noi, ha ribadito che “l’identità europea può essere compresa … solo in riferimento alle sue radici giudaico-cristiane”. Contestualmente, nel dibattito pubblico e mediatico – in paesi come la Francia, ma non solo – si è riaperta la discussione su se la cristianità debba restare elemento fondante dell’identità europea oppure se l’Europa debba orientarsi verso visioni più laiche e pluraliste.

In particolare, il dibattito è stato rilanciato da Papa Benedetto XVI, per il quale il tema era centrale, quasi una chiave per leggere l’identità culturale, morale e politica del continente. Secondo Ratzinger, la civiltà europea deriva dall’unità di tre grandi eredità: Atene (la ragione filosofica), Roma (il diritto) e Gerusalemme (la fede biblica), da cui deriva il cristianesimo (Deus Caritas Est, 2005). Per lui, il cristianesimo non era un semplice “ingrediente”, ma la radice unificante che ha dato forma etica e culturale all’Europa.

Senza cristianesimo, affermava Benedetto XVI, l’Europa rischiava una sorta di “amnesia culturale”, ovvero la perdita della propria anima e la riduzione dell’identità europea a sola economia o tecnocrazia (Spe Salvi, 2007). Un’Europa, insomma, ridotta a mercato, senza valori, e dove il relativismo culturale prevale (Caritas in Veritate, 2009). In questo modo, concludeva il Papa, una civiltà che rimuove le proprie radici non può comprendere chi è e in quale direzione andare.

Parallelamente al rilancio politico e religioso, molti storici e pensatori – come Sante Lesti (Il mito delle radici cristiane dell’Europa, 2024) o, prima ancora, il matematico e polemista Piergiorgio Odifreddi (Perché non possiamo essere cristiani (e meno che mai cattolici), 2007) – definiscono il concetto di “radici cristiane” non come fatto neutro, bensì come un mito identitario spesso al servizio di interessi politici e simbolici. Il dibattito critico analizza quanto le radici cristiane abbiano effettivamente plasmato l’Europa e quanto, invece, si tratti di una costruzione ideologica, tema riconoscibile soprattutto in contesti accademici e culturali contemporanei.

Il dibattito, come vedremo sin dalle sue origini, prende la forma di una polarizzazione simile allo schema seguito da Umberto Eco tra “apocalittici” e “integrati” (che useremo qui come modello euristico, non come classificazione esaustiva). Secondo Eco, gli “apocalittici” vedono la cultura di massa come una minaccia, temono la decadenza dei valori e considerano il cambiamento catastrofico; gli “integrati”, invece, cercano di comprendere e utilizzare la cultura di massa, vedendo il progresso e il cambiamento come opportunità.

In questo senso, gli apocalittici corrispondono a chi difende le radici cristiane come fondamento dell’Europa (come Benedetto XVI), mentre gli integrati, come Odifreddi, criticano la centralità delle radici cristiane, vedendo l’Europa come frutto di razionalità, della cultura greco-romana e dell’Illuminismo. Gli apocalittici temono una perdita di identità e valori, ma vedono nel cristianesimo un'ancora morale e culturale. Gli integrati accettano la pluralità, il cambiamento e il laicismo.

Tornando indietro nel tempo, l’argomento razionalista contro la centralità cristiana, usato dagli integrati, è già presente in Bertrand Russell (Perché non sono cristiano, 1927), al quale rispose indirettamente Benedetto Croce (Perché non possiamo non dirci cristiani, 1942). Croce offre una risposta “intermedia”: riconosce l’influenza del cristianesimo senza considerarla esclusiva, ovvero senza farne la struttura morale e culturale centrale.

image host L'Acropoli di Atene, Grecia.

Russell, interpretato qui in modo polemico, rigetta in toto le “radici cristiane” dell’Europa, considerando il cristianesimo – non solo i testi sacri, ma anche la tomistica e la patristica – una lunga fase di interruzione del progresso razionale, salvata solo in parte dalla riscoperta di Aristotele attraverso il mondo islamico. Per Russell, la modernità europea nasce quando la cultura smette di fondarsi sulla fede e si fonda sulla ragione, sull’esperienza e sulla libertà di pensiero (Storia della civiltà occidentale, 1945; Nuove speranze per un mondo che cambia, 1953).

Tutti gli autori, comunque, convergono nel riconoscere che le radici culturali dell’Europa sono di origine greca nella filosofia e romana nel diritto, divergendo invece sugli altri elementi: Russell valorizza la scienza rinascimentale e i valori politici illuministici, mentre Ratzinger vede nel cristianesimo il terzo e decisivo apporto. I due approcci spostano idealmente il momento fondativo dell’Europa: verso il Medioevo per Ratzinger, verso il Rinascimento per Russell. La vulgata identitaria ottocentesca e nazionalista, invece, tende a vedere l’alto Medioevo come epoca fondante.

La posizione di Croce è particolarmente rilevante perché consente di uscire dalla contrapposizione rigida tra difesa identitaria e rifiuto razionalista. Quando afferma che «non possiamo non dirci cristiani», Croce non intende un’adesione confessionale o teologica, bensì il riconoscimento di un’eredità storica e morale sedimentata nella cultura europea. Per Croce, il cristianesimo è una “rivoluzione spirituale” che ha introdotto categorie decisive – come l’idea di persona, la dignità morale dell’individuo, interiorità e responsabilità – poi emancipatesi dal contesto religioso originario e tradotte in forme laiche, giuridiche e politiche. In questo senso, il cristianesimo è una matrice storica o un seme germogliativo, non un fondamento normativo permanente.

Questa impostazione evidenzia un punto spesso trascurato nel dibattito pubblico: molte istituzioni e valori considerati “europei” non derivano direttamente dalla dottrina cristiana, ma sono il risultato di un lungo processo di secolarizzazione, conflitto e trasformazione. La modernità europea nasce anche contro il cristianesimo istituzionale, come dimostrano la Riforma, l’Illuminismo, la Rivoluzione francese e la nascita dello Stato laico. Diritti individuali, libertà di coscienza e separazione tra potere religioso e politico non sono conquiste pacifiche della cristianità, ma esiti di tensioni interne alla sua storia.

Da questo punto di vista, parlare di “radici cristiane” dell’Europa può essere concettualmente ambiguo. Se per radici si intende un’origine storica plurale, stratificata e conflittuale, allora il cristianesimo ne è una componente centrale, accanto all’eredità greca e romana e all’apporto decisivo dell’Illuminismo e della scienza moderna. Se invece per radici si intende un fondamento identitario normativo, da assumere come criterio di appartenenza culturale o politica nel presente, allora il concetto diventa uno strumento ideologico, utile a delimitare confini simbolici più che a comprendere la storia.

La critica contemporanea – da Odifreddi a Lesti – coglie questo punto: il richiamo alle radici cristiane emerge con particolare forza nei momenti di crisi, quando l’identità collettiva appare fragile e si cerca un principio di coesione simbolica. Il discorso sulle radici cristiane, in questo senso, parla spesso più del presente che del passato: riflette paure, insicurezze e reazioni alla globalizzazione, al pluralismo religioso e culturale e alla perdita di centralità dell’Europa nel mondo.

In conclusione, il dibattito sulle radici cristiane dell’Europa non può essere risolto né con una rivendicazione apologetica né con una negazione semplicistica. Esso richiede un approccio storico e critico, capace di riconoscere l’influenza profonda del cristianesimo nella formazione dell’Europa senza trasformarla in un mito identitario esclusivo.

L’Europa non è il prodotto di una sola radice, ma di un intreccio di tradizioni, conflitti e rotture. Ridurla a un’identità religiosa significa semplificarne la storia; negare il peso del cristianesimo significa fraintenderne la genealogia. Tra apocalittici e integrati, la lezione di Croce resta forse la più feconda: riconoscere l’eredità senza sacralizzarla, comprendere le radici senza farne catene.

image host Nella foto: Benedetto Croce, Bertrand Russell, Papa Benedetto XVI (nato Joseph Aloisius Ratzinger).