Barbara Codogno non ci risparmia nulla con il suo ultimo romanzo Perseveranza, edito da Apogeo Editore. Codogno che, oltre ad essere scrittrice dalla penna chirurgica e affilata e anche curatrice e giornalista, ci trasporta nello squallore egocentrico di un “uomo senza qualità” che, diversamente dal protagonista del romanzo di Robert Musil, è anche portatore sano di una perfidia tipica della “banalità del male”.
Il significato di questo prezioso volume, un centinaio di pagine in tutto, getta uno sguardo, a tratti beffardo e a tratti amaro, sulla mediocrità umana. E la spinta teorica alla base è racchiusa tutta nel titolo. In quel verbo “perseverare” che, nell’accezione latina da cui deriva, ha una valenza estremamente edificante; indica, infatti, l’essere severi con sé stessi per raggiungere obiettivi che possano migliorarci e renderci più degni della nostra umanità.
Tuttavia, Codogno rivela il rovescio della medaglia di questo nobile predicato che per il protagonista del romanzo, Berto, professore di matematica fallito come uomo e come docente, significa essenzialmente continuare, diabolicamente, ad accusare il prossimo di avergli impedito di realizzare i propri sogni; di non essere diventato quello straordinario essere umano da sempre celato nel profondo, quel genio che tutti avrebbero potuto e dovuto ammirare. Insomma, a perseverare nella sua inutile e patetica malvagità.
Gretto, magniloquente, vanaglorioso, profondamente egoista, Berto osserva la realtà avvolto in un solipsismo denigratorio dal quale a volte emerge solo per ribadire il suo disgusto per l’alterità tutta. Costruito come un lungo monologo, Perseveranza ha tutti i crismi per trasformarsi in una pièce teatrale. Del resto, Barbara Codogno per formazione e per estetica costruisce le sue storie come tasselli di uno spettacolo da mettere in scena.
È proprio così. Quando inizio a pensare a una storia da scrivere, la vedo e la penso già come un allestimento teatrale. Ho studiato il metodo Strasberg per cui il meccanismo dell’immedesimazione alberga la mia fantasia e il mio inconscio profondo. La notte è il momento della creatività, la mente viene lasciata libera e io posso assumere il ruolo di Berto, pur non essendo caratterialmente assimilabile al protagonista del mio romanzo. Tuttavia, questo metodo di lavoro mi consente di entrare direttamente nella psiche di chi voglio raccontare. Non amo le lunghe descrizioni per cui l’idea del monologo, del soliloquio di Berto mi deriva dalla dimensione teatrale e dallo studio del meccanismo della violenza sviluppato da André Girard.
Un tema di cui mi sono occupata molto. Con questo romanzo ho cercato di togliere il velo che occulta la violenza. Noi siamo da sempre abituati a pensare che debba riguardare sempre gli altri, mentre noi siamo quelli bravi, invece la violenza si cela in ognuno. Ecco perché è importante individuare il meccanismo di questa mimesi. Berto è un personaggio letterario a tutto tondo. Inizialmente si sarebbe chiamato il “dozzinale”, perché lo è. Poi l’idea si è modificata, ma è partita dalla sua riflessione sull’esistenza che inizia con un episodio bene preciso. Un episodio che ho vissuto e che mi ha portato alla scrittura di questo testo.
Parliamo del concerto in cui un violinista resiste dal tossire per tutta la durata con uno sforzo sovraumano.
Esattamente, questo episodio è accaduto davvero. Constatare come un essere umano afflitto da un impulso a tossire, pressoché irresistibile, potesse con la perseveranza e la disciplina trattenersi per l’intero concerto e suonare al meglio perché ciò che sta facendo è, di fatto, più elevato di qualsiasi bisogno fisiologico, mi ha portato a immaginare come questo gesto potesse riverberarsi su di una psicologia come quella di Berto. Lo galvanizza al punto da dare la stura a una serie di riflessioni su ciò che lo circonda e che gli ha sempre impedito di realizzarsi. È la moglie che lui non aiuta mai e che disprezza, è il figlio che se ne è andato di casa e del quale Berto ha immediatamente occupato la camera facendola diventare il suo studio.
Sono i vicini di casa che lui ammorba con l’ascolto, a tutto volume, di un unico disco di musica classica per dimostrare la sua presunta cultura e superiorità. Sono i colleghi e ogni singolo elemento umano attraversi il suo cammino. Ho tralasciato di dire che è convinto di essere anche un grande seduttore.
Inizialmente parlava di un meccanismo teatrale nella stesura del libro, possiamo dire della drammaturgia del romanzo.
Sì, utilizzo spesso una figura retorica denominata mise en abyme (collocazione nell’abisso n.d.r.), una sorta di espediente narrativo in cui come in una matrioska un’opera contiene al suo interno una versione rimpicciolita di sé stessa. In buona sostanza, Berto nel suo monologo solipsista vive nella notte i suoi ricordi e ricorda sé stesso mentre si vede riflettere e almanaccare in un percorso ossessivo e autocelebrante.
Quanto è durata la stesura di Perseveranza?
In realtà pochi mesi, invece, la gestazione è durata quattro anni. Come dicevo, partendo dall’episodio del violinista, la vicenda si è sviluppata tra riflessioni e osservazioni della realtà circostante. L’urgenza e la necessità di portare alla luce un vissuto e una personalità come quella di Berto hanno preso, a un certo punto, il sopravvento. Questo è un uomo che viene fatalmente avvolto nelle spire di un atto eroico che lui decifra nel comportamento stoico del violinista.
La sofferenza e, al contempo, la disciplina esercitata da questo strumentista sono una specie di agnizione per lui. Comprende che forse anche lui avrebbe potuto compiere un’azione così elevata nel nome dell’arte, ma che, a causa della famiglia, dei colleghi e del suo entourage sociale, non gli è stato concesso. Berto è un uomo senza filtro, è completamente esasperato dal sentirsi una persona da niente. Durante il processo che ha preceduto la scrittura vera e propria, ho lasciato campo libero all’immaginazione in una grande attività notturna in cui come un regista teatrale montavo il mio spettacolo, mandavo sul palcoscenico Berto e la sua liturgia del disprezzo, vedevo già le pagine scritte, magari registro col telefono dei punti cruciali.
Quando poi, finalmente, mi metto a scrivere, ragiono pensando alla recitazione dei personaggi. Detesto le lunghe descrizioni, vado subito al centro della narrazione. Credo che i miei libri debbano essere letti a voce alta.
Barbara Codogno non è solo scrittrice e giornalista ma è un’appassionata curatrice d’arte contemporanea.
Ebbene sì. Sono sicuramente molto più prolifica come curatrice che come scrittrice. Anche per le mostre che organizzo, dietro c’è un lungo lavoro di narrazione e di creazione del concept. Probabilmente se fossi un artista sarei lenta come nella scrittura e non sarei molto prolifica. Di fatto, ho un tipo di scrittura che definirei organica, ossia tutto il corpo deve partecipare di questa catarsi.
Da dove nasce la necessità di scrivere e di analizzare la violenza?
Non sono interessata alla violenza, io la disprezzo, per questo la voglio conoscere per disinnescarla. Ho un vissuto personale che mi ha portato a trattare e a studiare questo argomento. Quando ravvisi la violenza, la stani e non puoi far finta di non vederla. Dai primi segni è necessario farla uscire allo scoperto per denunciarne l’ambiguità sotto cui spesso si cela. La violenza si insinua nel linguaggio, nella gestualità in ambiti apparentemente neutri, quindi la guardia deve essere sempre tenuta molto alta.
Quindi aspettiamo di vedere Perseveranza a teatro?
Sarebbe interessante, e comunque lo spettacolo esiste già. Pensato, rivisto, corretto e recitato nella mia mente.














