Negli ultimi anni, l’istruzione accademica internazionale ha visto un crescente ricorso a giovani docenti a basso costo, a discapito di figure senior con esperienza critica e maturità disciplinare. Questo fenomeno, se intrecciato con la fiducia crescente nell’intelligenza artificiale, può generare una regressione epistemica: una conoscenza più superficiale, conformista e poco innovativa. Alla luce delle profetiche analisi di Roberto Vacca ne Il Medioevo prossimo venturo1, questo articolo esplora come la sostituzione dell’esperienza con algoritmi possa configurare una forma di “medioevo digitale” e propone strategie per mitigare tali rischi attraverso la valorizzazione della competenza, la formazione critica e la costruzione di comunità culturali resilienti.

Negli atenei contemporanei, infatti, sta emergendo una tendenza inquietante: professori esperti, con decenni di esperienza e riflessione critica, vengono progressivamente sostituiti da giovani accademici meno costosi. Se da una parte questa dinamica può sembrare una strategia economica, dall’altra ha profonde implicazioni epistemiche e culturali. La maturità epistemologica, la conoscenza storica e la capacità di interrogare criticamente non sono semplicemente risorse umane, ma pilastri irrinunciabili del pensiero universitario.

Parallelamente, l’adozione massiccia dell’intelligenza artificiale (IA) – in particolare dei modelli di deep learning – come strumento di ricerca, insegnamento e scrittura solleva una domanda cruciale: se chi la utilizza non ha esperienza sufficiente per interrogare il sistema ed interpretare i risultati, quali forme di sapere si consolidano? In questo scenario, le analisi di Roberto Vacca in Il Medioevo prossimo venturo2 risultano estremamente pertinenti. Vacca anticipava i pericoli delle grandi infrastrutture tecnologiche e sociali ingestibili, proponendo una “nuova tradizione” culturale come antidoto al collasso. Qui vogliamo esplorare il parallelo tra la sua visione e le dinamiche universitarie attuali e delineare proposte per contrastare una deriva epistemica.

Roberto Vacca3, ingegnere, scrittore e futurologo, pubblicò nel 1971 Il Medioevo prossimo venturo. La degradazione dei grandi sistemi*. In questo saggio, Vacca analizza la crescente complessità e dimensione dei grandi sistemi tecnologici (trasporti, energia, comunicazione, acqua), che rischiano di diventare ingovernabili. Secondo Vacca, infatti, l’aumento disordinato di questi sistemi supera le capacità decisionali e organizzative umane, generando congestione, paralisi comunicativa, black out e inefficienza gestionale. Questa “ingovernabilità” riflette non solo un rischio tecnico ma un problema epistemico: la complessità sfugge ai tradizionali modelli di previsione e controllo. Vacca non solo descrive un degrado, ma propone anche una strategia di resilienza culturale: la formazione di comunità monastiche (intese in senso culturale, non religioso) che preservino la conoscenza e costruiscano un nuovo rinascimento dopo il tracollo.

Queste comunità sarebbero “elite culturali” dotate di strumenti adeguati a conservare il sapere e garantire una trasmissione critica. Inoltre, Vacca avvertiva che non si morrà per guerre ma per disorganizzazione dei sistemi: non è un nemico esterno, ma la nostra mancanza di visione e il crescente squilibrio tecnologico a costituire la minaccia principale.

La sostituzione dei docenti senior con giovani meno esperti non è solo un problema occupazionale: è una perdita di profondità intellettuale. I professori con più esperienza non solo insegnano teorie, ma trasmettono una visione storica del sapere, la capacità di fare collegamenti interdisciplinari e un pensiero critico maturato. Senza di loro, le università rischiano di assomigliare a sistemi di replica piuttosto che a laboratori di innovazione.

Questo scenario ricorda la “crisi del management” di cui parla Vacca: l’inefficacia decisionale non deriva solo da un problema tecnico, ma dalla mancanza di competenze adeguate a governare sistemi complessi. Se la generazione docente matura sparisce, si indebolisce anche la capacità istituzionale di progettare e governare consapevolmente le strutture accademiche.

L’intelligenza artificiale, e in particolare i modelli di linguaggio, sono strumenti potenti. Tuttavia, la loro efficacia dipende da come vengono usati: senza una base critica, diventano meri generatori di testo, senza comprensione né rigore concettuale. Chi non sa interrogare l’IA, leggere i bias, valutare la qualità delle risposte, rischia di produrre contenuti superficiali.

Questo pericolo si collega direttamente alla visione di Vacca: i sistemi tecnologici assumono un potere crescente e diventano parte integrante delle decisioni sociali, ma non sempre rimangono sotto controllo umano maturo. Se l’IA sostituisce la riflessione, il risultato può essere un nuovo “medioevo epistemico”, dove la conoscenza non evolve ma si ripiega su sé stessa. Vacca proponeva la creazione di comunità monastiche per preservare il sapere. Nel contesto attuale, possiamo reinterpretare questa idea in chiave digitale: centri di eccellenza culturale, gruppi intergenerazionali di ricercatori che agiscano come custodi critici della conoscenza nell’era dell’IA.

Questi gruppi dovrebbero avere tre funzioni principali:

  • Conservare e trasmettere le competenze critiche su metodo, etica e teoria.

  • Formare nuovi ricercatori con senso storico e filosofico, non solo tecnico.

  • Sviluppare pratiche di interrogazione dell’IA che uniscano riflessione filosofica, analisi dei bias e consapevolezza sociale.

Per evitare una deriva verso un medioevo epistemico e valorizzare la maturità e l’esperienza, si possono avanzare alcune proposte concrete:

  1. Mentorship strutturata. Istituire programmi di mentoring in cui docenti senior affiancano giovani accademici, non solo nella ricerca ma anche nella formazione etica, epistemica, metodologica.

  2. Curricula di “alfabetizzazione critica dell’IA”. Inserire nei corsi universitari moduli obbligatori su filosofia dell’IA, bias nei dati, trasparenza dei modelli, interpretazione dei risultati.

  3. Community di riflessione interdisciplinare. Creare “laboratori di sapere” (fisici o virtuali) dove filosofi, storici, ingegneri e scienziati collaborano per interrogare il ruolo dei sistemi tecnologici nella società contemporanea, ispirandosi al modello “monastico” di Vacca.

  4. Valutazione integrata nel reclutamento accademico. Non premiare solo la produttività quantitativa (numero di pubblicazioni), ma anche il contributo alla formazione, alla cultura critica e alla riflessione collettiva.

In conclusione, l’unione tra la tendenza a rimpiazzare i docenti esperti con figure più giovani e la fiducia ingenua nell’intelligenza artificiale configura un rischio epistemico reale: il passaggio a un medioevo digitale, in cui la conoscenza non evolve, ma si replica. Le parole profetiche di Roberto Vacca ne Il Medioevo prossimo venturo ci ammoniscono su una possibile instabilità dei grandi sistemi e su un’“ingovernabilità” della complessità che può riguardare anche il sapere. Per contrastare questa deriva serve una risposta matura: valorizzare la saggezza dei senior, educare all’uso critico dell’IA, costruire comunità culturali resilienti. Solo così potremo evitare di abdicare al pensiero autonomo e preservare la profondità del sapere nella rivoluzione tecnologica in cui siamo immersi.

Note

1 Il testo di Roberto Vacca: Il Medioevo prossimo venturo, Edizioni PièVeloce.
2 Alcuni estratti dal testo di Roberto Vacca, Il Medioevo prossimo venturo.
3 Roberto Vacca: «Morirò a 95 anni. Il futuro? Stiamo attenti ai robot».