Il sito di Tell Muhammad, situato nell'attuale periferia meridionale di Baghdad in Iraq, rappresenta una finestra archeologica di inestimabile valore sulla Mesopotamia, la "terra tra i fiumi" Tigri ed Eufrate. Questa regione non è solo un patrimonio di rovine; è universalmente riconosciuta come la vera culla della civiltà, il laboratorio storico dove, tra il IV e il III millennio a.C., l'umanità compì un salto evolutivo senza precedenti. Qui nacquero e si svilupparono le prime forme di scrittura (il cuneiforme sumero), i primi sistemi complessi di agricoltura irrigua, essenziali per sostenere le nascenti popolazioni urbane, e le prime articolazioni di diritto e ordine statale. L'organizzazione sociale, politica e religiosa emersa in Mesopotamia ha plasmato l'intero Vicino Oriente e ha gettato le basi per le successive civiltà mediterranee.

L'importanza di Tell Muhammad è inestricabilmente legata alla figura di Hammurabi, il sesto re della Prima Dinastia di Babilonia (che regnò circa dal 1792 al 1750 a.C.). Hammurabi fu un sovrano di straordinaria levatura: non solo un abile condottiero che, attraverso campagne militari strategiche, riuscì a unificare gran parte della Mesopotamia sotto il dominio babilonese, ma soprattutto un meticoloso amministratore e legislatore.

L'eredità più duratura di Hammurabi risiede nel suo celebre Codice, una delle raccolte di leggi più antiche, complete e influenti mai scoperte. Il Codice non è un semplice elenco di divieti, ma un'articolazione complessa che disciplina ogni aspetto della vita sociale ed economica: dalla proprietà privata al commercio, dai debiti all'agricoltura, dal matrimonio alla retribuzione per i servizi professionali. Basato sul principio di giustizia del taglione ("occhio per occhio, dente per dente"), il Codice stabiliva una gerarchia di classi sociali e offriva un modello di ordine centralizzato. Studiare un insediamento come Tell Muhammad durante l'epoca Paleobabilonese significa, dunque, osservare da vicino la vita quotidiana, la produttività economica, le dinamiche sociali e la fede di un popolo che viveva non in una società anarchica, ma all'interno di un vasto e sofisticato impero normativo e culturale.

Baghdad: il patrimonio ritrovato

L’Iraq contemporaneo e la sua capitale, Baghdad, sono eredi diretti di un retaggio millenario la cui ricchezza è pari solo alla sua vulnerabilità. Fondata nel 762 d.C. dal califfo Al-Mansur, Baghdad sorse non lontano dalle antiche glorie mesopotamiche (Babilonia, Ctesifonte) per diventare rapidamente la capitale del califfato abbaside e il vero e proprio centro intellettuale, scientifico e culturale del mondo islamico durante la sua Età d'Oro. Questa metropoli storica, pur essendo successiva all'epoca babilonese, incarna la continuità e la stratificazione della civiltà lungo il fiume Tigri.

Per decenni, tuttavia, l'instabilità politica, i conflitti e, in misura non minore, il saccheggio e i danni di guerra hanno messo a dura prova questo patrimonio unico, simbolo dell'identità nazionale e globale. In questo scenario di fragilità storica che si estende dalla moderna capitale fino alle antiche periferie, siti cruciali come Tell Muhammad, pur avendo già mostrato in indagini preliminari una rilevanza ineludibile per l'epoca di Babilonia, necessitavano di un intervento strutturale e di una protezione internazionale coordinata.

È in questa congiuntura che si inserisce un fondamentale progetto di cooperazione internazionale promosso dall'Italia. Il Baghdad Urban Archaeological Project è frutto di un'azione concertata dall'Università di Catania, che ne detiene la direzione scientifica, in stretta e paritetica collaborazione con lo State Board of Antiquities and Heritage iracheno. Questo sforzo congiunto è reso possibile grazie al sostegno mirato e costante del Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale (MAECI)1 italiano, che vede nell'archeologia uno strumento di politica estera costruttiva.

La ripresa degli scavi nel 2022 trascende la semplice ricerca accademica. Questo progetto Italia-Iraq costituisce un atto di vera e propria "diplomazia culturale", dove il ritrovamento e la valorizzazione del patrimonio non sono fini a sé stessi, ma strumenti di stabilizzazione sociale e politica. L'obiettivo ultimo non è solo scientifico, ma etico: la restituzione e valorizzazione del patrimonio come bene comune dell'umanità, contribuendo al contempo a rafforzare le capacità tecniche e scientifiche delle istituzioni irachene stesse per una gestione autonoma e lungimirante del loro inestimabile tesoro storico.

Vita, morte e tecnica nell'epoca di Babilonia

Gli scavi ripresi dall'Università di Catania nel 2022 hanno immediatamente rivelato che, contrariamente a quanto si potesse ipotizzare, Tell Muhammad non era un insediamento marginale o di secondaria importanza, ma una località di indiscutibile peso strategico durante l'epoca Paleobabilonese. I primi e più significativi ritrovamenti strutturali hanno portato alla luce un vasto sistema di mura difensive e i resti di una porta monumentale. La robustezza e l'estensione di queste fortificazioni indicano in modo inequivocabile che l'insediamento era un centro di rilievo, ben protetto e cruciale per la sicurezza e l'amministrazione del territorio, operando stabilmente nell'orbita del grande potere centrale di Babilonia.

Tuttavia, la vera vita economica e sociale di Tell Muhammad si manifestava in modo ancor più vivido e inaspettato all'interno delle sue strutture. Nelle aree adiacenti alle fortificazioni settentrionali, gli archeologi italiani hanno riportato alla luce ampi settori produttivi e artigianali risalenti all'epoca d'oro di Hammurabi, che fungevano da vera e propria fucina.

L'aspetto che ha destato maggiore interesse risiede nella produzione mista: queste stanze non erano dedicate a un'unica funzione, ma vedevano la preparazione del cibo mescolarsi attivamente con la lavorazione dei metalli, come evidenziato dalla presenza di forni e installazioni legate all'utilizzo intenso del fuoco. La prova più tangibile di questa rara sinergia produttiva è stata la scoperta di un crogiolo di terracotta quasi intatto. Al suo interno sono stati rinvenuti ancora i residui della fusione dei metalli, una circostanza che lo rende un reperto eccezionalmente raro.

Tali oggetti, spesso danneggiati o frammentati, sono fondamentali perché forniscono dettagli inediti e inestimabili sulle tecniche metallurgiche e sulle leghe in uso circa quattromila anni fa nella regione mesopotamica, contribuendo a ridefinire la storia della tecnologia antica.

L'aspetto più toccante e culturalmente significativo di questa stagione di scavi, tuttavia, risiede nella profonda contiguità tra gli spazi dei vivi e quelli dei defunti, che offre una comprensione diretta della visione del mondo babilonese. Gli antichi abitanti di Tell Muhammad seppellivano i loro morti direttamente al di sotto dei pavimenti degli edifici, anche in quelle stanze adibite a fonderia e artigianato. Questa pratica non era dettata dal caso o dalla mancanza di spazio, ma era il riflesso di una convinzione religiosa radicata: i defunti continuavano così, in senso simbolico, a seguire i vivi, rimanendo parte integrante della famiglia e della vita domestica. Essi partecipavano al ciclo ininterrotto della comunità, e la loro vicinanza era vista come un fattore di protezione e continuità. Il trait d'union fra i due mondi era costante e dava forma alla quotidianità.

Il rito del kispum: il banchetto per gli antenati

L'analisi degli spazi funerari a Tell Muhammad ha permesso di illuminare uno degli aspetti più intimi e fondamentali della religiosità mesopotamica: il culto degli antenati, incentrato sul rito del kispum (il banchetto di rimembranza in accadico). La simbiosi tra vita e morte, già evidente nella pratica di seppellire i defunti sotto i pavimenti, trova la sua massima espressione nella scoperta di una stanza specificamente dedicata al culto.

Il kispum non era un evento casuale o meramente commemorativo, ma una cerimonia di comunione che si svolgeva regolarmente – in alcuni periodi anche mensilmente o in date fisse del calendario – per onorare e dare sostentamento spirituale agli spiriti degli antenati e degli eroi familiari. L'idea centrale era che i morti, in cambio delle offerte di cibo e bevande, potessero intercedere a favore dei vivi, garantendo prosperità, protezione e il mantenimento dell'ordine domestico. La continuità del lignaggio era legata alla cura degli spiriti ancestrali.

A Tell Muhammad, la scoperta è stata particolarmente eloquente perché ha fornito la prova materiale e archeologica di quanto descritto nei testi cuneiformi. Al centro della stanza è stato rinvenuto un altare con i resti ben visibili delle libagioni. Queste erano offerte rituali di liquidi (birra, vino, acqua o olio) che venivano versate per "nutrire" gli spiriti. Le sepolture rituali ritrovate accanto all'altare rafforzano ulteriormente il significato del kispum: l'individuo adulto, posto con le gambe divaricate, non era solo un corpo inumato, ma un partecipante perenne a questa sacra cena. Sulle sue mani, due bicchieri in ceramica costituivano l'essenziale corredo funerario, destinati proprio a contenere il kispum – le bevande offerte – permettendo al defunto di unirsi, spiritualmente e simbolicamente, al banchetto con i suoi discendenti.

La presenza di infanti in vasi di ceramica posti accanto all'adulto sottolinea in modo commovente il carattere profondamente familiare e continuativo di questo legame intergenerazionale. La cura dei defunti non era delegata a sacerdoti esterni, ma era un dovere sacro della famiglia, essenziale per il benessere dell'intera casa. Tali ritrovamenti, arricchiti da numerosi sigilli e figurine in terracotta che recano simboli legati alla protezione e alla fertilità, non solo espandono la nostra conoscenza dell'epoca Paleobabilonese, ma ribadiscono l'importanza dell'Italia nel promuovere la conservazione del patrimonio globale, tessendo un legame indissolubile tra la culla della civiltà e il Mediterraneo moderno.

Il patrimonio iracheno, un tesoro sotto assedio

L'importanza delle scoperte a Tell Muhammad non può essere compresa appieno senza un doveroso riferimento al tragico destino del patrimonio archeologico iracheno. Le guerre e i conflitti, a partire dall'invasione del 2003 fino all'azione devastatrice dell'ISIS negli anni successivi, hanno inflitto ferite profonde e, in molti casi, irreparabili. Musei come quello di Baghdad sono stati saccheggiati, siti millenari (come Ninive e Nimrud) sono stati intenzionalmente distrutti, e innumerevoli reperti sono stati persi o immessi nel mercato nero. Quel che resta della Culla della Civiltà è oggi un monito amaro sulla fragilità della storia di fronte alla violenza.

Di fronte a questa tragedia, preservare i reperti emersi dal fango della storia, come le mura, la fucina e i rituali del kispum a Tell Muhammad, assume un significato che trascende la scienza. Si tratta di un atto di resistenza culturale e di responsabilità globale. Questi siti non appartengono solo all'Iraq, ma sono i capitoli fondativi della storia di tutta l'umanità, testimoni dell'inizio della vita urbana, della scrittura e del diritto.

La loro preservazione è essenziale per la comprensione delle nostre origini comuni e per la lotta contro l'oblio storico. Progetti di cooperazione come quello guidato dall'Italia non sono pertanto semplici missioni accademiche, ma avamposti di civiltà e strumenti di diplomazia che dimostrano come la ricostruzione del passato sia inestricabilmente legata alla speranza di un futuro più stabile e consapevole per l'Iraq e per il mondo intero.

Note

1 Per approfondire: Baghdad, un tesoro della Mesopotamia antica.