Ogni vita ha un momento in cui l’opportunità si presenta come un biglietto da cogliere o lasciare. L’eventualità diventa sostanza, il caso si manifesta come faro di una direzione sconosciuta ma necessaria. E soprattutto quello che, apparentemente, è un filo rosso che ci lega a persone ed eventi diventa il tracciato sul quale descrivere la sensazione della mancanza.
Chiara Briani, scrittrice e neurologa del Dipartimento Neuroscienze dell’Università di Padova, ci regala con Il contrattempo, una raccolta di racconti edita da Augh!, la dimensione di un orizzonte degli eventi dove tutto può essere. Meer l’ha incontrata in occasione dell’uscita del suo ultimo lavoro.
Chiara Briani Il Contrattempo porta una dedica che si comprende alla fine, nell’ultimo racconto che porta il titolo dell’intera raccolta.
Proprio così. Il libro è dedicato a un’amica, Maria Vittoria, che non ho avuto il tempo di salutare perché scomparsa troppo presto. Proprio lei aveva utilizzato il termine ‘contrattempo’ in un messaggio che mi aveva inviato per scusarsi di non poter essere alla presentazione di un mio libro. Era un’appassionata lettrice e seguiva da tempo il mio lavoro. Il contrattempo, ovviamente, era molto di più, era una diagnosi infausta. Ho sentito di dover ricordare la sua presenza, la sua amicizia, il suo sorriso.
Ci sono incontri che sebbene non siano frequentazioni assidue rappresentano, però, intese d’anime, legami che vengono da altri percorsi e che incidono profondamente dentro di noi. Lei era uno di questi legami. Il non essere riuscita a incontrarla prima della sua dipartita mi ha turbato e mi ha sospinto verso la scrittura, per dirle quello che non ero riuscita a dire.
La sua scrittura è avvolgente, è quasi cinematografica. Essenziale, diretta e affilata. Come lavora?
Di solito prendo appunti, poi li rivedo. Altre volte scrivo di getto e poi successivamente rivedo e affino. Con il racconto su Maria Vittoria l’evento ha scatenato la necessità di fermare sulla carta quando volevo esprimere. La scrittura per me è una passione, un elemento fondamentale della mia vita che mi ha sempre accompagnato sin da ragazza.
A proposito, Lei è un’impegnata neurologa, aveva pensato di diventare una scrittrice e dedicarsi solo a questo?
A dire il vero, terminato il liceo, avevo pensato di iscrivermi a lettere antiche con indirizzo in archeologia, questo era il progetto. Poi avevo avuto una tentazione verso giurisprudenza, presto rientrata. Ero stata stravolta dalla bellezza dei romanzi di Pirandello, l’idea di scrivere mi veniva da questo straordinario genio della letteratura. Avevo quindi pensato che avrei dovuto studiare psichiatria per comprendere cosa si celava dietro Uno, nessuno, centomila.
Poi da psichiatria sono passata a neurologia, la disciplina più intellettuale forse della medicina. Da un problema che parte dal cervello, come un investigatore devi essere in grado di capire il sintomo in quale parte del corpo potrà manifestarsi. È un approccio scientifico, certamente, ma anche investigativo. Questo aspetto lo trovo appassionante e sempre nuovo.
Certamente, questo discorso mi fa venire in mente Oliver Sacks e i suoi romanzi su malattie neurologiche che sviluppano altre facoltà. Il cervello è sicuramente uno degli argomenti più affascinanti che si possano immaginare. Anche Lei ne ha parlato in Senza senso, raccontando l’esperienza di una sua paziente.
È inevitabile non portare il proprio vissuto in quello che si scrive. E, del resto, sono una medico ma sono anche una persona. Tempo fa qualcuno mi disse che avrei dovuto smettere di scrivere di cose dolorose. Quella richiesta mi diede il destro di scrivere Mrs. Grace con cui potei finalmente mettere in risalto anche il lato giocoso e umoristico del mio carattere, che, ripeto, esiste.
Esiste eccome, l’ho potuto constatare leggendo il racconto *Quando la fantasia ballava il boogie”, una serie di titoli di libri famosissimi inseriti nella scenografia di un’improbabile festa, quasi orgiastica.
Mi sono divertita a scriverlo. Pensare a personaggi di fiabe e di romanzi che si aggirano improvvisamente fuori dall’identità che gli era stata confezionata nei libri era un’idea strana ma, al contempo, poteva solleticare la curiosità. E magari invitare a rileggere i libri.
Ma non solo il divertissement, ma anche uno sguardo sul post-moderno con il racconto legato a Nanni Moretti.
Adoro i film di Nanni Moretti. Tant’è che ho ambientato una sua retrospettiva in un cinema d’essay newyorchese. Moretti e New York mi sembrava un accostamento estremamente raffinato e intellettuale, come d’altronde è New York. Una città che non dorme mai, ed è vero, in cui ho avuto la fortuna di vivere per quattro anni. L’idea di vedere la retrospettiva su Moretti e poi apprendere che era morto poteva essere un espediente letterario interessante in un’epoca di fake news. Ma certamente il post-moderno può affacciarsi nel senso che Moretti può essere sia vivo che morto.
Tornando a Il Contrattempo, che cosa è per Lei?
Il contrattempo è qualcosa che sposta per un momento l’attenzione dall’ordinario alla casualità. Ma può anche essere una grande opportunità, l’occasione per far emergere ciò che rimane sopito e desidera uscire.
Andando a volo d’uccello sul suo libro si ravvisa un grande amore per la sua città.
Sono molto orgogliosa di Padova, della sua storia, della sua meravigliosa architettura trecentesca ma anche dell’Università in cui ho studiato e mi sono formata. In Pietre d’inciampo ne celebro i fasti e il fascino. Il racconto muove dall’anniversario degli 800 anni dalla nascita dell’ateneo e percorre quelli che per me sono i luoghi del cuore della mia città. È vero che non ci sono vissuta molto, ho sempre viaggiato, ma ho studiato e la mia formazione, i miei riferimenti culturali sono qui, in questo concentrato di bellezza, piccolo ma così armonioso. Sono sempre felice di raccontare la storia agli amici che la vedono per la prima volta e ne sono molto fiera.
Non possiamo raccontare tutto il libro, lasciamo anche un po' la sorpresa a chi leggerà. Questa carrellata di immagini ed emozioni è un gran viaggio.
Lo è stato per me e mi auguro lo sia per chi lo leggerà. In esergo c’è una citazione da Fernando Pessoa che penso calzi molto con lo spirito che ha animato la stesura di questo: ‘Non si è mai vissuto tanto come quando si è pensato molto’.















