Ci sono paesi in cui l’istituto della tortura è certificato, appartiene all’ordine del vivere quotidiano. Ma possiamo dire che esiste un reale censimento degli Stati che esercitano questa abiezione? E quali sarebbero i gradi di separazione tra una pratica legalmente accertata e una devianza occasionale su cui si chiude un occhio e se salta fuori la si fa passare per un increscioso incidente?
Il caso del film scritto e diretto da Jafar Panahi, che ha vinto la Palma d'oro al 78º Festival di Cannes, si riallaccia a un altro caso, La Morte e la Fanciulla, diretto trent’anni prima da Roman Polanski. Nel primo i fatti avvengono nell’Iran di oggi, nel secondo si svolgevano in un ipotetico stato del Sudamerica, Cile, forse Argentina, insomma, uno di quegli stati in cui la tortura non aveva fatto economia di corpi maciullati.
Comune denominatore tra i due è il sospetto della vittima quando, per una fortuita circostanza, si trova di fronte al presunto maniaco da cui ha subito le torture. È lui? Può essere lui? E se è lui, come riesco a riconoscerlo, visto che avevo una benda sugli occhi mentre faceva i suoi porci esperimenti sul mio corpo? Ho modo di provarlo? E se riesco a provarlo con certezza, cosa farò? E via con altre domande, la prima fra tutte, la più spontanea: posso realmente vendicarmi di quanto mi ha costretto a subire? E in tal caso, mi trasformerò in un individuo capace a mia volta di tortura?
Ecco un dilemma non catalogabile, sul quale nessuno che non abbia subito quel particolare tipo di violenza può veramente mettere bocca. Entriamo dunque nella situazione che il film articola. Intanto, è già paradossale accettare che tu possa andare in giro per la tua città e a un certo punto, per le banali e implacabili conseguenze di un contrattempo, imbatterti in una figura che ti sembra familiare, e qui l’aggettivo è già un controsenso di per sé. Insomma, il tuo fiuto subliminale ti suggerisce il riconoscimento di qualcosa che è stivato nel serbatoio dei momenti orrendi che hai attraversato, con una benda sugli occhi, mentre infierivano con qualche ferro sulla tua carne viva. E quel serbatoio non sei riuscito a svuotarlo, a ripulirlo, cammina, mangia, dorme, sogna con te. E con ogni probabilità ti sarà impossibile liberartene per il resto dei tuoi giorni.
Si può dire che abitare in uno paese del genere, in un mondo del genere, sia il paradosso di una società scorpionica, pronta all’autodistruzione, una società dove vittime e depravati torturatori si possono trovare al banco di un caffè, scambiarsi un’occhiata distratta e poi pagare il conto, ognuno per la sua strada. Quante volte sarà successo? Se non fosse di cattivo gusto, direi che c’è perfino un tratto paradossale che sfiora il comico. E il film di Panahi non ha paura di sottolinearlo, a differenza di quello di Polanski dove non c’era un solo indizio che si avvicinasse al grottesco.
In quel che resta del grande impero persiano, siamo chiamati a seguire un’indagine improvvisata, tanto casuale, a tratti cialtrona, ma assolutamente necessaria per accertare l’identità di un membro dello staff incaricato di far parlare i prigionieri, arrestati per le ragioni più disparate, ma tutti in odore di sovversione al regime.
La necessità deriva da quell’insanabile bisogno di giustizia che risale dal fondo dell’umiliazione subita, del dolore e della paura sopportati, della brama di restituirli al mittente con gli interessi, senza sapere come. Ed è interessante proprio questo nell’apologo di Panahi, perché di un apologo si tratta. Una storia esemplare, alla maniera dei racconti di tradizione Sufi, dove si arriva a una conclusione che tale non è, ma che nel suo percorso ha già illuminato le possibilità di una comprensione più alta, di una presa di coscienza che non è rinchiusa in una risposta.
Mi ha fatto persino sorridere il progressivo reclutamento delle vittime in cui s’impegna il protagonista, un meccanico con la sua officina, trovandole tutte occupate nel limbo della vita quotidiana, dopo la prigionia e gli interrogatori; in quel tentativo assolutamente umano di riprendersi la normalità, di colpo risvegliate di fronte alla reale occasione di fare i conti con chi è entrato così a fondo nel loro intimo da lasciarvi solo macerie.
Da ognuno si può ricavare un dettaglio diverso, un segno di riconoscimento che alla fine sia in grado di togliere la maschera al depravato torturatore, come se il bagaglio ingannevole della memoria, messo in comune, potesse riuscire a eliminare il dubbio e a dare finalmente il via libera alla vendetta.
A me è venuto il sospetto che torturatori “si nasce”, nel senso che ci vuole un patrimonio genetico già perverso a spianare la strada al mestiere. Perché quando tocca alle vittime non si ottiene la stessa ferocia, nemmeno volendo. C’è qualcosa in una brava persona che non ammette di procurare un danno del genere a freddo, ma neanche a caldo, nemmeno sull’onda di una rabbia improvvisa e del tutto giustificata. La tortura è un lavoro specialistico, una sincera costola del male. Bisogna esserci proprio tagliati per metterla in pratica.
Ai superstiti, condannati a vivere con il rimpianto di non aver portato a termine la vendetta, resta il riverbero di un suono. Nel caso del film di Polanski era un quartetto di Franz Schubert che il pervertito era solito ascoltare mentre torturava le sue vittime. In quello di Panahi, è qualcosa di più semplice, un rumore di passi, un ritmo sincopato di orrore inciso nel cervello che può capitarti di sentire all’improvviso, come se tutto potesse ricominciare, o non fosse mai veramente finito.
Un micidiale colpo al plesso solare, vibrato con naturalezza disarmante dopo una regia che non vuole mai calcare la mano sui fatti e di certo non indulge nel descrivere l’orrore. In quel suono di passi alle spalle, mentre sei distratto dal corso della vita, dalla velocità delle tue associazioni e dal brusio dei tuoi grattacapi giornalieri, si nasconde la possibilità di una ripetizione che può coglierti impreparato alla fuga, uno spettro che ha sostanza e strumenti per farti ancora del male.
È questo il progetto di un ordine capace di mettere la museruola a ogni forma di dissenso, e quanto siamo lontani dalla sua realizzazione?















