Talvolta l’architettura può fungere da metafora per le trasformazioni della vita e dell’anima. Gli elementi della natura sono in armonia con il singolo e possono agevolare la ricerca di comprensione di ciò che si è. Ne parla Paulo Coelho in un proprio racconto dal titolo La nostra anima è una cattedrale, in cui lo scrittore si interroga sul motivo per cui decidere di recarsi a una conferenza che deve tenere nella cattedrale di Santa Maria, pur trovando la cosa poco piacevole:

E all’improvviso [...], mi accorgo di una cosa molto importante: la cattedrale sono io, è ognuno di noi. Stiamo crescendo, cambiando forma, ci troviamo di fronte ad alcune debolezza che vanno corrette, non sempre scegliamo la soluzione migliore, ma nonostante tutto andiamo avanti, cercando di restare in piedi, dritti, per onorare non le pareti, né le porte o le finestre, ma lo spazio vuoto che c’è dentro, lo spazio dove amiamo e veneriamo ciò che ci è caro e importante.1

Le strutture mutano forma, proprio come noi. Il concetto vale forse per un materiale in particolare, il tufo: un elemento soggetto, più di altri a causa della friabilità che lo caratterizza, a continue trasformazioni in grado, anche, di raccontare la voce degli uomini e della storia, evidenziando tanti percorsi di vita. Il tufo rappresenta qualcosa che si genera e si rigenera, nasce, decade e rinasce. E questo è vero ancor di più a Napoli, una città in cui la memoria si deposita a strati e la stratificazione è visibile a occhio nudo, che sia archeologica, architettonica o sociale.

Nel tufo è scritta la storia di Napoli, delle sue viscere e della sua nascita, mitica e storica. Napoli nasce dal tufo, nel tufo e col tufo.

La città di Napoli nacque per la prima volta sul Monte Echia, un promontorio di tufo giallo, sporgenza rocciosa a picco sul mare nella zona conosciuta oggi come Pizzofalcone. Il promontorio si affaccia sul golfo di Napoli fra il borgo di Santa Lucia e la conca di Chiaia sovrastando, dall’alto, l’isolotto di Megaride.

Già l'etimologia del nome del Monte è dubbia. Alcuni studiosi credono derivi dal nome di una ninfa, Egle, altri da una derivazione da Hercli (Ercole) e altri ancora dalla trasformazione linguistica avvenuta nel tempo da Euple/Emple a Epla/Hecle/Ecla/Echa e giunta fino a Echia.

Il promontorio è il sito del primo insediamento greco nel golfo di Napoli scelto probabilmente per la sua posizione. Dall’alto del monte si scorge infatti una vista a 360 gradi della città. Nell'VIII secolo a.C. i cumani sbarcarono su queste coste stabilendo la colonia a cui è stato attribuito il nome di Parthenope, detta poi Palepolis quando poco più avanti fu fondata Neapolis. E in età imperiale il monte era parte del castrum lucullanum che ospitò i noti giardini luculliani. Sul promontorio è ancora visibile un «lembo del masso tufaceo che costituisce l’ossatura geologica originaria del sito».2

Per riuscire a scorgere la vecchia città bisogna immaginare la collina tufacea spoglia dalla visione odierna, dalla mescolanza di edifici stratificati nel tempo, di chiese, complessi monastici e castelli e priva anche della colmata ottocentesca.

All'interno del monte, poi, si aprono molte cavità abitate, secondo la tradizione napoletana, dalla preistoria all’età classica. Per questo l’antico nome del monte era Platamon, che ha il significato di “rupe scavata da grotte”, una denominazione sopravvissuta nella via alla sua base, Chiatamone.

Dal monte, inoltre, aveva origine la sorgente di un’acqua di origine vulcanica (di bicarbonato alcalino ferruginosa) nota ai napoletani come acqua ferrata o zuffregna o anche di mammare per il nome delle anfore, dette mummarelle, che venivano utilizzate per raccogliere e trasportare l’acqua e venderla ai banchi della città. La sorgente fu chiusa all’inizio degli anni Settanta del secolo scorso per il rischio di contaminazioni da colera, per essere poi restituita ai cittadini dopo ventisette anni e richiusa nel 2003. Il primo insediamento della città di Partenope è da tempo in una condizione di abbandono. La prima nascita della città è ora in un oblio contemporaneo. Da Parthenope a Palepoli fino a Neapolis e Napoli, la stratificazione di questa zona, sociale oltre che storica e architettonica, non si è mai arrestata e continua ancora oggi.

All'interno del monte di tufo resistono abitazioni, vite, che proseguono in quei vasci occupati da generazioni, in condizioni non ottimali. I resti delle ville storiche sono coperti da vegetazione incolta, sterpaglie e chiusi da catenacci. Di notte regna il buio. È un luogo isolato, trascurato e dimenticato. Una zona degradata da anni che si è tentato di riqualificare con la lunga costruzione dell’ascensore di Santa Lucia, inaugurato nel 2024, che dal Borgo di Santa Lucia consente un rapido collegamento alla cima del monte sostituendo la salita per le rampe di Pizzofalcone. Le rampe sono lasciate, così, ancora più isolate e, forse, potrebbe essersi trattato di un buon modo di tenere quei luoghi lontani dalla vista dei turisti, che godono solo della vista che ha conquistato i cumani nell’VIII secolo a.C. ignorando tutto ciò che è rimasto al di sotto di essa.

Una visione di rinascita

La storia descritta rappresenta un inizio per la città, la sua nascita nel tufo. Il tufo giallo napoletano riveste questi luoghi a lungo trascurati e in un certo senso li protegge.

Il paesaggio urbano napoletano contemporaneo rivela, con evidenza sempre maggiore, i segni di un processo di progressivo degrado mosso non tanto da spinte evolutive, ma più da derive involutive secondo quanto affermato da Costanza Caniglia Rispoli in un suo scritto su Castel dell’Ovo3. Si riscontra un deterioramento dei valori formali non attribuibile unicamente alla povertà del profilo compositivo di molta nuova edilizia, ma soprattutto alla violenza con cui le nuove costruzioni si sono inserite nel paesaggio urbano e naturale.

All’indebolimento dei valori formali si aggiunge uno sfaldamento dei significati d’uso e simbolici dei luoghi, dei percorsi e degli spazi pubblici, dovuto a una congestione del centro e a una disordinata e casuale espansione periferica. Gli spazi appaiono svuotati dalla loro funzione identitaria generando una duplice e conseguenziale perdita: da un lato si tende all’omologazione e alla perdita della reale identità e individualità della città, dall’altro si percepisce un crescente senso di disagio e di alienazione per chi abita quei luoghi-non luoghi.

Nel contesto delle trasformazioni attuali segnate dal momento storico che si sta attraversando, la città sembra mostrarsi incapace di accogliere e rispondere alle esigenze della vita collettiva. Essa non offre uno spazio condiviso ma, al contrario, respinge i propri abitanti costringendoli a rifugiarsi in una dimensione privata, nel chiuso delle abitazioni alla ricerca di uno «spazio che ciascuno vuole proprio, comprensibile e familiare e che la città sembra non sapere più offrirgli»4. È una crisi di senso che investe l’intera struttura urbana rendendola estranea, dispersiva e indifferente.

In una simile situazione urbana i tentativi di gerarchizzazione degli elementi della città, distinguendo tra edifici o elementi di arredo urbano, tra ciò che è stato edificato e ciò che è natura, perde di significato. L’armonia tra valori architettonici, funzionalità e coerenza d’uso dovrebbe costituire la base di un ambiente realmente abitabile in cui tutto possa contribuire a dare significato allo spazio in modo equilibrato. In tal modo si può aspirare a restituire all’ambiente urbano una dimensione realmente umana, in cui l’unicità dei luoghi torni a essere una qualità percepibile; un aspetto tra i più desiderati, attesi e ricercati, sebbene mal interpretato e mal perseguito nel caso in cui manchino cultura e consapevolezza a sostenere «l’istintiva esigenza di varietà ed individualità»5, come di frequente accade.

A fronte di tali criticità, ciò che urge è una nuova concezione della città, «una città che sia integrazione più che somma di parti caratterizzate; supporto vivo e stimolante più che quadro di un fluire di vita; forma formante più che plasmata; catalizzatore per l'essere più che cornice per l'esistere dell'uomo sociale».6

Sarebbe necessario, però, un ripensamento del tessuto urbano, una ristrutturazione profonda dell’uso del suolo che superi la dislocazione disordinata che attualmente interessa le attività e i flussi per giungere alla definizione di una rete coerente di spazi, usi e funzioni realmente rappresentativa e identitaria.

È proprio attraverso una ridefinizione del sistema urbano congiunta a una valorizzazione degli elementi distintivi - come attività simbolicamente e funzionalmente rilevanti - che diviene possibile trovare la chiave per affrontare la crisi della città contemporanea. Al contempo, è fondamentale la consapevolezza e la partecipazione dei cittadini, senza le quali non può essere attuato né pensato un piano realmente efficace; è essenziale il coinvolgimento della comunità nei processi di trasformazione, sviluppando e concretizzando una progettualità inclusiva che restituisca senso e coerenza allo spazio urbano. Obiettivo del piano dovrebbe essere ricostruire l’unità perduta della città con l’integrazione di sistemi di trasporto, direttrici funzionali, attività culturali e sociali e, al contempo, con il potenziamento dei legami con i luoghi simbolici, con le memorie stratificate e i percorsi pedonali che definiscono la qualità urbana.

Occorre tornare alla città stessa, alla sua potenziale ricchezza e al suo tendenziale degrado e sottolineare l’urgenza di un progetto che sappia ritrovare nei monumenti dispersi, nei tratti paesaggistici e ambientali, nella struttura stessa della città le condizioni per una nuova e autentica presenza urbana, attuale e viva, distinguibile e non omologata.7

Tra l’isolotto di Megaride e Monte Echia si snoda un filo, fatto di pietra e di memoria, che tiene insieme le molteplici anime della città e racconta la sua storia, tramandata ancora tramite leggende. Attraverso il tufo e le sue stratificazioni è possibile leggere e rimembrare le trasformazioni della città, le dominazioni a cui è stata sottoposta e i passaggi che l’hanno attraversata, restituendo ai luoghi la funzione di memoria viva per una riappropriazione della memoria stessa. È possibile una rigenerazione sociale e culturale in cui l’impegno e la proposta di associazioni, collettivi e della stessa comunità locale può trovare un terreno fertile, uno spazio fisico e simbolico per proporre nuovi modelli di convivenza urbana.

Lì dove tutto è cominciato può generarsi un nuovo inizio. Ma per coglierlo è necessario tornare a camminare quei luoghi, osservarli e ascoltare le storie nascoste e custodite dalla pietra come primo passo nella direzione di una nuova rinascita.

Note

1 Paulo Coelho, Il cerchio della felicità, La nave di Teseo, Milano 2024, p. 75.
2 Donatella Mazzoleni, Tra Castel dell’Ovo e Sant’Elmo. Napoli: il percorso delle origini, Elceta Napoli, Napoli 1995, p. 37.
3 Cfr. Costanza Caniglia Rispoli, Castel dell’Ovo, Quaderni dell’Accademia Pontaniana, Napoli 1970, pp. 64-66.
4 Costanza Caniglia Rispoli, Castel dell’Ovo, Quaderni dell’Accademia Pontaniana, Napoli 1970, pp. 64-66.
5 Ibidem. 6 Ivi, p. 68.
7 Cfr. Costanza Caniglia Rispoli, Castel dell’Ovo, Quaderni dell’Accademia Pontaniana, Napoli 1970, pp. 68-72.

Bibliografia

Bianci Rosario, Greco Gianpasquale, Castelli di Partenope: giganti di sale e tufo tra storia, arte e paesaggio, Rogiosi Editore, Napoli 2020.
Caniglia Rispoli Costanza, Castel dell’Ovo, Quaderni dell’Accademia Pontaniana, Napoli 1970.
Cardone Vito, Il tufo nudo nell’architettura napoletana, CUEN, Napoli 1990.
De Falco Renato, «La misteriosa lapide di Castel dell’ovo», in Archivio Storico per le province napoletane, 2005, vol. 123, pp. 569-571.
Mazzoleni Donatella, Tra Castel dell’Ovo e Sant’Elmo. Napoli: il percorso delle origini, Electa Napoli, Napoli 1995.