Ci piace immaginare gli scrittori come personalità assolute e distaccate dal loro tempo, immersi in un immaginario romantico nel senso più accademico del termine. Invece, da che mondo è mondo, le parole sono al servizio del resto. E questo perché le parole, fondamentalmente, sono utilizzate in ogni contesto. Farne arte è una disciplina molto più complicata di quanto non sembri. Allora ne discende che anche gli scrittori, artigiani della grammatica, siano al servizio del resto. La domanda è: ma quale resto?

Al servizio del mercato (e della sopravvivenza)

Il primo resto, quello più taciuto eppure più storicamente ovvio, è l'economia. Prima dell'invenzione del diritto d'autore, lo scrittore era al servizio diretto del mecenate. Per qualche ragione, la pratica si associa principalmente all’arte figurativa, ma già in epoca antica l’imperatore era il fulcro e il motore dell’unica letteratura possibile. Si pensi a Virgilio, Seneca, Tacito e gli altri. È un meccanismo che, dopo aver attraversato le corti medievali, trova il suo apogeo nel Rinascimento, quando figure come Lorenzo il Magnifico istituzionalizzano ulteriormente la committenza, trasformando l'opera letteraria in prodotto. L'eccellenza non fa eccezione: Ludovico Ariosto, dopotutto, non concepì l'Orlando Furioso per appagare un puro bisogno espressivo personale, ma per celebrare e servire le ambizioni politiche della famiglia d’Este.

Oggi il mecenate cambia volto e si chiama pubblico, o meglio, industria editoriale. Lo scrittore serve così il resto della catena produttiva, intercettandone i desideri, piegandosi - o ribellandosi - alle sue logiche di mercato. In questo modo alimenta una sempre più debole economia dell’attenzione in cui anche il linguaggio più puro, una volta stampato, diviene ingranaggio del sistema. Ed è a questo punto che si innesca il cortocircuito su quale sia la finalità ultima della scrittura.

La condivisione - e il conseguente guadagno -, oppure il puro esercizio stilistico fine a se stesso, tenuto sotto chiave in una splendida torre d’avorio? A ben guardare, ci sarebbe da chiedersi che senso abbia la letteratura se non quello, insito nella sua stessa natura, di essere letta. Il paradosso si annida in questa crepa: continuiamo a pretendere, con quell’ipocrisia romantica, che l’artista non debba vivere del proprio prodotto, quasi fosse l'unico lavoratore al mondo esentato dalla materialità dell'esistenza.

Al servizio della società: il ruolo di testimone

Le parole, d'altronde, servono anche a decodificare l'epoca in cui vengono scritte. Si impregnano degli umori, del clima in cui nascono e sono pensate. Lo scrittore, volente o nolente, è sempre al servizio del suo tempo, persino, o forse soprattutto, quando lo critica aspramente e tenta in ogni modo di prenderne le distanze. È il sismografo umano per eccellenza, in quanto il suo lavoro registra le vene più sotterranee ed i tremori del tessuto sociale, prima ancora che questi si manifestino.

Dante Alighieri serve l'urgenza morale e politica del suo tempo. Innalza il volgare a lingua universale mentre mappa la corruzione dilagante di un’Italia non ancora nata ma già frammentata, costringendo i suoi contemporanei a guardare in faccia le proprie colpe ed i propri possibili destini. Giacomo Leopardi presta le sue parole all'ingrato compito di smascherare le illusioni del progresso ottocentesco, dissezionando il vuoto dell'esistenza in aperto contrasto con le "magnifiche sorti e progressive" acclamate dal suo secolo. Pier Paolo Pasolini, arrivando al Novecento, usa prosa e poesia per cesellare le conseguenze della mutazione antropologica del Paese, denunciando l'avvento del consumismo con una chiaroveggenza che a molti, all'epoca, sembrava soltanto provocazione.

In questo senso, il resto a cui lo scrittore si sottomette è la storia stessa, quella intima, febbricitante e spesso brutale che scorre nella vita di tutti i giorni, dando un nome alle ansie collettive ed a tutti quei cambiamenti invisibili che la collettività attraversa ma che, per miopia, per paura, non sa ancora articolare. È proprio prestando il proprio vocabolario a questo resto che lo scrittore trasforma il caos in coscienza, permettendo a un'intera epoca di guardarsi allo specchio.

Al servizio del caos e dell'altro: l'ordine illusorio e il patto di lettura

La realtà umana, a dispetto di quanto ci ostiniamo a credere, alla perenne ricerca di un destino, è per sua natura un accumulo di frammenti dai quali è possibile ricavare un senso personale. Nelle continue precipitazioni di eventi che contraddistinguono una via umana, eventi di fatto di qualsiasi morale intrinseca, lo scrittore può intervenire per arginare la falla, mettendosi al servizio di una primordiale fame di senso.

Servendo questa strutturale necessità di un ordine, assecondando quello che il critico Frank Kermode sviscerava ne Il senso della fine, ovvero il disperato bisogno di schemi conclusivi per decodificare l'esistenza, l'autore impone la tirannia di un inizio, uno svolgimento e un epilogo. Somministra così il più potente dei sedativi, quell'illusione, circoscritta all'ecosistema di un romanzo, di una vita potenzialmente infinita che obbedisce ad una logica sensata, a un disegn razionale o, a una qualche coerenza di predestinazione.

Tuttavia, il padrone definitivo e inesorabile delle parole è chi le consuma. Bisogna quindi avere il coraggio di ammettere, riecheggiando una celebre intuizione di Jean-Paul Sartre in Che cos'è la letteratura?, che un libro chiuso e non letto, è solamente un parallelepipedo di carta. Essendo la scrittura, in radice, un atto di comunicazione differita, la sua stessa ontologia dipende strettamente dall'esistenza del recettore.

Oltre il mito romantico

Viene naturale, arrivati a questo punto, cercare disperatamente un’eccezione per salvare il mito. La mente corre subito a figure come Franz Kafka, l'archetipo del genio tormentato e solitario, colui che sul letto di morte arrivò a implorare l'amico Max Brod di dare alle fiamme i suoi manoscritti non ancora pubblicati. Un uomo completamente impermeabile alle logiche del profitto, disinteressato all'approvazione e barricato fuori dalla Storia. Che scrive solo per se stesso.

Eppure si tratta di un’ennesima illusione e questo non solo perché Kafka scriveva febbrilmente per esorcizzare il caos, caricato del peso della figura paterna, dell'assurdità della burocrazia e dell'incombenza della malattia, ma proprio perché il fatto stesso di aver affidato quei testi Max Brod, seppure con l’ordine di distruggerli, sanciva l'inevitabilità dell'altro. E, per una crudele e perfetta ironia, è stato proprio il tradimento di quell'ultima volontà a consegnarlo in pasto all’industria editoriale del Novecento. La sua presunta fuga dal sistema si è trasformata, di fatto, nella più formidabile e redditizia mossa di mercato, consacrando il kafkiano a simbolo. Nessuno, in fondo, sfugge al resto.

Ecco perché dismettere una volta per tutte la stucchevole narrazione dello scrittore come genio etereo, magicamente svincolato dalla polvere del mondo, non sminuisce affatto la caratura della letteratura. Al contrario la emancipa e ne restituisce una più autentica e ruvida dignità.