Per diverse ragioni storiche e culturali, il mondo arabo è, pur nella sua vicinanza geografica, ancora esotico agli occhi dell'Occidentale medio. Luoghi comuni ancora piuttosto diffusi, che spesso hanno origine da una matrice religiosa che affonda le sue origini sin dall'alba dell'espansione islamica del VII secolo, e che ancora oggi vengono cavalcati a livello politico, impediscono una comprensione più profonda del mosaico complessivo del quale sono composti i paesi di lingua araba.
Uno di questi (al di là dell'equivalenza di arabo con musulmano) è certamente l'idea secondo la quale il mondo arabo cambia poco dal Marocco e dalla Mauritania all'Iraq e al Kuwait. Niente di più lontano dalla realtà: tralasciando discorsi di natura geopolitica (influenzati tuttavia anche da questa dinamica), la lingua araba, il cui standard, basato sulla forma utilizzata per redigere il Corano, che risale ovviamente all'epoca delle conquiste iniziate subito dopo la morte di Maometto (632), non è utilizzato nella vita quotidiana.
Riprendendo il classico schema di Badawī (Mustawayāt al-ʻArabīyah al-muʻāṣirah fī Miṣr: baḥth fī ʻalāqat al-lughah bi-al-ḥaḍārah, 1973), sebbene ritenuto oggi un po' datato, che mostra in cinque livelli la variazione linguistica in uso in Egitto, dalla popolazione meno colta, risultano scarsamente intelligibili da parlanti provenienti da altre zone dell'ecumene arabofona, specialmente da quelle più lontane da quella del singolo parlante.
Ciò vale in modo particolare per l'arabo maghrebino, il quale forma una delle cinque suddivisioni principali di arabo parlato: assieme a quest'ultimo, il peninsulare (che comprende le varietà del Golfo); il mesopotamico comprendente i dialetti iracheni; nonché quelli che sono considerati maggiormente prestigiosi, comprensibili più o meno da tutti gli arabofoni in primis per via della loro influenza nella musica e nel cinema, ovvero l'egiziano e il levantino (con quest'ultimo diffuso tra Siria, Libano, Giordania e Palestina).
Queste varietà risentono del sostrato delle lingue precedentemente parlate nello spazio arabofono (l'aramaico nel caso del levantino e del mesopotamico, il copto in quello egiziano, l'amazigh in Nord Africa), ma anche dalle influenze successive al frazionamento dei califfati omayyade e abbaside, ad esempio i prestiti turchi nel Levante e in Egitto o francesi nel Maghreb (oltre che in Libano, paese dove si assiste a un'alternanza - detta in linguistica code-switching - tra arabo, francese e inglese), nonché delle forme di arabo che si sono diffuse durante le conquiste del VII secolo: infatti, a dispetto della credenza comune, in primis quella degli stessi nativi, l'arabo parlato nella vita quotidiana, declinato in modi diversi in base al luogo (ci sono differenze anche all'interno del paese, la cui varietà di prestigio è spesso quella della capitale), non discende da quello coranico, che è una lingua codificata, uno standard ideale che i fedeli musulmani - non solo arabi - ritengono essere quella perfetta, prova stessa dell'esistenza di Dio.
Quella in uso nel mondo arabo è un esempio di diglossia, termine coniato dallo scrittore, giornalista e traduttore greco Emmanuil Roidis (1836-1904) in riferimento alla situazione in uso nel suo paese (il greco arcaizzante usato nei contesti ufficiali - detto katharevousa - e quello parlato quotidianamente che poi sarà la base di quello oggi in uso in Grecia dal 1976), nella quale appunto c'è una contrapposizione tra la lingua utilizzata nei contesti ufficiali e formali, e quella del quotidiano.
Sono due piani strettamente intrecciati, nel quale l'arabo standard basato sulla lingua coranica è uno dei principali collanti della stessa identità pan-araba (sebbene, come detto, non unitaria): i maltesi, che a livello tassonomico parlano una lingua appartenente al gruppo maghrebino, che nello specifico, discende dall'arabo parlato in Sicilia, alla quale Malta è appartenuta per secoli, introdotto sull'isola durante l'epoca della dominazione islamica tra il IX e l'XI secolo, molto prossimo alle varietà della Tunisia, hanno assunto un'identità distinta, anche perché cristianizzati dopo la conquista normanna.
Dal 1934 il maltese (che ad esempio, per mostrare questa cristianizzazione, usa la parola Randan, derivata da Ramadan, per indicare la Quaresima) è tecnicamente l'unica forma di arabo parlato ad avere uno status ufficiale, slegato da ogni legame con il fuṣḥā (la "lingua pura"), cioè l'arabo standard, che gli studiosi, soprattutto occidentali, distinguono in due forme diverse: quella tradizionale - del Corano, della letteratura religiosa e di quella medievale - e quella sviluppatasi tra il XIX e il XX secolo, quella effettivamente in uso a livello ufficiale, nota con gli acronimi inglesi di MSA (Modern Standard Arabic) e, sebbene di uso meno comune, di MWA (Modern Written Arabic).
Questo è solo un tassello per comprendere quanto l'insieme dei paesi arabi sia in realtà una realtà complessa, per niente monolite: per dire un'ovvietà che è tale soltanto apparentemente, un palestinese non è un egiziano, così come quest'ultimo non è un marocchino, un iracheno, uno yemenita o un sudanese. E, nello specifico, per quanto riguarda una migliore conoscenza di ciò che è l'arabo parlato (che varia, ad esempio nel Levante, anche tra confessioni religiose e nella dicotomia sedentari/non-sedentari), in lingua italiana rimando al volume di Olivier Durand, Dialettologia araba (2a ed.; Carocci, Roma, 2018).















