La nostra civiltà riposa su uno zoccolo di barbarie. La resistenza alla crudeltà del mondo e la resistenza alla barbarie umana sono i due volti dell’etica. La sua domanda principale è di non essere crudeli e di non essere barbari. Ci chiama alla tolleranza, alla compassione, alla mansuetudine, alla misericordia.
(…) Resistere al male, resistere alla crudeltà significa resistere a ciò che separa, a ciò che allontana, sapendo che queste cose vinceranno alla fine la partita, resistere a tutte le barbarie nate dalla mente umana, difendere il fragile, il perituro, sorridere al sorriso, consolare le lacrime… resistere a noi stessi, alla nostra meschineria, alla nostra indifferenza, alla nostra lassezza e al nostro scoramento.
La resistenza alla crudeltà del mondo necessita di una accettazione del mondo. L’etica della resistenza è anche un’etica di accettazione che, sola, permette la resistenza.
(Edgar Morin, Etica. Il Metodo vol. 6)
La scomparsa di Edgar Morin ci raggiunge con una tristezza profonda, ma anche con un sentimento di immensa gratitudine.
Morin non è stato soltanto uno dei più grandi pensatori del nostro tempo. È stato un punto di riferimento essenziale per tutti noi: una presenza intellettuale, etica e simbolica che ha accompagnato il nostro percorso e che continuerà a orientarlo.
Morin ha attraversato con la sua vita più di un secolo di storia senza mai smettere di pensare il presente. Nato nel 1921, entrato nella Resistenza durante la Seconda guerra mondiale, sociologo, filosofo, antropologo, epistemologo, osservatore della cultura di massa, dell’educazione, dell’ecologia, dell’Europa e della crisi planetaria, ha sempre rifiutato ogni forma di pensiero chiuso.
La sua opera ha cercato continuamente di ricucire ciò che la modernità aveva separato: individuo e società, ragione e passione, scienza e umanesimo, conoscenza e vita, etica e politica.
Per Morin, il pensiero non è mai stato un esercizio astratto. È stato un modo di stare nel mondo, di comprenderne le contraddizioni, di riconoscerne le ambivalenze, di agire senza pretendere di eliminarne l’incertezza.
Per questo il suo pensiero resta così attuale. Perché non ci offre formule, ma un metodo. Non ci consegna certezze rassicuranti, ma strumenti per abitare un tempo in cui le certezze si frantumano.
Il Metodo come opera viva
La sua grande opera, Il Metodo, resta uno dei tentativi più vasti e radicali di ripensare la conoscenza. Nei sei volumi che la compongono — La natura della natura, La vita della vita, La conoscenza della conoscenza, Le idee, L’identità umana, Etica — Morin non ha costruito un sistema chiuso, ma un cammino. Un cammino di ricerca, di riorganizzazione del pensiero, di apertura all’interdipendenza dei fenomeni. Un’opera che insegna a non separare ciò che è connesso, a non ridurre ciò che è multidimensionale, a non eliminare le contraddizioni, ma ad abitarle con lucidità.
Affrontare, oggi, la lettura dei sei volumi del Metodo non è solo un modo per tornare alle radici del pensiero complesso. È anche un modo per interrogarne l’attualità, con un attraversamento che sia vivo: una riflessione su ciò che il pensiero di Morin continua a dire alle nostre organizzazioni, alle nostre comunità, alla nostra vita quotidiana, in un tempo segnato da incertezza, frammentazione, crisi ecologiche, trasformazioni tecnologiche e nuove forme di disorientamento.
Morin ci ha insegnato che la complessità è un modo di pensare, di conoscere, di agire. È la capacità di riconoscere le interdipendenze, le retroazioni, le ambivalenze, gli effetti inattesi delle nostre azioni. È la consapevolezza che ogni fenomeno umano contiene dimensioni biologiche, culturali, sociali, storiche, affettive, simboliche. È l’invito a non cedere al pensiero binario, alla semplificazione aggressiva, alla chiusura identitaria. In questo senso, la complessità non è mai stata per Morin una teoria neutra. È stata una forma di responsabilità. Comprendere la complessità del reale significa anche resistere alla tentazione di ridurlo, deformarlo, manipolarlo, trasformarlo in ideologia.
Coltivare la resistenza dello spirito
Negli ultimi anni, Morin ha continuato a osservare con lucidità le crisi del nostro tempo: crisi ecologiche, economiche, politiche, sociali, democratiche, antropologiche. In uno dei suoi ultimi interventi, ha consegnato un messaggio che oggi appare come una vera eredità. Di fronte a una policrisi planetaria che sembra trascinarci verso il disastro, Morin non invitava né all’ottimismo ingenuo né alla rassegnazione. Invitava alla resistenza.
La prima resistenza, scriveva, è quella dello spirito: resistere alle menzogne presentate come verità, alle ubriacature collettive, all’odio, al disprezzo, alla responsabilità attribuita indistintamente a un popolo o a un’etnia. Resistere significa accettare la fatica di comprendere la complessità dei problemi, senza cedere a visioni parziali o unilaterali. Significa cercare, verificare, accettare l’incertezza.
È un messaggio profondamente vicino al lavoro che svolgo ogni giorno. Perché educare alla complessità significa anche educare a questa forma di resistenza: una resistenza cognitiva, etica, relazionale. Una resistenza al pensiero cieco, al calcolo senza comprensione, alla separazione dei saperi, alla perdita dei legami.
Dallo spirito alle azioni concrete
Ma per Morin la resistenza non resta soltanto interiore: deve diventare anche azione concreta. Morin ci parla della necessità di creare e salvaguardare oasi di comunità, reti di economia sociale e solidale, coordinamenti di associazioni dedicate alla solidarietà e al rifiuto dell’odio. La resistenza prepara così le giovani generazioni a pensare e ad agire per le forze dell’unione, della fraternità, della vita e dell’amore, contro le forze della disintegrazione, del conflitto e della morte.
Questa indicazione ci riguarda da vicino. Perché il pensiero complesso non vive soltanto nei libri, nei convegni, nei percorsi formativi. Vive ogni volta che una comunità prova a ricostruire legami, ogni volta che un’organizzazione sceglie di non ridurre le persone a funzioni, ogni volta che l’educazione diventa occasione per collegare, comprendere, trasformare.
Un’eredità che continua
Ricordare Edgar Morin significa allora molto più che rendere omaggio a un grande autore. Significa chiederci che cosa fare della sua eredità. Significa continuare a lavorare per una riforma del pensiero e dell’educazione. Significa coltivare una conoscenza capace di legare, una cultura capace di comprendere, una responsabilità capace di agire nell’incertezza.
Edgar Morin continuerà ad accompagnarci attraverso i suoi libri, le sue domande, il suo invito a pensare insieme ciò che spesso viene pensato separatamente. La sua voce ci lascia un compito: non semplificare il mondo per renderlo più comodo, ma imparare ad abitarne la complessità per renderlo più umano. E continuare, anche nei tempi più difficili, a coltivare la resistenza dello spirito e le azioni concrete che prendono le parti della vita. Con profonda gratitudine.














