Per capire il destino dei nostri cari compagni di vita dopo la morte, dobbiamo partire dagli studi di Ernesto Bozzano e di altri studiosi di zooparapsicologia sull’argomento propedeutico a questo tema, ossia i nostri animali domestici hanno un’anima?
Ernesto Bozzano in un suo noto testo tenta di rispondere a questa domanda e in questo specifico passo parla dei cosiddetti fantasmi animali:
Per un'altra classe della fenomenologia in esame, e più precisamente per quella delle apparizioni di fantasmi animali, si presuppone un fenomeno di allucinazione pura e semplice da parte dell'individuo percipiente. Altra ipotesi insostenibile in base all'analisi comparata dei fatti, i quali testificano come ben sovente i fantasmi animali vengano percepiti collettivamente o successivamente da parecchie persone; e, quel che più importa, vengano identificati con animali vissuti e morti in quella medesima località, e tutto ciò mentre i percipienti ignoravano che fossero esistiti gli animali visualizzati.
In base a tali risultanze è forza concluderne che in tesi generale le due ipotesi esposte debbono considerarsi insufficienti a dare ragione dei fatti; conclusione che riveste importanza grande, poiché equivale ad ammettere l'esistenza di una subcoscienza animale depositaria delle medesime facoltà supernormali esistenti nella subcoscienza umana; come pure, equivale a riconoscere la possibilità della esistenza di apparizioni veridiche di fantasmi animali”.1
Se c’è un’anima esiste anche un post mortem per i nostri animali domestici e questo è testimoniato dalla letteratura di zooparapsicologia che ci riferisce l’apparizione di numerosi animali domestici, spesso cani, sotto forma di fantasmi animali visti sia da singoli individui che collettivamente e talvolta ritratti in foto.
Citerò a questo punto un’interessante testimonianza tratta dal libro di Ernesto Bozzano CASO 15 - Lo tolgo dal Light (1935, pag. 582). Mr. J.M. Hoylack (Cheshire - England) riferisce:
Nell'estate del 1913 io risiedevo a Frodshan (Cheshire), e possedevo una cagna "bull-dog" alla quale ero profondamente affezionato. Aveva tredici anni, ed era mal ridotta per gli acciacchi della vecchiaia, ma soprattutto era malferma sulle gambe. «Un mattino mi recai con gli altri cani a fare una lunga passeggiata, lasciando la vecchia cagna accoccolata in un angolo della sala. «Mi ero già molto allontanato da casa, e stavo traversando un terreno accidentato ed aspro, quando vidi venirmi incontro sveltamente al galoppo, piena di vigore e di vita, la cagna in questione. Ne rimasi sbalordito, e quando mi giunse vicino le indirizzai parole di rallegramento, ma me la vidi sparire dinanzi! Quando ciò avvenne, era a tre o quattro metri da me. «Feci ritorno a casa, chiedendo subito della cagna. L'avevano vista inoltrarsi stentatamente dentro una folta macchia di cespugli, e qui, infatti, la rinvenimmo morta».
Nel caso esposto è suggestiva la circostanza di una vecchia cagna malferma sulle gambe, la quale si manifesta al percipiente correndo sveltamente al galoppo, dando prova di vigoria giovanile. Si direbbe che il "corpo eterico" di lei, liberatosi dagli impedimenti di un "corpo somatico" decrepito, sia tornato giovane all'istante, ponendola in grado di manifestarsi al padrone in pieno possesso delle ricuperate energie. Nel qual caso non si tratterebbe più di un fenomeno telepatico al momento della morte (vale a dire, in cui l'agente era ancora in vita), bensì di una "apparizione post-mortem" dell'animale agente.2
Dalla letteratura di parapsicologia sappiamo però che il cosiddetto “fantasma”, sia animale che umano, è uno stato transitorio dell’essere verso l’aldilà e non uno stato definitivo. Si pensa infatti che il cosiddetto fantasma rimanga nella dimensione terrena solo per un certo numero di anni o di secoli e che poi migri verso il “regno dei morti”. Quindi sappiamo dalle numerose apparizioni ectoplasmatiche animali che i nostri cari compagni di vita hanno sicuramente un’anima che gli permette di sopravvivere alla morte. Ma ci sono ancora dei quesiti sull’argomento che rimangono insoluti. Dopo questo stadio ectoplasmatico questi animali dove migrano? Gli altri animali che non subiscono il processo ectoplasmatico dove approdano dopo la morte?
Per rispondere alla prima domanda non è semplice, ma come sopracitato questi spiriti non soggiornano in eterno sulla terra, ma dopo un determinato tempo giungono nel luogo del riposo eterno.
Uno dei possibili destini dei nostri amici (animali) dopo la morte è il ponte dell’arcobaleno. Non tutti però sanno da dove trae origine questa espressione. Le sue radici affondano i tempi lontani, più verosimilmente in una leggenda tramandata nei secoli dai Nativi americani secondo i quali il ponte dell’arcobaleno sarebbe un passaggio che i cani attraversano nel momento della morte per raggiungere il loro paradiso. Al di là del ponte ci sono prati e colline in cui correre e giocare felici, cibo ed acqua in abbondanza. Non ci sono malattie né sofferenza, gli animali anziani o malati in vita riacquistano forza e salute.
In questo paradiso, gli animali vivono con gioia e spensieratezza, tranne che per una cosa: coloro che hanno lasciato sulla terra un umano amato, sentono la sua mancanza. Aspettano con pazienza e guardano ogni tanto verso il ponte dell’arcobaleno, in attesa che il loro umano un giorno si presenti sul ponte e possano ricongiungersi, restando insieme per l’eternità.
Nel buddismo, invece, si crede che lo spirito di un animale rimanga sulla Terra per sette giorni dopo la morte. Durante questo periodo, può tentare di comunicare con i propri cari che sono rimasti a piangere la sua dipartita. Ma una volta trascorsi quei sette giorni, lo spirito si sposta in un altro corpo e inizia una nuova vita.
Quindi nel buddismo anche gli animali sono soggetti al Samsara, il ciclo delle reincarnazioni. Dunque, gli animali hanno un’anima che dopo la morte torna ad abitare un nuovo corpo, con la rinnovata possibilità di dare e ricevere amore.
Note
1 Bozzano E., Gli animali hanno un’anima?, Armenia Editore, Milano 1975, pp. 2-5.
2 Bozzano E., Gli animali hanno un’anima?, Armenia Editore, Milano 1975, pp. 9.














