La libertà di essere soli avendo tutto, Kubrick l’aveva già annusata, e non aveva certo bisogno di due mila follower che lo seguissero per intuire di aver capito.

Vi è mai capitato di stare a letto o sul divano, a guardare per la milionesima volta un vecchio film di fantascienza di cui conoscete ogni battuta e pensare: “Porca miseriaccia”, ma com’è che non mi sono mai accorto che quel pazzo di Kubrick o di Wells (per non citare Orwell) aveva già capito come saremmo diventati?”.

Magari non vi sarà capitato di dire “miseriaccia”, e soprattutto di dirlo con la voce di Ronald Weasley di Harry Potter, ma sicuramente vi sarà rimbalzato in testa un pensiero simile, senza poterlo nemmeno condividere con chi vi sta accanto perché, nel frattempo, si è addormentato.

Se anche a voi è capitato di navigare di notte, nel letto o sul divano, alla ricerca del vostro io futuristico, allora vale la pena analizzare questa intuizione maturata nel subconscio e provare a collegare i puntini etico‑sociali per capire chi, più di tutti, ci aveva visto lungo. Chi ha intrapreso il giusto viaggio distopico per poter raccontare coscienziosamente alle generazioni future che cosa e come avrebbero dovuto affrontare il relitto societario che noi stessi abbiamo contribuito a costruire?

Il mio pensiero raccapricciante, in questi ultimi anni, devo essere sincero, si è sempre focalizzato di più su quello che ha scritto il maledetto Orwell in 1984, dove ci aveva già inquadrati, anzi ci aveva studiati e messi sotto vetro per capire al microscopio dove saremmo potuti andare.

Ma poi, leggendo in giro commenti di professionisti del settore, ho intuito che forse il suo pensiero era troppo oggettivo per il Novecento e poco soggettivo per chi ha passato la soglia del Duemila. Orwell immaginava un potere che controlla attraverso la paura; la nostra società, invece, si è trasformata prendendo i binari di una realtà non orwelliana nel senso classico. Di fatto non c’è, almeno per ora, un “Grande Fratello” che punisce, controlla e intima, ma l’approccio scelto per scardinare le nostre coscienze è stato qualcosa di più intimo, più mentale, più seducente.

Andando avanti nella nostra analisi, non è difficile prendere come esempio quei mondi che credevamo contaminati dalla finzione, ma che invece si sono rivelati più reali della realtà. Certo potremmo un domani ritrovarci a ammazzare a colpi di fucili al plasma colonie d’insetti alla Starship troopers, ma cercando di restare umani per razionalizzare problemi umani, direi di investigare sulle cause e gli eventi più strettamente correlati a un quadro reale delle cose che ci hanno catapultato nella sinettica descritta nel passato.

Oggi non abbiamo bisogno di immaginare replicanti, mutanti o robot senzienti per capire che il futuro è già presente: basta osservare come viviamo, desideriamo, consumiamo, ci relazioniamo. In Blade Runner, Quarto potere, Io, Robot e soprattutto Arancia meccanica appare evidente che non si tratta di esercizi di immaginazione, ma di vere e proprie diagnosi profetiche.

Ed è qui che dobbiamo ringraziare Bauman, che ci ha spiegato come la modernità, diventata liquida e interconnessa, abbia dissolto i legami reali, quelli in presenza. La realtà che si liquefa produce individui sradicati, costretti a costruire identità instabili in un contesto di iperconsumo. È esattamente ciò che vediamo in Blade Runner: identità replicate come costrutti tecnologici, memoria manipolabile ed emulata, empatia ridotta a un lusso.

In Quarto potere ci avevano già mostrato come l’informazione potesse trasformarsi in un’arma di potere e manipolazione.

Oggi la verità è sostituita dalla verosimiglianza; l’informazione diventa spettacolo grazie agli input tecnologici che modellano un’opinione pubblica cucita a doppio filo da algoritmi che decidono ciò che abbiamo bisogno di divulgare — vedi Corona e Falsissimo — senza entrare nel merito della moralità dei contenuti.

In Io, Robot, la delega delle responsabilità alla tecnologia produce individui incapaci di assumersi responsabilità e individui umani abituati a dare ordini, a trattare altri come schiavi — come la storia ci insegna. Accade quando affidiamo scelte, emozioni e conflitti a sistemi digitali che anticipano i nostri bisogni e riducono la nostra capacità decisionale, scegliendo logicamente, ciò che è meglio per la loro sopravvivenza. Ma, signore e signori, riprendendo il mio personalissimo delirio mentre nel letto rivedevo Arancia meccanica, minando consapevolmente alla mia fase R.E.M., sono arrivato a una conclusione banale:

E se ci trovassimo esattamente nel punto storico raccontato da Kubrick e poi dimenticato? Se volessimo paragonare le giovani generazioni — Z, Y, 0 più o meno infinito — ad Alex e ai suoi drughi? La realtà è che i drughi non sono sbucati dal nulla, sono semplicemente persone che diventano personaggi vuoti e soli. La loro violenza è un linguaggio identitario, un’estetica, un modo di occupare lo spazio sociale in assenza di alternative.

Oggi ritroviamo quella stessa logica nella spettacolarizzazione digitale delle risse, nella cultura del possesso che alimenta comportamenti aggressivi verso le donne, nell’uso di sostanze come modulazione emotiva, nella ricchezza precoce che sostituisce il riconoscimento, nella famiglia trasformata in un’azienda logistica, dove l’affetto viene delegato a oggetti e servizi.

La sociologia della famiglia ci mostra che la solitudine cresce in proporzione al benessere, producendo quindi giovani formalmente liberi ma interiormente disorientati. E con tutti i futuri possibili che potevano capitarci, siamo finiti proprio nel mondo di Arancia meccanica, un mondo non povero, ma nemmeno troppo pieno e quindi privo di senso? Se proiettassimo queste dinamiche verso il 2070, cosa otterremmo? Una generazione post-umana: identità aumentate, realtà ibride, emozioni modulabili, memoria estesa artificialmente, relazioni intermittenti e reversibili, famiglie funzionali ma non affettive, giovani ricchi di possibilità ma poveri di legami.

La vera profezia di Kubrick non riguarda coltelli, droghe o auto sportive, ma la rappresentazione di una gioventù lasciata sola in un mondo che offre tutto tranne un senso. Quando la tecnologia amplifica l’individuo, la comunità si dissolve, si frammenta, è incapace di scegliere e di sentire, vi ricorda qualcosa?! L’arma diventa un simbolo, un’estensione dell’ego.

Sporchiamoci un po’ le mani e analizziamo perché i drughi facevano ciò che facevano, senza limitarci a definirli un gruppo di violenti pazzoidi. Se queste restano semplici e superficiali congetture, confrontiamo i prototipi delle serate raccontate da Alex e compagni e proviamo a intrecciarli con i fattori contemporanei della nostra società.

1. Armi bianche: dai coltelli dei drughi ai coltelli degli adolescenti

Nel film, Alex e i suoi compagni girano con coltelli, bastoni, catene: strumenti di ferita, certo, ma soprattutto di identità.

Nella cronaca, i minorenni segnalati per porto di armi improprie sono passati da 778 nel 2019 a 1.946 nel 2024. A Milano, La Spezia, Napoli, gli accoltellamenti tra studenti avvengono davanti alle scuole.

L’analogia è evidente: la lama non è difesa, è appartenenza.

2. Risse come spettacolo: la “serata” dei drughi e i video sui social

Nel film, Alex dirige la violenza come un maestro d’intrattenimento.

Nella realtà, quasi il 40% degli studenti tra i 15 e i 19 anni ha partecipato a risse, molte delle quali filmate e pubblicate sui social.

La violenza diventa contenuto, trofeo digitale. Esattamente come nel film.

3. Aggressioni di gruppo: dalle spedizioni punitive alle baby gang

Alex guida spedizioni notturne contro senzatetto, rivali, famiglie isolate.

Oggi aumentano le baby gang che aggrediscono coetanei o adulti per estorsioni, minacce, “prove di coraggio”.

Il branco amplifica la violenza e dissolve la responsabilità.

4. Violenza sulle donne: dominio, non desiderio

In Arancia meccanica, la violenza sessuale è potere.

Nella cronaca, crescono gli stupri di gruppo commessi da giovanissimi, spesso filmati. La pornografia estrema e l’assenza di educazione affettiva distorcono la relazione: il corpo femminile torna a essere territorio di dominio.

A Palermo, nel 2023, un gruppo di ragazzi ha stuprato una coetanea filmando tutto. A Caivano, due cugine di 10 e 12 anni sono state abusate da adolescenti. A Milano, una ragazza è stata aggredita “perché non rispondeva ai messaggi”.

La logica è la stessa: non desiderio, ma potere.

5. Droghe come carburante identitario

Il latte+ del film non è fuga: è potenziamento.

Oggi, tra i giovani aumentano cocaina, ketamina, MDMA, psicofarmaci abusati. La sostanza diventa un software emotivo: serve a modulare la performance sociale.

A Bologna un quindicenne è finito in coma etilico dopo aver mischiato alcol e benzodiazepine; a Firenze un gruppo di sedicenni è stato ricoverato per overdose da ketamina.

Esattamente come nel film: non evasione, ma amplificazione.

6. Genitori assenti, istituzioni inefficaci

Nel film, i genitori di Alex sono presenti ma inutili; lo Stato interviene solo quando è troppo tardi.

Oggi psicologi e neuropsichiatri segnalano genitori assenti, adolescenti lasciati soli con smartphone e denaro, scuole incapaci di contenere, tribunali minorili sovraccarichi.

La gioventù non è cattiva: è sola.

Cronache recenti che sembrano provenire direttamente da un bollettino di Arancia Meccanica

A Napoli, un sedicenne è stato accoltellato fuori da scuola per una lite nata sui social.

A Torino, un quattordicenne girava con un machete “perché lo portano tutti”.

A Milano, la polizia ha sequestrato oltre 300 armi bianche a minorenni in un anno.

A Bari, una madre ha scoperto che il figlio partecipava a spedizioni punitive “perché non sapeva cosa fare”.

A Milano, un tredicenne spacciava per comprare vestiti firmati.

Non sono eccezioni: sono sintomi.

Il 2070 è già qui

La vera profezia di Kubrick non riguarda coltelli, droghe o auto sportive, ma la rappresentazione di una gioventù lasciata a se stessa cercando senza esperienza un senso che nessuno le ha raccontato. Quando la società smette di educare, i giovani diventano meccanici; quando il benessere non è accompagnato da valori e la tecnologia amplifica l’individuo, la comunità si dissolve.

Il rischio del 2070 non è un’umanità più violenta, ma un’umanità più anestetizzata, frammentata, incapace di scegliere e di sentire. Non di diventare come i drughi, ma come Alex prima e dopo la cura: perfettamente adattati, perfettamente vuoti.

Che cosa resta allora delle istruzioni per governare il futuro che avremmo dovuto ascoltare?

Quasi nulla. Ci restano gli occhi per guardare dal divano un mondo che scivola via, mentre fingiamo stupore per ciò che era stato già previsto e filmato mezzo secolo fa.

Kubrick non aveva sbagliato il futuro. Siamo noi che forse abbiamo sbagliato il presente.