“Fatti uno sbiancamento che non ti si può abbassare quella mutanda che fai schifo”. Questo è solo uno dei tantissimi, tremendi, commenti che si possono leggere sotto un post di una giornalista italiana, Francesca Moriero. Non c’è nulla che possa giustificare reazioni del genere. Nessuna opinione, neanche quella più in controtendenza che si possa immaginare. Eppure, di questi casi il web, e in particolar modo i social network, ne è pieno. Un’orda di mostri digitali con la bava alla bocca che infesta quello che dovrebbe essere un dibattito pubblico. Certamente digitale e senza confini, ma pur sempre un luogo di confronto.
C’è un problema di fondo, un ingranaggio che rompe il sistema ancor prima di provare ad attivarlo: la deresponsabilizzazione. Sul web, infatti, ognuno è libero di scrivere e dire qualsiasi cosa, senza alcuna responsabilità, senza alcun freno, senza in realtà neanche nessuna faccia. È vero, i social danno la possibilità di inserire nome e foto profilo, ma questo non basta per ricreare la reale materia della persona. Deresponsabilizzazione e impersonificazione sono le due fondamenta del sistema social-web.
Ognuno, grazie a un clic e a un paio di dita che pigiano su uno schermo touchscreen, finisce di essere persona e diventa “utente”. Rabbia, violenza verbale ma anche disinformazione e spettacolarizzazione di violenza e sesso. Ciò che una volta era intimo, o addirittura nascosto, adesso è alla luce del sole per la chiara volontà dei protagonisti. Sempre più risse vengono pubblicate sui social per essere viste, non condannate. Sempre più giovani mettono in bella mostra il proprio corpo per ricavarne profitto.
Sempre più utenti utilizzano un linguaggio diretto per mostrare le proprie “vittorie”, tanto negli scontri in strada a suon di coltelli quanto in discoteca a suon di conquiste di ragazze da portarsi a letto. La nuova frontiera dei social, infatti, sembra essere anche quella degli “influencer” che si mostrano sotto le coperte con le ragazze appena corteggiate vantando e sponsorizzando la loro personalissima strategia per il filtro dell’amore.
Sul web nulla ha più sostanza, tutto è forma, oggetto, vetrina. Ma chi gestisce questo immenso circo? Chi decide quando si è superato il limite e quando c’è necessità di una punizione? Ma, soprattutto, quanto i governi nazionali possono imporre il proprio potere su sistemi che coinvolgono il mondo intero e che, di fatto, sono a gestione privata?
In un mare magnum di contenuti ci si può trovare ad avere a che fare con una censura ad intermittenza che a volte si attiva per intercessione dell’avvocatura, altre volte per i sistemi interni di filtraggio. Abbiamo assistito, ad esempio, ai casi di oscuramento dei profili di Fabrizio Corona e del video dello storico Alessandro Barbero in cui si esponeva sul referendum in Italia per la Giustizia, ma restano ancora nell’oblio milioni di commenti che quotidianamente dovrebbero essere rimossi e che invece vivono sulle piattaforme.
I sistemi di filtraggio dei social network si sono dimostrati inefficaci. TikTok, ad esempio, può censurare una scena di una festa tradizionale che identifica come incitamento alla violenza, ma lascia visibile il video di alcuni ragazzini che si sentono soddisfatti per l’arresto, un’esperienza di vita che per loro è un vanto e non un disonore. Forse, quindi, la misura ora è davvero colma. Non si può più tollerare che sui social i diritti e i doveri di un cittadino siano congelati mentre nella vita reale tutto scorre come se nulla fosse.
Il disallineamento tra l'online e l'offline è un problema gravissimo che i governanti di tutto il mondo dovranno affrontare prima o poi. Allargando le maglie delle normative in merito, principalmente. In Italia, ad esempio, da anni esiste lo strumento del “DASPO” urbano e/o sportivo, ovvero l’allontanamento per diversi anni da una zona o dalle manifestazioni sportive per gravi inadempienze. Perché non pensare allora anche ad un DASPO virtuale? Perché non istituire un programma di controllo continuo che porti gli utenti a scontrarsi con le conseguenze delle proprie parole?
Allontanare i leoni da tastiera e gli odiatori seriali dal web e dai social network forse potrebbe contribuire a pulire questo grande mare inquinato. Difficile? Certamente, tantissimo. Impossibile? No, se la politica intende impegnarsi.
Non bisogna dimenticare, infatti, che spesso sono proprio i partiti a beneficiare di questa deriva comunicativa, raccogliendo consensi da utenti-cittadini vulnerabili che, se stimolati a dovere, possono trasformare la loro rabbia social in preferenze reali nelle cabine elettorali. La comunicazione di massa è cambiata, i politici lo sanno e si adattano. Un’intervista rilasciata in tv ormai viene rimbalzata sui social alla velocità della luce e spesso in forma ridotta e ridimensionata. In Italia le notizie viaggiano più sul web che in edicola.
Il Fatto Quotidiano, a un certo punto, ha raggiunto 218mila copie digitali superando quelle in edicola. Anche quotidiani iconici come il Corriere della Sera e Repubblica riservano una grande fetta di spazio all’informazione digitale. Tutti, però, devono fare i conti con Meta, l’azienda proprietaria di Facebook e Instagram, i due colossi del mondo social assieme a X e TikTok. I contenuti sono diffusi dai mass media, ma le regole le fanno le aziende della BigTech.
Algoritmi, inserzioni, censure. Di recente, è bene ricordarlo, Meta ha deciso di sospendere all’interno dell’Unione Europea la possibilità di pagare inserzioni per sponsorizzare tematiche sociali o politiche. Anche in questo caso i mass media si sono dovuti adattare e scegliere cosa comunicare e come farlo. Un caso atipico, forse, è quello del Belgio, dove i media radiotelevisivi applicano una specie di filtro mediatico per limitare la presenza e la visibilità dei politici con idee razziste o antidemocratiche.
Soprattutto nelle regioni in lingua francese, i politici che hanno idee estremiste non hanno un accesso libero ai media di massa e lo stesso vale per tutti quegli esponenti pubblici che affermano o dichiarano cose che non possono essere immediatamente contestate e analizzate. C’è chi potrebbe obiettare che è una contrazione della libertà di espressione. Diffondere idee false e tendenziose, non è forse, allo stesso modo, una manipolazione della libertà di pensiero? Per limitare la potenza dei social bisogna conoscerne il funzionamento. Ma, purtroppo, lo stesso vale anche se si vuole sfruttare tutte le occasioni concesse da questi sistemi malsani.
Negli anni sono state studiate vere e proprie tecniche di comunicazione invasiva e violenta. C’è la cosiddetta reigebetting (o rage baiting), ovvero la pratica di pubblicare provocatoriamente post che stimolano gli utenti a rispondere in maniera rabbiosa e violenta. L’algoritmo, che premia la quantità e non la qualità, si accorge di questo flusso potente di commenti e condivisioni e rimbalza il post in ogni bacheca.
C’è poi il fenomeno delle troll farm, cioè organizzazioni formate da persone che vengono pagate per manipolare l'opinione pubblica online, diffondendo notizie false e creando conflitti sui social media. Nella maggior parte dei casi usano profili finti o programmi automatici come i bot per far sembrare popolari idee politiche, attacchi a persone o prodotti commerciali che in realtà, spesso, poggiano su informazioni false o decontestualizzate.
Il dibattito è delicatissimo ma poggia su un’evidenza che non può essere smentita: l’autoregolamentazione del web è una bomba ad orologeria destinata ad esplodere. I social network sono l’invenzione più importante degli ultimi decenni nel campo comunicativo (e non solo), ma convincersi ancora che siano un mondo a parte, una Corte dei Miracoli 4.0, è pura follia.
I social, il web, avrebbero dovuto cambiare il mondo, diffondendo conoscenza e abbattendo le barriere di chi non aveva accesso alla cultura e all’informazione. Oggi, però, hanno contribuito solo a creare un mondo in cui nessuno ha più la capacità di confrontarsi. E anche chi ha una voce candida, chi racconta belle storie e diffonde amore, viene spazzato via da questo vortice. Per rendere realmente utili i social network, bisogna affrontarli per quello che oggi sono: la più grande bugia dell’epoca moderna.















