Siamo abituati a pensare alla Calabria come una delle regioni che rappresentano la quintessenza dell'Italia rurale, geograficamente ma soprattutto culturalmente. Tuttavia, ciò che è ignoto ai più - per diverse ragioni, tra le quali proprio la sua percepita perifericità, fuori da quello che è solitamente considerato il canone nazionale italiano - è che la Calabria, in particolare la parte centro-meridionale della regione, è una terra nella quale è stata largamente usata (spesso come lingua maggioritaria, in base al periodo storico e all'area geografica) un'altra lingua, che nulla ha a che fare con gli impropriamente detti "dialetti italiani", e quindi con l'italiano stesso, se non alla lontana: il greco.
In verità, questo a prima vista non sorprenderebbe, dato che è noto anche al grande pubblico - in Italia - che è esistita la Magna Grecia (oltre alla Sicilia greca), che ha avuto nell'attuale Calabria uno dei suoi nuclei principali, ma l'opinione comune è che è stata soltanto una parentesi della storia, cancellata dalla conquista romana. La realtà, tuttavia, è più complessa di così: se è innegabile che con l'espansione di Roma le città della Magna Grecia sono state inglobate nel territorio romano (definitivamente dopo la Guerra Sociale tra il 91 e l'88 a.e.v.), questo non ha tuttavia rappresentato anche la fine della lingua e della cultura greche in Italia.
Un errore, quando si parla di storia, è credere che la successione delle epoche segnino delle rotture, ma pochi sono quegli avvenimenti che cambiano la storia del mondo, e a dir la verità anche su quelli ci sarebbe da discutere, dato che anch'essi vanno inseriti in un contesto dal quale si sono originati, e possono essere ridimensionati successivamente in base allo sviluppo della storia: la storiografia è anch'essa parte dello spirito del tempo di chi la scrive. La creazione dell'Italia romana, durante l'epoca di Augusto, che è stata una delle basi del già citato canone nazionale italiano, così come, banalmente, il fatto che Roma, culla della lingua e della cultura latine, si trova nella penisola, induce generalmente a credere nell'assoluta latinità di quest'ultima, nell'età dei nazionalismi così come oggi.
Vediamo quindi la percezione della storia come parte della costruzione di un'identità nazionale. E il caso del greco di Calabria (ma anche dell'altra varietà di greco parlata in Italia, ovvero il griko salentino) - infatti non è ovviamente lo stesso greco che è ufficiale nella Repubblica Ellenica - è davvero esemplificativo sotto questo punto di vista, poiché ha dato inizio ad una querelle, relativamente alle origini di questa lingua, iniziata quantomeno durante il periodo risorgimentale, e che continua a lasciare i suoi strascichi ancora adesso, sebbene in maniera meno veemente rispetto al passato, anche grazie al progresso nella ricerca.
Infatti, la domanda di fondo, dati anche i poco più di 500 anni di presenza bizantina nella regione (spesso trascurata a livello di percezione popolare), è: ma quando i Romani sono giunti nell'attuale Calabria, quelle che erano le città-stato greche del territorio hanno abbandonato il greco per passare al latino? Oppure si è conservato anche durante il periodo imperiale?
La domanda ha coinvolto gli studiosi italiani dell'Ottocento e del Novecento - tra i quali Giuseppe Morosi (1844–1891), Astorre Pellegrini (1844–1908), Carlo Battisti (1882–1977), e Giovanni Alessio (1909–1984) - che, con qualche eccezione, erano tutti concordi che il greco dell'Italia meridionale non si potesse far risalire all'epoca delle poleis di Rhegion (Reggio Calabria) o di Lokroi Epizephyrioi, bensì a Bisanzio, tra immigrazioni giunte dalla Grecia per sfuggire alle invasioni slave del VI secolo e.v. e l'influsso del patriarcato di Costantinopoli, al quale nell'VIII secolo furono affidate le diocesi calabro-sicule e salentine.
Tuttavia, un'interpretazione del genere pone diversi problemi. Qui ne esploro alcuni:
In primo luogo, l'assunto secondo il quale se fosse stato in realtà di origine classica, sarebbe dovuto essere più simile al greco antico che al greco moderno. In realtà, come fa notare il glottologo tedesco Gerhard Rohlfs (1892–1986), il più grande sostenitore dell'origine classica dell'italo-greco, la maggior parte dei cambiamenti che hanno portato al greco moderno sono avvenuti in epoca ellenistico-romana.
Inoltre, come già detto (e ciò anche conseguenza del primo punto), quello di una certa percezione piuttosto stereotipata nei confronti della Calabria, ovvero quella di una terra rurale e immobile nel tempo, che subisce unicamente gli eventi storici.
Poi, l'ignoranza o il ridimensionamento di quello che è la documentazione storica ed epigrafica: nel territorio di Reggio Calabria, ad esempio, esiste (almeno nel momento in cui scrivo), per l'epoca romana, un'equivalenza di iscrizioni latine e greche, con quest'ultime che arrivano tranquillamente al Tardo Impero, senza contare - sempre nel Reggino, testimone del legame della città con l'Oriente greco - le monete d'oro che circolavano nel IV-V secolo erano quelle battute a Costantinopoli, non a Milano o Ravenna, e che la diffusione del greco nella parte meridionale della Calabria era ancora forte nel XIV secolo, della quale gli attuali comuni (sempre meno) grecofoni di Bova, Roghudi e Condofuri sono l'ultima sopravvivenza e non il risultato di vaste migrazioni medievali.
Va poi anche messa in risalto la poca conoscenza, in Italia diffusa spesso anche tra gli specialisti, dell'oggetto di studio e del legame che il greco del Sud Italia ha rispetto al resto del mondo grecofono, passato e presente. Se ad esempio le altre minoranze linguistiche riconosciute in Italia si possono far risalire a un'origine specifica (l'arbëreshe appartiene al gruppo tosco dell'Albania meridionale; il cimbro fa parte di quello austro-bavarese; il walser è una varietà conservativa del cluster alamannico al quale appartiene anche lo svizzero-tedesco e l'alsaziano), niente del genere può essere inferito per il greco d'Italia, varietà autonoma che in Grecia è chiamata κατωιταλική διάλεκτος (lett. "il dialetto dell'Italia meridionale"), che presenta i suoi elementi conservativi, tra i quali la presenza di vocaboli - quali vùrvito ("sterco di bue") - inclusi da Esichio di Alessandria (fl. V sec. e.v.), nel suo lessico di parole greche rare e obsolete al suo tempo (il Συναγωγὴ πασῶν λέξεων κατὰ στοιχεῖον).
Per chiudere, come conseguenza dell'immagine comune che si ha della storia italiana (spesso anche a livello accademico), e anche del punto precedente, il fatto che, con l'eccezione dello zaconico, storicamente isolato tra le montagne del Peloponneso, che discende dall'antico dialetto dorico di Sparta, tutte le varietà rientranti nell'areale neogreco discendono dalla koiné - per intenderci, il greco diffusosi a partire da Alessandro Magno, e usato anche nel Nuovo Testamento - passando per quello bizantino, e tutte loro sono più simili tra di loro (compreso ovviamente il greco moderno standard) che non col greco antico o con la stessa koiné, per cui non si vede perché - se le testimonianze non lo rendono palese - il greco della Calabria (e del Salento) debba aver avuto una storia diversa durante l'epoca romana, se non una prospettiva italocentrica.
Affermare che questo greco è medievale, oltre a nascondere un altro pregiudizio (ovvero quello sulla Bisanzio decadente, un mondo greco di second'ordine rispetto allo splendore della Grecia classica, che il mondo occidentale soltanto da poco tempo comincia finalmente a lasciarsi alle spalle), esprime proprio questa prospettiva: è considerato inammissibile (tanto più in epoche quali la Prima Guerra Mondiale), infatti, che i Romani, ovvero coloro che per primi unificarono la Penisola fino alle Alpi (sebbene durante l'epoca di Augusto Sicilia e Sardegna non erano ancora parte dell'Italia), non siano riusciti ad imporre la loro lingua nel cuore dell'impero.
Eppure, come ho appena cercato di spiegare, è proprio la Calabria - la punta della quale fu la prima Italia - che ci dà, attraverso questa straordinaria eredità culturale, uno spunto per riflettere su ciò che è veramente la storia del Paese. Al di là di questo ed altri assunti che si danno per certi.
Bibliografia utilizzata:
Castrizio D., Storia di Reggio a fumetti - da Augusto a Roberto d'Angiò, Comune di Reggio Calabria, 2006.
D'Amore L., Iscrizioni greche d'Italia - Reggio Calabria, Quasar, Roma, 2007.
Fanciullo F., Prima lezione di dialettologia, Laterza, Roma-Bari, 2015.
Horrocks G., Greek - a history of the language and its speakers, Wiley-Blackwell, Chichester, 2010.
Morosi G., I dialetti romaici del mandamento di Bova in Calabria, in: Archivio Glottologico Italiano (4), Torino, 1878.
Rohlfs G., Nuovi scavi linguistici nell'antica Magna Grecia, Istituto Siciliano di Studi Bizantini e Neoellenici, Palermo, 1972.
Rohlfs G., Studi e ricerche su lingua e dialetti d'Italia, Sansoni, Firenze, 1972.















