Ci prendiamo un paio di giorni di libertà dal lavoro, dal trambusto, dalla vita movimentata e calda della città.

Io già in macchina stavo pensando a quello che avrei fatto la mattina successiva, sedermi sul prato la mattina presto e leggere un libro nel tepore del mattino.

Ma per ora mi godo il momento, niente più traffico, niente più clacson utilizzati in modo squinternato, niente più caos, niente più mille persone in fila per fare una minima cosa, niente di niente. La pace!

Dopotutto sono cresciuto in campagna, è un ritorno alle origini, ed in campagna si sta bene, si mangia bene, si respira aria pulita...

Sì, la città ha le sue comodità, soprattutto se vivi in centro hai tutto vicino a portata di mano.

Ma poi ci si deve ripulire da questo concetto del bisogno di avere tutto a nostra disposizione subito, e la campagna è il posto giusto per combattere queste idee portate dal consumismo sfrenato.

In campagna ci si arrangia, ci si accontenta di quel che si ha.

È un modo di vivere!

Arriviamo e vediamo il verde ovunque, che sembra di stare ad un raduno di leghisti.

L’aria ha una sua leggerezza e senti i polmoni che ne vogliono sempre di più, come per goderne a pieno.

L’agriturismo dove dormiamo è ricavato dalle ex stalle del contadino. Ha fatto un lavoro certosino per renderle camere, ma il pensiero che per anni, forse decenni, in quei posti ci abbiano dormito e cacato maiali e mucche non mi dà proprio quel senso di pace… eppure dovrebbe! Ma niente. Nella mia testa vedo ancora i quintali di cacca che hanno visto quegli stessi muri, ridipinti per non farmici pensare, ma pur sempre gli stessi.

Decido che me ne farò una ragione. E poi… non si sente una macchina eh! Il rumore dei trattori sì! Ma va beh, è il lavoro della terra, il lavoro più nobile che c’è… dopo l’arrotino ovviamente, con tutte quelle cose che fa, deve essere per forza il più nobile…

Soprassediamo al rumore dei trattori e godiamoci questo week end, senza considerare però la smisurata presenza di mosche ed insetti. «È periodo» ha detto il contadino che ci ha ospitati. Sarà… ma nel frattempo mi appunto che la prossima volta devo informarmi sui “periodi” in cui le mosche decidano di rompermi i coglioni.

Disfiamo la valigia, sorrisi e spensieratezza, fino a che non ci accorgiamo che non abbiamo portato spazzolini e dentifricio. Li visualizzo mentalmente in quella borsetta che ho visto poggiata in bagno e mi maledico per non averli presi, comunque… calma!

Siamo in campagna, nel relax.

Esco sorridendo e chiedo al proprietario dove posso trovare un minimarket per risolvere il problema. Questo mi dà informazioni vaghe, come se a lui questo luogo fosse sconosciuto o proibito.

Non demordo, prendo il cellulare, che mi ero proprio scordato di avere, e metto il navigatore.

Ovviamente non prende nulla…

Andiamo avanti, seguo le confuse informazioni datemi dal buon uomo. Entro in macchina e mi accorgo di aver lasciato due dita di finestrino aperto, all’interno sembra di essere sulla scena di un omicidio, ci sono più mosche nella mia macchina che su una bistecca al mercato all’aperto di Hurghada.

Lasciamo stare… è la campagna. Il bello di vivere a contatto con la natura.

Mi avvio, trovo con difficoltà questo posto che sembra più una cantina organizzata alla meglio con prodotti strani, ma risolve il mio problema quindi va benissimo.

Raggiungo l’agriturismo e trovo la mia compagna con salumi e formaggi portati dal contadino.

Torno in pace con me stesso e con questo luogo simile all’Eden.

«Che bel pensiero!»

Solo che, mi viene fatto notare, manca il pane, e lei proprio non ce la fa a mangiare questi prodotti senza... Rientro nella macchina, il mio finestrino era chiuso ma ho dimenticato l’altro aperto.

Nuova sagra delle mosche nella mia macchina… ok.

Ritorno nel “Cantina market” di prima, perché ricordo di aver visto qualcosa simile al pane, lo compro anche se è utilizzabile come incudine, ma magari è perché è un prodotto tipico di qui, quindi me lo faccio scivolare.

Torno e ci mettiamo a mangiare. Io, lei e… le mosche.

Nonostante la mia riluttanza, la mia lei mi dice che è molto più romantico mangiare su questa panchina ricavata da un tronco di albero (che si è dimenticata di definire scomodissima), guardando il tramonto.

Noto il sorriso maligno delle mosche alle sue parole…

Ok mangiamo in mensa questa mensa all’aperto. In effetti all’imbrunire le mosche se ne vanno (ovviamente hanno atteso con educazione che finissimo di mangiare) per lasciare il posto alle zanzare.

Beh, direi che è quantomeno riduttivo definirle tali, più che zanzare le possiamo chiamare vampiri con le ali. Penso al minimarket che sicuramente ha lo spray antizanzare, ma lo ritengo un viaggio inutile visto che sarebbe più consono utilizzare un palo di frassino appuntito.

E poi ormai la macchina è diventata di proprietà delle mosche, dovrei chiedere il permesso a loro.

Finito di mangiare entriamo in stanza stanchi, il giorno dopo avremmo girato questo posto magico dove il tempo sembra essersi fermato.

Un attimo dopo aver detto che quest’aria di campagna ti concilia col sonno e lei già ronfa pesantemente.

Io ci provo, ma un simpatico gufo, chiaramente amico delle mosche, ha deciso che quella sera doveva fare quella cantilena a noi. Cerco il mio libro. L’ho dimenticato in macchina, il che significa affrontare a mani nude le zanzare, poi le mosche in macchina e di nuovo le zanzare, sperando di arrivare in camera con un goccio di sangue. Troppo rischioso.

Idea!

Anche lei ha la sana abitudine di leggere molto, prendo dalla sua borsa il suo libro. Ma è un libro di… Gramellini! Non ci riesco, preferisco una notte insonne!

Verso le 3 il gufo se ne va e non mi sembra vero!

Neanche il tempo di chiudere gli occhi e sento un nuovo suono, ancora più cantilenoso, una sorta di “Cùccùmìu”, che poi scoprirò essere una specie di civetta che è solo qui. Pensa che culo!

Comunque, senza internet, senza libro da leggere (Gramellini non mi avrai mai!) e con la compagnia di quell’animale che sicuramente è stato creato da Satana in combutta con Sauron, arriva il mattino.

Me ne accorgo perché il gallo inizia a cantare.

Per un attimo sorrido pensando alla bellezza e alla perfezione della natura. Un altro canto del gallo, sorrido di nuovo. Al terzo già sto pensando di andare al minimarket a comprare un fucile…

Vedo entrare dalle tendine una luce leggera e decido di vivermi la bellezza della mattina in campagna.

Esco, un po' timoroso, ma noto con piacere che le zanzare/Dracula non ci sono più. Anche quelle stronze dormono, oppure se ne sono andate esasperate dal canto malefico di quell’uccellaccio fuori dal mio appartamento/stalla.

Nel frattempo, il gallo canta.

Mi siedo sulla panchina scomodissima, dove abbiamo mangiato la sera prima, e mi godo la pace data dall’assenza di rumori di macchine.

I rumori di macchine no…

Ora, mi ricordo che il lavoro nei campi inizia presto la mattina, per approfittare del fresco ed evitare di lavorare sotto il sole nelle ore più calde.

Ma non pensavo di ritrovarmi in mezzo a quella che sembra essere una gara di trattori dove vince chi fa più rumore.

Nel frattempo, il gallo canta, i piccioni fanno quel rumore… che fanno i piccioni. Gli uccellini che sono felici di essere vivi cantano così tanto che mi sembra di essere dentro una voliera insonorizzata, così che il suono si senta solo verso l’interno… e le immancabili cicale! Quante cicale ci sono in questa campagna?

La pace che sto cercando da quando sono arrivato la vedo lontanissima. Ripenso al corso di training autogeno, escludo tutti i rumori, quasi ci riesco. Il gallo mi riporta alla realtà.

Nel frattempo, quello che sembrava un formicolio, al quale non ho dato peso vista la scomodità della panchina/tronco, mi rendo conto che è un vero e proprio formicolio su di me. Infatti le briciole lasciate la sera prima hanno invitato al banchetto una comunità di qualche miliardo di formiche, ed ora sono su di me.

Mi alzo di scatto, mi tolgo i vestiti correndo come se stessi prendendo fuoco, e rimango in mutande ma non me ne frega nulla perché la mia priorità è togliermi di dosso quelle maledette bestioline che mi punzecchiano.

Mi rotolo sul prato per toglierle tutte, mentre le insulto ad una ad una, nome e cognome. Mi fermo quando vedo il contadino che mi guarda tra lo schifato e l’allibito.

Probabilmente avrei reagito così vedendo un uomo in mutande rotolarsi per terra lanciando insulti…

Lui non chiede, fa un cenno al suo gatto e si avvia verso il campo.

Il che mi fa pensare che sia così abituato a scene del genere, di idioti di città, che si rotolano in mutande, quasi quanto un chirurgo è abituato alla morte.

Nel frattempo, il gallo canta…

Mi rendo conto di essermi liberato dagli insetti. Intorno a me sembra che anche gli uccellini si siano zittiti per assistere all’assurda scena. Ora tutto tace, tranne quel cazzo di gallo!

Ma quante volte deve cantare? Io mi ricordavo una, due, tre volte. Ma veramente nella fattoria nessuno degli animali va a dargli due pugni sul becco?

Mi immaginavo una fattoria più Orwelliana, non c’è un maiale che manda il gallo in qualche gulag, no. Quel gallo è l’equivalente dei cantanti neomelodici, suoni fastidiosi inspiegabilmente ancora ritenuti legali.

Decido di provare il tutto per tutto e, con lo stesso coraggio di Fridtjof Nansen che si va a fare una passeggiata nelle lande ghiacciate della Groenlandia, decido di andare verso la macchina ed aprire la portiera.

Le mosche non ci sono! Resto sorpreso e sto fermo per un attimo, per vedere se mi stanno tendendo una trappola. Niente, nessuna mosca.

Ora mi sento invincibile e prendo con decisione il libro lasciato la sera prima in macchina. Vedo sulla copertina la faccia di Bulgakov che mi guarda con orgoglio ed anche una lacrimuccia dall’emozione… io gli rispondo con un occhiolino, ci siamo capiti Michail!

Chiudo i due finestrini, chiudo lo sportello e faccio quello che ho desiderato fare dal momento in cui abbiamo prenotato l’agriturismo. Una cosa che mi è sempre piaciuto fare, fin da piccolo: leggere seduto sul prato la mattina presto.

Arte e natura che si uniscono e ti danno quella sensazione di tranquillità e pace che…

Il gallo canta!

Ma no gallo! Stavolta non mi fai nulla perché io ho deciso che farò quello che mi sono prefissato, e tu non me lo impedirai, canta pure!

Sicuramente intuendo la mia sicurezza il gallo si è zittito e, probabilmente non canterà mai più! Con passo deciso cammino vicino a quelli che erano i miei panni e che ora sono bottino di guerra di quelle maledette!

Vado al centro del prato e mi siedo con calma. Respiro con leggerezza, mi godo il mio momento. Tolgo il segnalibro e riprendo il capitolo da dove lo avevo lasciato. Dopo qualche riga provo una strana sensazione, una sensazione di fresco, troppo fresco, quasi bagnato.

La rugiada del mattino!

Mi alzo e guardo i miei boxer completamente bagnati. Alzo lo sguardo e vedo il contadino che mi fissa, un po' schifato… fa un cenno al gatto e se ne va.

Nel frattempo, il gallo canta.

Quel suono mi sta dicendo che ho perso tutte le battaglie, la guerra e che ai trattati di pace mi hanno tolto tutto. Nessun Camillo Benso conte di Cavour a trattare per me. Sono come la Germania dopo la Seconda guerra mondiale, mi devo stare zitto e guardare i miei nemici togliermi tutto, anche la dignità.

Quello che doveva essere un week end di pace e tranquillità si è trasformato in un incubo.

Entro in stanza. Faccio la valigia velocemente. Vado a saldare e salutare il contadino che stordito non dice una parola, forse perché si trova di fronte ad un uomo in mutande (bagnate).

Sveglio la mia lei e saliamo in macchina.

Mi chiede spiegazioni del perché ce ne stiamo andando così presto, perché sono in mutande, per di più bagnate, e come mai ho quelle occhiaie come se non avessi chiuso occhio.

Io penso solo al condizionatore ed al divano che mi stanno aspettando.

Tornerò in campagna quando sarà adattata alla vita di città, fino ad allora va benissimo il mio divano!