Achille cammina e pensa veloce lungo il viale pieno di ciliegi. Avanza al ritmo di pensieri che si sgomitolano uno dietro l’altro e non sa tornare indietro, non sa nemmeno se convenga andare avanti. Procede. Alla fine del viale il cartello segnala una direzione che gli è sconosciuta. Vuole decidere in fretta, alla stessa velocità dei suoi pensieri che sempre vogliono una risposta, subito. L’ultima sua impressione gli suggerisce che quel cartello messo lì voglia dire: l’importante è restare mentre ci si muove, e solo dove c’è salvezza.
«Eppure mi ero ripromesso di non prendere decisioni affrettate, mai più, la caduta non è ancora iniziata e mi sento per l’ennesima volta come nella sospensione di un volo altissimo, io che voglio l’eterno sto vivendo rinchiuso in un frammento, in bilico, dentro a un tempo che la fa facile a farsi presto attimo. Ogni volta con questa storia dell’attimo che mi sfugge e che mi faccio sfuggire, del tempo che lascio trascorrere perché non so inquadrare bene la vita, eppure mi sembra di assorbire tutto ciò che mi accade, io so andare veloce.
È questa velocità che sbiadisce i contorni e si mangia i colori che cerco nelle cose, mentre consumo le strade e divoro i miei giorni senza capire se corro tra spine o tra le rose. E non so più se sono le gambe o è la mente a spingere il fiato oltre l'ultimo istante.
Perché tutto sparisce dal mio intorno, diventa un’ombra il profilo del mondo. E se mi chiedi cosa ho lasciato alle spalle non so risponderti, ho le tasche troppo piene e di troppe bolle. Non vedo più niente, non ricordo la strada: muoversi veloce è un trucco o un mistero?
Forse è una febbre, o un male che non ha un nome, questa fretta che cancella il tempo e il suo odore. Finisco per scordare il mio pezzo di storia, mentre il presente mi svuota, di continuo, la memoria. E allora corro, e neanche so di correre, mentre dietro di me, c'è un passato che ha già smesso di braccarmi.
Ma a che serve poi ricordarsi? Se il tempo è come un fiume che non sa tornare, se tutto è rinchiuso in un soffio che non posso fermare.
Eppure io resto qui, con la voglia di capire se è vero che il tempo scivola senza farsi immobilizzare. Dicono sia una malattia: non avere più memoria, perdere i pezzi per strada, fare a ritagli la mia storia. Ma se devo cadere, voglio farlo a occhi aperti, misurando i perimetri del vuoto.
Mi converrebbe studiarla, questa strana amnesia, disegnarle una mappa. Cercare la consapevolezza più esatta, il punto fermo, anche se fuori tutto corre e io resto dentro. Allora mi aggrappo ad un altro pensiero: per non sentire troppo dolore, devi sapere di cosa è fatto. Come dire… A guardare in faccia il buio, è l'unica rivincita.
Perché a volte capire è soltanto accettare, lasciare che il vento ti sbuffi addosso di continuo. Capire che non serve più riacciuffare l'ombra del vissuto, né sentire sui polsi il peso del suo morso. Capire è l'approdo, è la cura per vivere nel vuoto senza precipitare.
Ma la ferita vera, che brucia poco a poco, non è il tempo che scappa, né il vuoto che mi resta nella mano. È il giudizio che piove, è lo sguardo di un altro che mi ha disegnato addosso un profilo tutto sgangherato. Io che spendo la vita a cercare di comprendere, mi ritrovo non capito o condannato a svanire dentro una maschera che mi sta stretta e che ha il volto strano, apotropaico, scolpito da chi pensa di conoscere il mio male.
Mi cuciono etichette come fossero sentenze: "Non sai vivere", dicono, "hai troppe mancanze". “Non sai stare nel mondo”, “non sai essere amico”, ed ogni mio sforzo diventa un nemico. E ancora: "Sei solo un presuntuoso che non sa essere libero", mentre io, nel mio silenzio, provo a restare autentico, intatto.
E soffro, sì, soffro per questo ritratto fallito, per questo perimetro che si chiude. Ma è solo un disegno, una bozza, mentre io sono altrove, lontano, lontano da me stesso. Potrei quasi riderne, riderne tanto, di queste sbarre finte e di tutte queste porte. Non sono rinchiuso, sono solo un riflesso che qualcun altro ha sbagliato. Sono fuori dal bordo. Libero davvero, fuori da un disegno. E mentre mi si giudica, io sono già altrove ... perché la mia fretta è un atto autentico.
Certe cose poi non le capisci nell’immediato per colpa del sentimento, dell’emotività, fino a quando, senza bussare, arriva un lampo. Non è una luce gentile, è un taglio netto che squarcia il rumore dell’emotività, e tu, libero, ne sorridi, ti riconosci: non sei più quello che senti. La verità non chiede permesso, è una luce che si appoggia addosso. Cade precisa, senza pieghe, come un abito cucito sulla tua pelle, finalmente della misura esatta del tuo essere.
Bisognerebbe pregarci ogni giorno su questa cosa della misura, come anche su quella della salvezza, a me piacerebbe riuscire a rimanere solo dove c’è salvezza, nel punto più ordinato possibile, dove si indossano le cose alla perfezione senza farsi attaccare da inutili e illusorie cuciture.
Ci sono stato in un luogo così, era vicino al mare, ma prima della spiaggia c’era un giardino con grandi ulivi, il silenzio e la luce perfetta delle ore quiete del pomeriggio, sì ero andato proprio di corsa per arrivare lì, venivo proprio da un’altra parte, da quella del tramonto, e con l’arsura di un assetato che è così assetato da sentire nel bel mezzo del deserto e con tutt’e due le orecchie da dove arriva il suono della sorgente che sgorga, e ci va.
Diritto diritto ci sono andato, per versare una botte piena d’acqua pulita nel cuore. Tanta, è stata la mia sete in certi momenti. E chi l’avrebbe mai detto che per dissetarsi bastava ogni volta ascoltare la voce di quel luogo, che è fatto di un fuori che ti parla dentro e ti mette addosso il vestito e le parole giuste, quelle che sanno di vero e pronunciano non un suono ma un significato, quelle che hanno aggiustato i miei pensieri che ogni volta finivano per portarmi altrove.
Quelle parole, pronunciate da una luce chiara, un po’ le scrivevo così da portarmele in ogni parte. Oh! Se c’è una cosa che però ho scritto profondamente dentro me stesso è proprio quel senso di sazietà, di aver bevuto assai e finalmente, quell’appagamento, quel sentirmi pieno davvero ogni volta che ho messo piede in quel giardino vicino al mare.
E se c’è una cosa che nessuna malattia del non ricordo può cancellare, è la pienezza di quegli ulivi rigogliosi, scultorei e solenni che ti insegnano come essere secolare, sì quella pienezza è un nodo stretto e buono nella gola che mi rigenera ogni volta che ingoio acqua di sorgente, e che mi manca invece quando attraverso questo lungo viale pieno di ciliegi che esplodono di rosa per incantarmi soltanto, per il tempo di una primavera, senza legarmi ad una stretta radice.
Sarà che, quella dei ciliegi è una sete ingannevole, l’ulivo invece è sempre verde, è braccio destro di una natura perfetta che conosce bene ogni tempo e lo scruta e poi, se glielo chiedi, te lo svela.
Non sapevo che il suo frutto matura sui rami che sono cresciuti nell’anno precedente a quello della sua fioritura, cioè non nel nuovo ma nel ramo vecchio, è una cosa magnifica questa, un segno bellissimo, in pratica il frutto viene dal ramo che è già forte di un anno, che ha già parlato con le sue gemme.
C’è il sapore della saggezza in questa cosa della crescita vegetativa di oggi che già dice di quello che verrà generato nell’anno successivo, è come se leggere il tempo in corso, leggere quello che accade su quel ramo, ovvero quale sarà il tempo di domani, cosa e quanto ne possiamo fare.
Dovrei approfittare adesso che sto correndo tra i ciliegi di non andare più a riprendere quel borsello che mi hanno rubato ma tornare nel giardino vicino al mare, a vedere, sentire e leggere cosa mi dice proprio in questo momento quel ramo d’ulivo, quella luce che entra senza permesso, dovrei andare lì a bere. Sì, sì mi fermo qui, stop, torno indietro, voglio andare verso mare».















